Centro Studi Urbani

 

Università degli Studi di Sassari

Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società

 




Ultimo aggiornamento 11/03/2010


 


11.03.10

Quer pasticciaccio brutto  

“… de via Merulana”, scriveva anni fa Carlo Emilio Gadda.

Sempre di Roma si parla ma, stavolta, la location è assai più nota. “Che pasticcio” è stata infatti l’espressione del Capo dello Stato Napolitano alla notizia dell’esclusione dalle consultazioni elettorali delle liste “Per la Lombardia” di Formigoni e “Insieme con Renata Polverini” nel Lazio. Già, che pasticcio, Presidente.

Impedire a milioni di italiani di esprimere la propria preferenza per un partito, il Pdl, che detiene attualmente la maggioranza di governo è certamente insensato; gli unici colpevoli di questa esclusione, sia chiaro, sono però i dirigenti del partito i quali, adducendo giustificazioni pittoresche – “mi ero allontanato un attimo per un panino”, “stavo a chiacchierà” – non hanno consegnato le liste, regolarmente firmate e autenticate, agli uffici preposti entro il limite tassativo delle 12. Va da sé che i motivi di questo ritardo siano assolutamente ed esclusivamente riconducibili a logiche (illogiche) interne al partito: chi rischierebbe l’eleggibilità per un panino? Alcuni forse, ma non Berlusconi.

E poi ecco che fiocca, nottetempo, il decreto salva-liste. E Napolitano che fa? Lo firma. Sì, abbiamo capito bene, non si è legato al portone del Quirinale, non ha urlato a gran voce allo scandalo, non ha indetto lo sciopero della fame, non ha sciolto le Camere. Si è fatto minacciare dal premier che, ieratico, gli ha detto “Ti scateno l’inferno”.

Hanno ragione i manifestanti a parlare di decreto golpista. Ora Polverini e Formigoni possono continuare la scalata verso la presidenza delle regioni Lazio e Lombardia: se però la casalinga di Voghera avesse consegnato la domanda per un posto all’ufficio anagrafe del proprio comune alle 12,30 anziché entro la deadline delle 12 sarebbe stata esclusa inesorabilmente da quel concorso. E non ci sarebbero stati santi, decreti e madonne. Nemmeno Striscia la notizia – vero ufficio Urp de noantri – si sarebbe mobilitata.

Questa è solo l’ultima puntata di una fiction che si ripete da mille e mille episodi in onda, che lo vogliamo o no, sui nostri teleschermi (suggestiva immagine orwelliana. E berlusconiana). Il linguaggio televisivo – vedete, ne sono vittima anch’io – continua a mescolarsi e a fondersi continuamente con i fatti veri, e non riusciamo più a distinguerli e fatichiamo a ragionarci sopra, perché lo schermo Lcd tra noi e loro non solo ci divide, ma mistifica, romanza, rende epico. Crea una realtà parallela. La notizia del golpe arriva veloce come una scossa tra un gioco a premi e una sculettata delle ereditiere (se non guardate Rai1 prima del tiggì non potete capire…). Tra Maicol che esce dal Grande Fratello e le scarpe col tacco di Carla Bruni. Valerio Scanu, sedicente cantore maddalenino creato dalla tv del capo, che vince Sanremo mentre nei tribunali si discute su quer pasticciaccio brutto de La Maddalena ad opera di quel buon samaritano (Benedetto dixit) di Bertolaso e compagni (per la serie: non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena, accontentatevi di Sanremo e vivete sereni). Emanuele Filiberto di Savoia che, sempre dal palco dell’Ariston, se la canta e se la suona lamentandosi che, pur non avendo fatto nulla, non poteva tornare in Italia (Storia vs Sanremo: vince Sanremo e Filiberto arriva 2°!). E record di ascolti.

Quanta carne al fuoco, ma la soluzione dov’è? Il romanzo di Gadda – bellissimo – finiva così, senza soluzione. Nemmeno lui sapeva chi avesse rubato i gioielli o ucciso la signora Balducci (un cognome che ricorre nella nostra trama, ma stavolta le vittime siamo noi). La realtà gli si presentava così fitta di grammatiche, di lati oscuri, di comparse sfocate, che poteva solo descriverla ma non ipotizzare una conclusione alla sua storia: nemmeno riuscì ad inventarsela. E, tra le righe, Gadda voleva comunicarci che dalla società italiana non si cava un ragno dal buco.

Descriveva nel 1946 questa inutile Italia. Bisognerebbe rileggerlo, riscoprirlo, attualizzarlo, tenerlo sul comodino. Ma io sono più fiducioso di Gadda, ci dovrà pur essere una soluzione: cominciamo, intanto, a volerla davvero e costruiamocela.

Federico Zappino


26.01.10

La triste vittoria del Situazionismo

Nei primi giorni di questo 2010 sono stato a Torino e ho deciso di visitare, colpevolmente per la prima volta, la GAM – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea. Bello l’edificio, buona l’organizzazione dell’allestimento, allucinate e suggestive le opere al suo interno. Una frase che vi campeggia sulla facciata “Every art has been contemporary”, per sbeffeggiare chi storce il naso di fronte “a certe cose”.

E tra un Picasso, un Manzoni (quello vero, Piero) e un Cattelan ecco che mi imbatto in un lungo corridoio costellato delle opere di alcuni degli esponenti del Movimento Cobra (poi diventato Bauhaus Immaginista, poi ancora, prima di congedarsi, Internazionale Situazionista). Due fra tutti: Asger Jorn e il piemontese Giuseppe Pinot-Gallizio, e le loro opere che potrebbero sembrare futuriste, ma che, al contrario sono assolutamente situazioniste, collocate nell’area intitolata “Infanzia”. “Infanzia?”, mi chiedo. Sì, “infanzia” perché in esse prevale il colore, distribuito casualmente sulla tela, solo a stimolare negli occhi e nell’animo di chi guarda i sentimenti e le curiosità dei bambini di fronte a situazioni colorate e divertenti o, al contrario, cupe e angoscianti. Ma “infanzia”, anche perché contrariamente a Mondrian e Le Corbusier i situazionisti ipotizzavano – negli anni Cinquanta – una città “movimentata, appassionante, fatta di situazioni”, appunto, nella quale l’uomo potesse riscoprirsi bambino, viverla – attraversandola a piedi – e sorprendersi dinanzi a scorci sempre nuovi, strade inaspettate, colori rinfrancanti, spazi in grado di accogliere e creare le mille situazioni di cui l’animo umano – che è sociale e politico – ha fisiologicamente bisogno. E quelle opere vogliono significare appunto questa idea.

La storia, penso tra me e me mentre cammino piano sul parquet del museo semivuoto, ha preso tuttavia un’altra traiettoria. Le città, proprio a partire dagli anni Cinquanta, di fronte al bivio tra “passione, movimento e colore” e “razionalità ed economicismo” hanno evidentemente scelto la seconda strada. E la seconda strada non ha significato solo una città “a linee rette”, ma ha significato soprattutto la straziante vittoria degli spazi privati su quelli pubblici, più in generale (e ancora peggio), del diritto privato su quello pubblico.

Con tutti questi ragionamenti per la testa, scendo al piano inferiore, nella videoteca dello stabile. Cerco quindi “situazionismo” nei motori di ricerca dei computer a disposizione dei visitatori. Trovo pochi record per la verità, ma uno mi colpisce più degli altri, per il suo titolo macabro: “La triste vittoria del Situazionismo”.

Lo guardo. È un filmato di venti minuti, dove i bravi attori interpretano alcune scene del vivere quotidiano. Gli spazi in cui vengono girate le riprese sono le nostre suburre, ma non riesco a capire se si tratti di Torino, o di Sassari, o di Roma o di Agrigento. A ben guardare, forse, non fa molta differenza. Le persone passano, non si guardano, quelle che si guardano è perché si sono conosciute in altri luoghi, i pochi luoghi rimasti pubblici o addirittura si sono viste al supermercato o al centro commerciale; alcune si scambiano poche meccaniche battute. “Buongiorno”. “Buongiorno a lei”. “E come sta?”. “Mah, l’altro giorno sono stato assai male”. “Un’aspirina e tutto passa”. “Non credo servirà”. “Arrivederci”. “Arrivederci”.

Mi alzo con un senso di sconforto. Le città che si sono sviluppate dagli anni Cinquanta ad oggi non sono riuscite nell’intento di offrire spazi per la formazione di “cittadini”, ma solo di comparse (o consumatori, poco cambia) che non sanno che per i mali del cuore un’aspirina non serve, che non sanno dialogare, che sono indifferenti? È ovvia e scontata la risposta (e un po’ infantile la mia auto-domanda). Dobbiamo veramente rassegnarci all’idea che i Situazionisti abbiano vinto? È forse terribilmente vero ciò che Asger Jorn scrisse nel 1954, ossia che “il protestante modulare Le Corbusier, l’imbrattatele di croste cubiste, fa funzionare la macchina per abitare per la maggior gloria di Dio che ha fatto a propria immagine le carogne e i corvi. Eccolo, appunto, il programma: la vita definitivamente frammentata in isolati chiusi, in società sorvegliate; la fine delle possibilità di insurrezione e di incontri; la rassegnazione. Bisogna essere ben sciocchi per vedervi un’architettura moderna”. La città odierna non è più politica, perché i suoi abitanti non hanno più luoghi per dare corda al proprio istinto di animale sociale (e politico). L’unica politica che ancora vi sopravvive è quella dei giochi politici, tra palazzinari e amministratori: quella effettivamente va a gonfie vele. Ma la prima e la seconda, evidentemente sono inconciliabili, tanto quanto diversi e inconciliabili sono i significati stessi della parola “politica”.

Due giorni fa l’incontro con l’urbanista Vezio De Lucia (Aula Rossa, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari) ha seminato in me molti dubbi. L’obiettivo più alto che un relatore possa perseguire: complimenti dunque al relatore. La storia dell’urbanistica italiana è una storia brutta: ascoltarla rattrista, poi fa sentire impotenti, rassegnati. In qualche modo, però, chi come me è giovane deve sentire prioritario il senso di responsabilità critica dinanzi ai gravi dissesti perpetrati sul territorio da lustri di malgoverno. I guasti sul territorio, infatti, riguardano tutti noi perché significano negazione dello stato di diritto, della democrazia: la città dovrebbe essere – come insegnato dagli illustri ateniesi – il primo luogo in cui l’uomo diviene cittadino, in cui spazi pubblici significano educazione e formazione alla cittadinanza, alla diversità culturale e in cui la predominanza degli spazi privati genera, al contrario, omologazione, rimbecillimento, prevalenza di un pensiero unico, di un’unica moda, di un’unica ideologia.

Chi oggi studia le scienze politiche e sociali ha il dovere imperativo di guardare alle cose del mondo con occhi critici, di trarre beneficio dal dubbio, come ha insegnato il nostro illustre papà Norberto Bobbio. Se è mafioso chi gestisce il territorio (che per definizione è di tutti) avendo come unico fine il proprio arricchimento (e dunque privato), anziché il bene comune, lo è allo stesso modo chi guarda e passa, chi vive ignavo, apatico, chi crede che le cose non potranno mai cambiare, né se ne assume le responsabilità.

C’è poco da scherzare. “Non c’è da essere ottimisti”, ha detto De Lucia. C’è, però, da lavorare.

Federico Zappino (Dottorando in Scienze Sociali – Università di Sassari)


16.12.09

VENGO ANCH’IO … NO TU NO!

Cronaca di un normale confronto politico-sindacale?

È notizia di questi giorni che il Ministro Renato Brunetta abbia deciso di non invitare la CGIL al tavolo delle trattative per il rinnovo dei contratti nella Pubblica Amministrazione. La motivazione di tale esclusione risiede nella non sottoscrizione da parte della CGIL dell’Accordo sulla riforma del modello contrattuale siglato, invece, con altre organizzazioni sindacali.

Se il clima nelle relazioni tra governo e sindacati non era poi così tranquillo, la decisione di Brunetta accentua la distanza che separa le due posizioni.

L’intento pare chiaro: rompere l’unità sindacale per fare accordi “con chi ci sta”. Nonostante qualcuno ritenga che Brunetta abbia una vera e propria intolleranza a tutto ciò che possa richiamare alla mente l’ideologia comunista, credo che il Ministro abbia un obiettivo molto più ambizioso, appunto quello di scardinare l’attuale assetto delle relazioni industriali a cominciare dal terreno nel quale agisce direttamente, la P.A. Anche se in tal modo, esasperando gli animi, il Ministro, forse, potrebbe avvantaggiare i sindacati aiutandoli a recuperare posizioni sul piano dei consensi.

Non credo che Brunetta si debba agitare tanto, anche perché la crisi del sindacato in Italia è profonda e ha origini lontane, prima ancora che i neoliberisti si affacciassero sulla scena politica. La crisi di rappresentatività, con la conseguente nascita di numerose sigle autonome in diversi settori, e la difficoltà a rispondere alle nuove sfide del mercato del lavoro i sindacati la vivono da molto tempo. Ma, senza dubbio, di tutti questi la CGIL rimane sempre, soprattutto in alcuni importanti settori come la P.A., il sindacato più rappresentativo e più radicato tra i lavoratori.

Se il Brunetta non vuole agire al di fuori delle prassi istituzionali più conosciute e condivise, proprio da quei Padri riformisti e socialisti ai quali dice di rifarsi, o del consolidato orientamento giuridico degli ultimi sessant’anni, sarà il caso che riveda la lista degli invitati.

Quale efficacia potrebbe avere un contratto sottoscritto dai sindacati che rappresentano un terzo della categoria? Quali riforme possono essere attuate senza alcuni dei protagonisti?

Purtroppo il clima non consente di affrontare il vero problema, quello di una legge sulla rappresentatività; dopo la chiusura del Ministro e del governo verso la CGIL e il clima da muro contro muro non è più garantita la neutralità, l’imparzialità, la giustezza e l’obiettività di una norma che vada a regolare la partecipazione democratica dei lavoratori attraverso i propri rappresentanti, tanto che c’è da augurarsi che non si pensi a lavorare all’attuazione costituzionale proprio ora.

Alberto Valenti


26.11.09

Alcune riflessioni sull’attuale movimento gay e lesbico

Le tristi vicende balzate, qualche mese fa, agli onori delle cronache e relative agli efferati pestaggi di Roma e Napoli di persone omosessuali, devono essere (per più di un motivo) motivo di riflessione per tutte le persone che hanno la fortuna di poter fare dello studio e della ricerca sociale la propria ragione di vita.

Certo, i fatti si sono verificati già da qualche tempo e non sono così freschi da poter giustificare un ulteriore pezzo sulla faccenda. Ma è vero anche che le riflessioni – e non la mera e talvolta becera cronaca – necessitano a volte di una sedimentazione più lenta, proprio per non incorrere nel rischio di sorvolare su alcune questioni che invece andrebbero prese in considerazione e che ne rappresentano la chiave di volta.

Mi rendo conto, tuttavia, che l’argomento sia troppo complesso da poter essere liquidato e sentenziato in poche righe. Ciò che credo, però, è che se continuiamo a legittimare l’ignoranza come essenza delle cose – delle cronache, dei governi, della comunicazione, finanche del movimento gay e lesbico – allora non usciremo più dal circolo vizioso che avviluppa tutta questa brutta faccenda: la triste condizione – subita, necessitata, voluta – delle persone omosessuali, riguarda infatti una serie infinita di altre questioni che ci toccano da vicino e a prescindere dal nostro orientamento sessuale, come ad esempio l’universalismo, l’eguaglianza di tutti davanti alla legge, la diversità e la diseguaglianza, il paradigma redistributivo della giustizia, eccetera eccetera.

Ciò che mi dispiace rilevare, purtroppo, è che i primi a non accorgersene siano proprio le persone omosessuali stesse, o meglio, le persone omosessuali che stanno a capo delle associazioni omosessuali, le quali evidentemente dimostrano di non detenere sufficienti risorse – intellettuali, sia ben chiaro – per orientare la lotta per il riconoscimento in canali comunicativi che siano anzitutto dialogici, democratici, liberi, e di conseguenza sensati e non ridicoli.

Lungi dal giustificare il comportamento di chi i pestaggi li ha fatti (e che si credeva appartenessero ormai ad un’altra epoca), qualora fosse necessario, mi sembra però che sia proprio il modo di porsi delle associazioni gay a non essere “pacifico” (per utilizzare un brutto aggettivo), ma anzi che abbia come unico obiettivo l’accrescimento del conflitto. Mi sembra, in sostanza, che l’attuale movimento gay e lesbico impieghi sistemi di azione un po’ demodé, che calzerebbero a pennello se il movimento fosse al suo statu nascenti. Ma così non è affatto. Il filosofo Gianni Vattimo negli anni Settanta era già per le strade a fare battaglia per il riconoscimento della dignità di gay e lesbiche, e con ben altri metodi: il movimento omosessuale, quindi, non è cosa nuova. Forse, per strada, avrà perso la sua iniziale capacità di critica sociale, la sua capacità (necessitata) di elevare la questione nel cielo dei principi della politica: ne sono esempio i Quaderni di critica omosessuale del Cassero di Porta Saragozza di Bologna, che a rileggerli a trent’anni di distanza non se ne avverte la pregnante attualità, bensì il rimpianto di una dote persa.

In cosa consiste invece, oggi, il movimento gay e lesbico? Rischierei di risultare impopolare se dicessi subito la mia su questo quesito, quindi preferisco rifarmi all’opinione di Pierre Bourdieu (e nascondermi dietro ad essa), il quale, una decina d’anni fa (ne Il dominio maschile, Feltrinelli) notava come il movimento facesse largo uso di “pratiche collettive di superficie” a discapito dell’uso del grande capitale culturale interno al movimento stesso.

Tali “pratiche collettive di superficie” mi viene da interpretarle – e mi perdonino quelli che stanno leggendo disgustati – con tutte quelle discutibili attività che oggigiorno sembrano essere, purtroppo, le uniche attività con cui le associazioni gay si trastullano, a partire dall’organizzazione di eccessive festicciole – omosessuali – in locali – omosessuali –, passando per i discutibilissimi gay-pride (il cui senso rischia di perdersi tra i piumaggi e le labbra ipertrofiche, anche perché la manifestazione in sé avrebbe tutto un altro senso se avesse tutto un altro spirito), fino ad arrivare alle fasulle lotte ideologiche di cui a volte i grandi capi delle associazioni si riempiono la bocca, senza però mai proferire una parola dotata di senso logico.

Mi chiedo – anche per smorzare il tono di questa sentita invettiva –, c’è qualcosa di democratico nell’individuare un locale da far diventare “gay” per farci al suo interno delle feste “gay”? Ha qualcosa a che fare con la democrazia il quartiere gay di Londra o di San Francisco? E ancora, i quartieri gay fanno di una città una città “plurale” o solo una città con dei “ghetti” – voluti, dalle associazioni gay, e ben accettati, ovviamente, dalla restante società-etero-civile – e dall’equilibrio precario?

Sono forse l’unico ad immaginare una società democratica nella quale gli eterosessuali e gli omosessuali vanno a ballare tutti nelle stesse discoteche “democratiche”? Non è forse questa la democrazia? Se gli esponenti dei movimenti gay e lesbici non sono in grado di indirizzare la protesta in queste direzioni, che se ne tornino a casa: la loro presenza non è più desiderabile proprio perché fino ad oggi si è rivelata totalmente fallimentare, altrimenti non staremmo qui a interrogarci sulla questione.

In una società in cui imperversa l’ignoranza, l’unico modo per combatterla è porre in essere azioni dotate di senso, lastricare insieme le vie dell’integrazione e non innalzare i muri dei ghetti, perché a quel punto sarà inevitabile che chi vive nella bambagia dentro il ghetto, fuori da esso sarà diverso, emarginato, fragile, immediatamente riconoscibile ed esposto quindi ad ogni sorta di misconoscimento sociale, da quello più subdolo a quello più sanguinario.

La storia, quella di pochi anni fa, quella del cuore del triste Novecento, ce lo dovrebbe aver insegnato bene, in fondo.

 

Federico Zappino

Dottorando in Scienze Sociali – Scienze della governance e dei sistemi complessi

Università degli studi di Sassari


31.10.09

Mode d’Oltremanica!

Nel corso di una lezione del Dottorato di ricerca tenuta dal Prof. Moore[1] (Università di Cambridge) siamo venuti a conoscenza di una singolare normativa in campo sociale che da alcuni anni è stata adottata nel Regno Unito.

Qual è l’ultima fobia del Regno Unito? Quel Regno Unito in cui da decenni convivono pacificamente etnie diverse, dove sono stati superati gran parte dei pregiudizi culturali, dove la multiculturalità è un valore, dove è considerato cittadino inglese una persona con origini e tradizioni indiane o mussulmane e così via?

L’ultimo spauracchio del Regno Unito sono i giovani minorenni, quei giovani che non seguono una condotta degna di un  “piccolo lord”, ma che al contrario suscitano nuovi timori tra le generazioni più mature, quei giovani che dovrebbero rappresentare il futuro del Paese.

Da quando è salito al potere, il partito laburista capeggiato da Mister Blair ha identificato nella riduzione dei comportamenti antisociali e nella paura del crimine uno dei cavalli di battaglia del suo programma politico, introducendo una serie di misure punitive come risposta al problema: gli ASBO (anti social behaviours orders). I soggetti presi di mira dagli ASBO sono prevalentemente i minori le cui attività sono considerate equiparabili a quei comportamenti antisociali che potrebbero sfociare in azioni criminali.

Tali misure, a quanto pare, hanno accresciuto la paura del crimine tra gli adulti. Paura, la cui conseguenza principale è un maggiore controllo informale da parte della comunità e una maggiore distanza generazionale che impedisce una conoscenza vera e propria attraverso il dialogo reciproco e il superamento dei conflitti.

Le misure restrittive sono indirizzate a comportamenti antisociali che da noi sarebbero definiti semplicemente “disturbo della quiete pubblica” o “schiamazzi notturni” (vedi Anti-social Behaviour Act 2003). Oltremanica, invece, comportano il divieto di aggregazione in determinati spazi urbani, il divieto di accattonaggio, lo scrivere sui muri dei writers e così via. La  risposta del governo Blair è stata quella di punire tali azioni mettendole alla stessa stregua di quelli che possiamo definire veri e propri atti criminali. Infatti i minori accusati di  aver commesso comportamenti antisociali, in automatico, sono soggetti a misure punitive, sono segnalati alla comunità attraverso una sorta di affissione pubblica con tanto di foto del minore e data di scadenza dell’ordine di restrizione. Una misura oltremodo stigmatizzante, quasi come l’essere messo alla gogna o essere un soggetto ricercato dalla legge, dunque pericoloso!

Uno dei motivi principali del disagio giovanile è la noia, l’assenza di interessi, la mancanza di politiche che si impegnino ad ascoltare e valorizzare le risorse dei giovani; tutto ciò potrebbe essere una possibile causa dei comportamenti antisociali della maggior parte dei giovani, che in qualche modo comunicano un malessere.

Malessere trasformato dalla politica e dalla società in paura per la propria sicurezza e la propria tranquillità, da tenere sotto stretto controllo e frenare con misure punitive, senza domandarsi minimamente quale sia il vero motivo di tali comportamenti caso per caso, cosa stia succedendo nella società e quali soluzioni sarebbero da adottare per dare una risposta positiva e soprattutto quali strumenti offrire per superare momenti di conflitto. Per esempio attraverso il dialogo pacifico e il confronto e la creazione di una relazione sociale tra i giovani e la comunità.

In conclusione, è necessaria un’ulteriore riflessione che invece ci riguarda da vicino: in Italia il medesimo atteggiamento e l’adozione di sproporzionate misure punitive sono stati adottati nei confronti del fenomeno dell’immigrazione clandestina identificando lo straniero extracomunitario in un delinquente a prescindere dai reali motivi per i quali queste persone siano costrette ad abbandonare i loro Paesi.

Stefania Frongia


[1]S. Moore,  Can Intergenerational Practice Offer a Way of Limiting Anti-Social Behaviour and Fear of Crime?, in Howard Journal of Criminal Justice, 2006,  vol. 45, No. 5, pp. 468-484.

09.10.09

Donne e uomini «pensanti» per rompere il muro del silenzio

Da snob mi consento diverse cose, ormai è «facile» si è snob nel confidare nella ricchezza culturale piuttosto che in quella anti-culturale, e/o nel nutrire disinteresse per lo «scambio tra corpo e carriera», e/o nell’esprimersi contro il cinismo. Mi consento di guardare poca Tv orwelliana, sfogliare quotidiani inglesi, indignarmi: è evidente anche a me che le donne (ma non tutte le donne) stiano impiegando ogni risorsa per esibirsi con fare sguaiato, valorizzare un corpo porno–soft (o hard), concepirsi alla stregua di effettivi oggetti sessuali (in quanto oggetti, si vendono e acquistano a «prezzo di mercato »), vivere la propria sessualità in funzione della gratificazione maschile (non di tutti i maschi), agognare denari e successi facili. Già le donne (ma non tutte le donne) aspirano all’uggiosa omogeneità delle letterine, modelle, troniste, veline e, recentemente, escort. Recentemente? Dai tempi di Eva? Senza trascurare che, banalmente, benché spogliarmi sia un mio diritto (si badi bene: non un mio dovere), rimane vero che vi sono nudità e nudità: alcune belle, pure, non strumentali, altre orribilmente pornografizzate. Il privato si è trasformato in pubblico e il pubblico in privato. C’è privacy e privacy, pubblico e pubblico. Si promuove la lotta contro la violenza sulle donne, ma si promuovono anche le escort. Il denominatore comune: esternare. Eppure rido con Roberto Begnini a radio Rtl: «Parleremo anche di cose leggere, escort, mignotte e ballerine, tutte cose pubbliche. Non vorrei, Silvio, toccare temi privati come la crisi e la disoccupazione». Rido perché Begnini è un comico, e non un comico riciclato in un politico, né un politico camuffato da comico (le troppe gaffe di George Bush non mi facevano affatto ridere). Un riso amaro perché permane il dubbio che tutto questo si connetta (come?) a un vecchio slogan femminista: il privato è politico, è pubblico. Nella nostra presente società, scurrile e volgare, gli interpreti e le interpreti dello slogan ormai eccedono: non vorrei discettare con loro di Kate Millett (chi era costei?), meglio qualche «gossip» sui modelli femminili assoluti della contemporaneità: Victoria Beckhman, Paris Hilton, e via dicendo, quando va bene.

Perché non reagire? Reagire a cosa? Non reagiamo a noi stesse che sbeffeggiamo la democrazia, astenendoci dal votare per la fecondazione assistita, la diagnosi preimpianto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non reagiamo quando gli intellettuali tessono le lodi dell’irrazionalità, col risultano che la dicotomia femmina/maschio, donna/uomo (dicotomia sessista) viene a rafforzarsi nell’immaginario collettivo, con i maschi/uomini che permangono nell’essere giudicati non solo animali umani razionali, ma anche attivi e oggettivi, in opposizione a donne che risultano non solo animali non umani (in quanto oggetti sessuali) ma anche irrazionali, emotive, passive, soggettive. Non reagiamo di fronte ai sinonimi di «uomo» e di «donna» che troviamo nella versione 2007 di Microsoft Office Word. Sinonimi di «uomo»: «essere umano, persona, individuo, genere umano, il prossimo, umanità, gente, maschio, adulto, addetto, operaio, tecnico, giocatore, atleta, soldato, militare, elemento, unità, un tizio, un tale, uno, qualcuno. Sinonimi di «donna»: «femmina,gentil sesso, bel sesso, sesso debole, signora, signorina, donna di servizio, domestica, cameriera, collaboratrice familiare, colf, governante, dama, regina. Manca «escort»: peccato! Il referendum, il fascino dell’irrazionalità, i sinonimi Microsoft appaiono innocui rispetto a «culi, fighe, peni, tette» sbattuti ovunque, oltre che in prima pagina. Apparentemente innocui. Perché se irrazionali, emotive, passive, soggettive, le donne non riescono a nutrire fiducia nelle proprie capacità intellettive, ad aspirare, per merito comprovato, non per «gnoccheria», a posizioni scientifico-culturali di spicco, ove il corpo non debba venir mercificato.


Per di più, prima di reagire in quanto donne, e non in quanto donne e uomini consapevoli nonché pensanti, occorre sollevare qualche semplice domanda: cosa abbiamo in comune noi donne, oltre il sesso d’appartenenza – sempre che con «sesso» ci si riferisca a qualcosa di univoco?; l’appartenenza a un sesso e/o a un genere è «naturale», nel senso che, se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), rimani tale per la tua intera esistenza? Sostenendo che tutte le donne appartengono al medesimo sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile non risultiamo ciechi nei confronti delle tante differenze che sussistono tra le stesse femmine/ donne e tra gli stessi maschi/uomini, rischiando di sottolineare e condizionare indebitamente comportamenti e competenze declinate al «maschile» e al «femminile»? Perché ingabbiare le nostre individualità, le nostre singole peculiarità? In Italia domina la cosiddetta filosofia della differenza sessuale, su un piano anche socio–politico e religioso: le donne sono essenzialmente simili, e da ciò ne deriva, volente o nolente, che tutte le donne sono (o debbono essere?), più o meno, dolci, empatiche, sensibili; adatte a compiti di cura, e non a quelli dirigenziali, intellettuali, militari, politici, scientifici; umili e deferenti; poco assertive; fisicamente e psichicamente deboli. E perché non anche necessariamente provocanti, con una nuova ermeneutica inconsapevole del «questo corpo è mio e me lo gestisco io», o forse solo un’estrosa interpretazione del «my body is my own business »? È l’essenzialismo, non solo gli uomini di potere e le loro escort, a trasmetterci, almeno a livello teorico, la convinzione che ciò che è virtuoso nel femminile è patologico nel maschile, e viceversa. È virtuoso l’uomo con le rughe, che si circonda di escort, mentre è patologica la donna con le rughe che si circonda di escort; è virtuoso l’uomo duro, patologica la donna dura - fortuna che le realtà ogni tanto smentiscono le fantasie: per esempio, alla fine le rughe di Hillary Clinton hanno prevalso su quelle di John McCain, mentre a capo degli istruttori dell’US Army vi è il sergente maggiore Teresa King.

In verità, apparteniamo in modo fluido al mondo, in quanto donne e uomini in carne e ossa; non possiamo esentarci dalle nostre responsabilità individuali, schermandoci dietro la schematicità delle essenze. Responsabilità che concernono anche la preferenza sessuale: desideri, sogni, fantasie, identità, atti, scelte, riconoscimenti privati e pubblici, non invariabilmente eterosessuali, anzi, nonostante l’imperante eterosessismo e la crescente irragionevole omofobia. Se il silenzio deve essere violato, non potrà, in fondo, esserlo che da donne e uomini, consapevoli e pensanti. La donna non è che pura apparenza, al pari de l’uomo, uno strumento coercitivo per imporre a singoli individui determinati comportamenti, legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre. Ruoli culturali, professionali, sessuali e sociali distinti? Se rispondi in senso negativo, non sei una «vera donna» - o un «vero uomo»? La disapprovazione contenuta nel «Tu non sei una vera donna» ci interessa sul serio? Le «vere» donne ormai (escort o madonne, che siano, nella vecchia classificazione, non affatto desueta) non risultano, forse, donne solo a causa di desideri sessuali, che corrispondono a quelli che la donna deve avere, donne che frequentano certi palazzi e certi uomini? Come reagire? Con una comunicazione, fisico-verbale, ove non sussiste equivalenza tra sessualità e genialità, con una corrispondenza in cui si esplora se stessi/e e l’amato/a in un’eroticità anticonformistica, in cui le donne(almeno alcune) travalicano, anche da tempo, lo stereotipo logorato dell’oggetto da assoggettare, consumare. Donne e uomini, consapevoli e pensanti, possono relazionarsi tra loro da veri e propri individui, rispettarsi, per evidenziare le molteplici differenze che corrono tra donne, al di là di quelle insulse omogeneizzazioni che le desiderano comunque silenti. Pur ricordando che anche il silenzio è una forma di comunicazione, rompiamo il silenzio, sì, insieme agli uomini pensanti, seguendo la stupenda mente androgina di Virginia Woolf (chi era costei?) nelle Tre ghinee: «Ci troviamo qui… per porci delle domande. E sono domande molto importanti; e abbiamo pochissimo tempo per trovare la risposta. Le domande che dobbiamo porci… e a cui dobbiamo trovare una risposta in questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse, la vita di tutti gli uomini e di tutte le donne, per sempre… È nostro dovere, ora, continuare a pensare… Pensare, pensare, dobbiamo... Non dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci troviamo a vivere?». Difficile accusare Virginia Woolf e la sottoscritta di bigottaggine; per quanto mi riguarda, sono solo una vecchia signora posata, di quarantasei anni, che cerca di adempiere al proprio dovere.

Nicla Vassallo (L’Unità 12 settembre 2009)


14.09.09

L’Aquila 4 mesi dopo

Spazio e economia urbana

Arrivando a L’Aquila dall’autostrada la prima cosa che incontri è la zona industriale con i suoi centri commerciali rimasti in piedi dopo il sisma. C’è il “Globo”, shopping mall di abbigliamento sportivo e calzature con sedi in tutta Italia. Se qui chiedi a qualcuno: “dov’è il Globo” tutti in città sanno a cosa ti riferisci. Nel parcheggio del centro commerciale c’è uno dei cento campi della protezione civile che insieme raccolgono ancora oggi 20.000 sfollati aquilani, con le loro tende blu e i loro sebach, come tutti qua chiamano i bagni chimici[1]. Altri 20.000 sfollati invece sono alloggiati in alberghi nella costa abruzzese. I panni stesi dal 4 aprile ci ricordano che in tanti non sono ancora rientrati in casa, neanche una volta, e anche chi a casa rientra, spesso non ci dorme e preferisce la tenda o farsi piazzare un container in giardino. Allo stesso tempo la forma urbana si modifica profondamente. Con la chiusura delle fabbriche, tra le quali spiccava l’ITALTEL[2] sede oggi di due campi, l’economia della città era fortemente incentrata sull’università: 20.000 studenti fuori sede, che influivano in maniera significativa su una popolazione di 70.000 residenti. Grazie all’università la città ha investito molto sulla cultura e sul suo centro storico anch’esso diventato luogo di consumi culturali. Il centro ora è completamente chiuso, tutto zona rossa. Dappertutto spuntano case in legno, prefabbricati che vanno a sostituire gli esercizi commerciali danneggiati dal sisma, le roulotte e i camper. In questa situazione di forte precarietà, ecco esplodere l’economia classica di Adam Smith: domanda e offerta. Da un lato la “mano invisibile” si presenta in tutta la sua durezza. Basta pensare al costo dell’affitto degli appartamenti che, dal 6 aprile ad oggi, è più che raddoppiato. D’altro lato le pubblicità e i cartelli affissi sulle strade sono un buon indicatore di economie nuove. Ne troviamo uno che pubblicizza un’esposizione di roulotte, che puoi affittare per comodi venticinque euro al giorno oppure quelli che pubblicizzano prestiti per ricostruire la casa o ancora il servizio di trasloco dei mobili. Poi ci sono tanti cartelli di plastica che, precari come la città, sono legati ai pali della luce, agli alberi o alla segnaletica stradale. Quasi tutti segnalano l’apertura di esercizi commerciali, ovvero la riapertura là dov’era una volta oppure in una nuova sede, sul suolo pubblico in un container, oppure in casette di legno collocate lungo via della Croce Rossa, fino a poco tempo fa una via periferica de L’Aquila.

L’aspetto della città è profondamente modificato, banche,  uffici postali e uffici pubblici spostati nei container, tutto quasi surreale tra la periferia americana e la città sotto i bombardamenti, un po’ campo profughi e un po’ come una delle città invisibili di Calvino, “che riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.

Gli attori sociali

Nella città de L’Aquila si muovono nuovi attori sociali. Il primo, il più importante se si osservano le relazioni di potere, è sicuramente l’intero apparato di governo della crisi, guidato dalla protezione civile e più precisamente dal DI.Coma.C. (Dipartimento Comando e Controllo) che ha preso su di sé la titolarità dell’azione degli enti locali, commissariati dopo il sisma, coordinando l’azione dei vigili del fuoco, delle forze armate e di polizia. In secondo luogo gestisce l’amministrazione del territorio, in modo particolare quella dei campi e degli sfollati. La presenza della protezione civile è segnalata da cartelli stradali presenti solo qui, di colore rosso e blu che indicano la presenza di un campo oppure di uno dei 7 C.O.M  (Comando Operativo Misto), le unità amministrative in cui è stata ripartita l’area colpita dal terremoto. Questo apparato porta con sé una popolazione urbana fatta di volontari e professionisti dell’emergenza che collaborano con gli operatori locali.  

Parallelamente si assiste alla comparsa di comitati e movimenti sociali urbani. Emblematico è il caso della rete di coordinamento 3 e 32, che prende il nome dall’ora del terremoto. Subito dopo il terremoto un gruppo di giovani ha deciso di non andare nei campi piazzati dalla protezione civile ma di autogestirsi. Installati nel Parco dell’Unicef, ora chiamato piazza 3 e 32, hanno aperto uno spazio sociale con l’aiuto e le donazioni della rete dei centri sociali, dove è stata costruita una casetta in legno adibita a sala computer per la connessione ad internet, un’altra casetta è uno spazio di informazione per le donne chiamato Magnitudo Lady, infine un tendone polifunzionale che funge da palestra, sala prove, sala convegni.  Al 3 e 32 si organizzano spettacoli, discussioni pubbliche sui problemi della città e della ricostruzione e si progettano (e si avviano) modalità alternative di ricostruzione. Da qui è partita la protesta per la mancata assegnazione delle case sfitte che ha avuto grande risonanza durante il G8 sotto lo slogan “Yes we camp, but we don’t go away”. Anche il presidente della Regione Gianni Chiodi (PdL) è passato qua ad incontrare il gruppo del 3 e 32 e, nonostante le differenza di posizione, si è trovato ad ammettere che qui sta nascendo la nuova classe dirigente aquilana[3].

Il programma del governo per la ricostruzione, meglio noto come progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili), ha portato in città molte ditte del nord Italia vincitrici delle gare d’appalto per la realizzazione dei quartieri dormitorio antisismici che vanno sotto il nome di “New Town”. Con le ditte sono arrivati anche gli operai dalla Puglia, dal Veneto dalla Lombardia. La mattina non è strano vedere arrivare e ripartire pullman carichi di operai che provengono da fuori. Si tratta di una popolazione che sembra viva in città quasi esclusivamente per gli orari dei turni di lavoro, dormendo in capannoni appositamente allestiti. Gli operai lavorano fino a notte con turni eccezionali e non mancano gli incidenti sul lavoro.

Infine i turisti sismici, coloro che vengono a visitare la città, a fotografare le case cadute oppure a percorrere l’unica strada del centro messa in sicurezza, che porta dalla Villa Comunale a piazza Duomo, visitabile solo di giorno, e presidiata dagli alpini la notte. “Quello che ci infastidisce del turista sismico - mi spiega un gruppo di amici aquilani che lavorano come psicologi volontari nei campi - è che L’Aquila era una città d’arte, con opere considerate patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ma non  aveva turismo. Ora vengono qua a fotografarla, quando ormai L’Aquila bella non ci sta più”.

Questioni politiche?

Quello che avviene a L’Aquila a 4 mesi dal terremoto merita qualche considerazione di tipo politico. Nei precedenti terremoti che hanno colpito il Paese l'azione è stata quella di dare quasi nell'immediato dei moduli abitativi temporanei in attesa della ricostruzione. Questa era la richiesta fatta da parte della società civile aquilana. Invece assistiamo ad un intervento sui generis. Le persone dopo 4 mesi dal sisma sono perlopiù ospitate in alberghi sulla costa o nei campi, in attesa della costruzione delle case, o meglio in attesa della realizzazione del progetto C.A.S.E. fortemente voluto dal governo e dalla protezione civile. L’idea di poter restituire immediatamente alle persone un’abitazione evitando i moduli abitativi temporanei, che chiamiamo container con una nota di stigma negativo, ha portato alcune conseguenze che vanno tutte a pesare sulle spalle della popolazione colpita dal sisma. In primo luogo, alloggiate negli alberghi e nei campi le persone sono state allontanate dai loro contesti di vita e dalla città. E quei  panni ancora stesi alle finestre ci ricordano che sono in molti a non essere più rientrati nella casa. Quello che rende il progetto CASE drammaticamente farraginoso è una mancata considerazione. La città non è la somma degli edifici che la compongono. Non si è tenuto conto dell’importanza delle relazioni sociali, delle condizioni materiali dell’esistenza e dell’importanza del coinvolgimento delle persone nella ricostruzione. Si è scelto invece di istituzionalizzare quasi la metà della popolazione nei campi recintati, dove vigono spesso regole ferree su orari di ingresso e uscita, dove non è possibile cucinare nelle tende ma bisogna mangiare nella mensa. Un’istituzione dove  spoliazione del sé e l’oggettivazione delle persone ricordano da vicino quello che ci ha insegnato Goffman sulle istituzioni totali. Questa scelta di controllo sociale forte, probabilmente dettata dal voler prevenire le situazioni di conflitto sociale che possono scoppiare a settembre quando i campi dovranno essere chiusi (mentre non è ancora chiaro chi avrà la casa e chi no), non ha considerato la necessità della partecipazione, della ri-acquisizione di capacità dei residenti (lavorative in primis) e della costruzione di un tessuto sociale coeso che avrebbe contenuto le situazioni di conflitto in modo sicuramente più efficiente.

Una considerazione conclusiva merita il rischio sismico e le sue conseguenze sulla popolazione. Secondo la nota teoria del sociologo tedesco Ulrich Beck nella società del rischio assistiamo a “rischi democratici” che colpiscono indipendentemente, dallo status o dalla classe sociale. Alla luce di quello che avviene a L’Aquila negli ultimi mesi c’è da domandarsi se le conseguenze del terremoto (che ha colpito tutti indifferentemente), non andranno invece a riversarsi sulle fasce più deboli della popolazione, su quelle con meno strumenti per affrontare la situazione come i pensionati e i disoccupati aquilani. Bisognerà attendere i prossimi mesi per avere un responso a questo quesito, nella speranza che gli errori fatti non rechino fin da ora una risposta quasi scontata.

Daniele Pulino

 AGOSTO 2009


[1] Sebach deriva dal nome dell’unica ditta che fornisce i bagni chimici installati a L’Aquila dopo il terremoto.

[2] L’ITALTEL, azienda di prodotti elettronici e tecnologici aveva  a L’Aquila negli anni ’70 circa 5.000 dipendenti. Nel 2001 i dipendenti erano scesi a 500. Dal 2002 al 2005 la fabbrica (controllata dalla SIEMENS) chiude definitivamente i battenti. Nell’aprile 2009 i cassaintegrati aquilani erano circa 3000.

[3] Terremoto. Chiodi incontra i comitati in “Il Centro” del 12 agosto 2009.


13.07.09

Il  first-man della terra.

Tutti conoscono Michelle Obama, Carla Bruni, Sarah Brown, Veronica Lario (ormai ex first-lady) ma nessuno conosce il first-man della  Cancelliera tedesca. Nell’Italia gossipara la cosa non poteva passare inosservata, ma dietro questa vicenda potrebbe celarsi una qualche discriminazione di genere, magari indiretta o alla rovescia? Il “G8 rosa” doveva forse prevedere la prima quota azzurra per Herr Merkel?

Joachim Sauer, famoso scienziato, sessantenne accademico, “sconosciuto” marito di Angela Merkel, alla fine ha rinunciato all’udienza privata con Papa Ratzinger, in compagnia delle due più famose ministre della Repubblica (on.li Carfagna e Gelmini), ai pranzi di Stato riservati alle first-ladies, perdendosi anche la foto di rito.

Ha accompagnato in Italia per il G8 dell’Aquila la moglie Angela Merkel, ma non ha partecipato alla visita ai Musei Capitolini, alla colazione in Campidoglio con la padrona di casa Isabella Rauti, signora Alemanno, al tea del Quirinale offerto dalla signora Clio Napolitano, ma soprattutto non ha sfruttato l’occasione per fare shopping nel centro di Roma, con i personal shopper schierati dall’organizzazione dell’evento; tutti appuntamenti in qualche modo al femminile, organizzati dalle mogli dei personaggi politici o dalle stesse donne della politica.

Simpaticamente, da una parte, rivendichiamo il diritto del professor Sauer a essere coinvolto agli eventi proposti in modo paritario con  le  colleghe first-ladies o almeno partecipare ad appuntamenti che possano ugualmente divertire e intrattenere gli uomini compagni o mariti delle donne politiche. Dall’altra, denunciamo ancora una visione della politica maschilista che non corrisponde alla timida evoluzione politica che oggi vede al vertice di alcuni Paesi Capi di Stato donne.

C’è da augurarsi che nell’agenda del prossimo G8, organizzato da una Presidente del Consiglio italiana, magari a L’Aquila ricostruita, si metta all’ordine del giorno la “festa dei mariti e compagni” delle Capo di Stato, da discutersi tra un serio impegno per la pace nel mondo e un rilancio della tutela ambientale.

Alberto Valenti


18.05.09

Spesso si dice che in Sardegna si capovolge l’assetto della geografia economica mondiale. Difatti, se solitamente le zone che stanno nel Nord del Mondo, nel Settentrione del Paese, sono di gran lunga più sviluppate, la Sardegna registra un rovesciamento della ricchezza tra il “capo di sopra” e quello “di sotto”. Con tutta l’imprecisione di una generalizzazione di questo tipo, anche perché anche la nostra Isola ha il suo Nord-est (Olbia), si può comunque affermare che la Sardegna in generale vive un momento molto difficile e non solamente per la crisi che colpisce l’intera economia mondiale ma anche per una “povertà” istituzionale e strutturale che risulta essere tutta locale.

Si registra, infatti, un’incapacità di scelta che viene da lontano per cui chi ora autorevolmente utilizza espressioni del tipo “Svegliati Nord-Sardegna”, avendo governato in questi ultimi cinquant’anni, dovrebbe quantomeno porsi il quesito “ma dove ho sbagliato?”, visto che il presente e il futuro vanno letti come il risultato di un’operazione di somma algebrica delle cose fatte fino a oggi. John Kenneth Galbrait sosteneva che in economia (e in politica), come nella vita gli effetti delle scelte operate nel passato le viviamo nel presente, perciò quelle del futuro derivano in gran misura da quelle che riusciamo a prendere nel presente.

E diciamocelo, il nostro presente è un quadro a tinte fosche che prelude a un futuro ancora peggiore.

Facendo una rapida ricognizione della situazione ci accorgiamo che il sistema sardo è sempre stato in equilibrio precario: togliere qualcosa nella struttura significa perdere sempre più, se poi si toglie contemporaneamente in più parti la situazione precipita. A oggi sembra che la situazione sia già precipitata, senza peraltro che le Istituzioni abbiano rischiato alcunché per evitare che venisse decretata l’ora del decesso.

E però, siamo proprio sicuri che questo decesso sia ineluttabile?

È di pochi giorni la notizia della prossima apertura della multinazionale dell’arredamento (auto componibile e standardizzato) IKEA nella zona industriale di Truncu reale. L’insediamento di una realtà commerciale così imponente ha, evidentemente, una pluralità di significati. Il primo ci pare positivo perché si propone come elemento di controtendenza: in un territorio dove si smantella e si va via, c’è un colosso internazionale che arriva e che, senza ombra di dubbio, ha fatto le proprie valutazioni economiche e investe in questa parte dell’Isola.

È possibile che solamente l’IKEA, con la situazione di crisi che imperversa, individui elementi sufficienti per compiere un tale investimento e ne colga l’opportunità di un proficuo futuro? E ancora, è possibile che non ci siano imprenditori sardi capaci e lungimiranti che abbiano una forte capacità di rischio perché sorretti da una visione del futuro? E le nostre istituzioni che ruolo hanno in questa sollecitazione?

Ad esempio, in merito alla notizia dell’IKEA, ci sembra difficile credere che ancora oggi le amministrazioni locali non facciano leva su normalissime misure di controllo e tutela della situazione locale dell’occupazione e di protezione sociale. È vero che si creeranno dai 400 ai 600 posti di lavoro, vitali quanto l’acqua nel deserto, ma non si pongono, per esempio, dei paletti fondamentali circa l’assunzione di determinate categorie di lavoratori, in prevalenza di donne, di assunzione di impegni per il rispetto delle normative in materia di maternità, di regole di prossimità alla residenza e di tutto quello che invece le altre amministrazioni locali dei Paesi europei esigono dalle multinazionali del commercio (un esempio molto attuale, l’imposizione delle Comunità autonome spagnole che hanno imposto a El Corte Inglés l’adozione di alcune misure ulteriori di protezione sociale e che la Società ha recepito sia come risultato di un accordo che come campagna di promozione e d’immagine  per l’adesione a buone pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa).

In conclusione, la debolezza principale della Sardegna continua ad apparire più politica che economica, o meglio, sono i soggetti che governano gli esseri umani e le cose a dover in primo luogo avere un’idea del futuro, e poi, in un contesto chiaro di regole, quelli economici devono assolvere alla loro parte.

Centro Studi Urbani dell’Università di Sassari


13.05.2009

Sulla proposta della facoltà di Giurisprudenza di conferire una Laurea honoris causa al colonnello Gheddafi sentiamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro dissenso e invitare a  esprimersi in merito i colleghi di tutte le facoltà e in primis i candidati alla carica di Rettore. E’ infatti l’Ateneo nel suo complesso che conferisce una laurea honoris causa, ed è quindi su ciascuno di noi – e non solo sui proponenti - che ricade la responsabilità del messaggio culturale e politico che ogni laurea ad honorem veicola e che viene amplificato dalla notorietà delle persone a cui si attribuisce.

Non è in dubbio, per quanto ci riguarda, il valore di proseguire, rafforzare, allargare il dialogo con il mondo islamico, e in particolare con i popoli e le culture con cui condividiamo il Mediterraneo. Diciamo però ai colleghi di Giurisprudenza, che portano il contributo a questo dialogo come motivazione della laurea al colonnello Gheddafi, che non è questa la strada giusta. I colleghi certamente non ignorano le violazioni del diritto internazionale che hanno caratterizzato a lungo la politica estera del leader libico, e oggi vedono come noi le violazioni ai diritti umani delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e fame, e ai diritti dei detenuti politici e non, giusto per fare qualche esempio. Certo, il dialogo si fa ed è utile soprattutto con chi non la pensa come te, con chi si muove in altre direzioni. Ma una politica del dialogo deve saper usare modi e sedi appropriate ai diversi attori, altrimenti possono prodursi mistificazioni avvilenti o esiti paradossali, ed è questo, secondo noi, il rischio che correrebbe l’università di Sassari laureando in Giurisprudenza un uomo che  usa la legge e governa come il colonnello Gheddafi fa da decenni.

Luigi Bua

Antonio Fadda

Maria Grazia Giannichedda

Antonietta Mazzette

Camillo Tidore

Patrizia Patrizi


21.04.09

Una questione di bandiera

Qualche giorno fa, curiosando, come abitualmente faccio, nel sito della Regione Sardegna, ho notato un particolare che forse ai molti sarà sfuggito, anche perché, apparentemente, non rappresenta nulla di che, o almeno nulla su cui valga la pena di spendere qualche riflessione.

A me invece ha colpito molto e ci ho costruito sopra molto di più che qualche riflessione.

Mi riferisco al “nuovo” logo della Regione che domina la home page, tutte le pagine del sito, le circolari e le carte intestate dell’ente regionale. Ed è il logo che ritroviamo ovunque, quello che rappresenta la nostra regione anche nelle semplici brochure, nelle locandine degli eventi culturali nostrani, nei comunicati stampa istituzionali, etc. Da qualche giorno, infatti, la semplice bandierina “soriana” (di Soru, si dice così?) è stata sostituita dal logo classico della Sardegna, quello istituito nel 1952, ossia il gonfalone ovale nel quale la bandiera dei quattro mori è incastonata in una cornice dall’aspetto rococò.

Grandi parole e litri d’inchiostro sono stati versati da autorevoli sociologi, antropologi, filosofi sull’importanza dei simboli e sul loro significato. Lungi dal volerli accademicamente citare – ma ai quali rimando – l’idea guida delle teorie sulla simbologia è che un semplice e piccolo logo (o disegno, o scarabocchio, o monile, o statuetta) sia in grado di rappresentare una comunità e i suoi ideali, i suoi valori, la sua storia, ma è anche la luce che rischiara la strada sugli scenari futuri, un faro sempre acceso che ricorda a tutti i componenti di quella data comunità quale sia la loro identità. Questo avviene per la croce, nella quale il cristiano che vive ad Osidda vi legge un valore, un ricordo e una prospettiva che lo accomunano e lo avvicinano al cristiano che vive a Caracas. Avviene per la falce e il martello, nei quali l’impiegato di fede politica comunista della bassa ferrarese vi si identifica tanto quanto il poeta maledetto di San Pietroburgo. Questi esempi ci indicano, quindi, quale sia la forza suggestiva del simbolo, che è capace non solo di avvicinare persone spazialmente distanti in virtù della sua universalità, ma anche di rappresentare graficamente l’idea, il concetto, la filosofia, la storia, la cultura di un luogo, una religione, un movimento politico, un’azienda. In una parola, è la rappresentazione grafica di una identità.

E “identità” è un termine che in Sardegna ha sempre assunto connotati di delicatezza, una questione a sé, accomunabile a poche altre simili realtà nel mondo, un capitolo sempre aperto che, però, nessuno si prende mai la briga di concludere.

Lo stemma dei quattro mori, nei quadranti della croce rossa di San Giorgio su campo bianco è il simbolo identitario della Sardegna: lo conosciamo tutti, e tutti lo conoscono nel mondo; forse non tutti nel mondo sanno cosa rappresenti, ma i sardi lo sanno. Nel corso dei secoli, poi, questo simbolo ha assunto diverse forme, pur restando inalterato nel suo significato: durante il regno sardo-piemontese, solo per citare la storia recente, aveva attorno a sé tutto un ghirigori barocco dorato (efficace trasposizione grafica della situazione storico-politica).

Qualche anno fa, l’ex presidente Soru decise di modificarlo. Via i fronzoli rococò: lo stemma era, da qualche tempo a questa parte, una semplice bandierina rettangolare, con i quattro mori, la croce e il campo bianco, semplificato nel suo impatto visivo, senza più i rimasugli di un passato magniloquente – ma solo sulla carta – ormai divenuto anacronistico. Soru spiegò il gesto sostenendo che l’assenza del citato gonfalone rococò stava a simboleggiare “un segno importante del cambiamento in atto all’interno della amministrazione […] una Regione aperta e trasparente, che comunica con semplicità e chiarezza”, accompagnando a questi enunciati un paper dal titolo “Linee guida sull’identità visiva istituzionale”, pubblicato sul sito internet. È per volere di Soru, altresì, che tale sito sia esteticamente bello, funzionale, ricco di immagini e di materiale scaricabile, che ha ottenuto il riconoscimento per essere il sito più chiaro e interessante di tutte le amministrazioni regionali italiane. E la scelta del sito, esattamente come la scelta del simbolo senza gonfalone di sabaude memorie, non era solo una strategia di marketing o di comunicazione.

L’ex presidente, infatti, conosceva bene l’importanza dei simboli e tutte le opportunità che la modifica grafica di uno stemma poteva offrire, a partire dalla risistemazione quasi gerarchica delle materie in seno ad esso. Chiunque abbia visitato con attenzione il sito istituzionale si sarà accorto del peso che vi assume il tema della cultura popolare, dell’istruzione, della ricerca scientifica, dell’ambiente e del territorio. Con quel sito (e quel logo semplificato) Soru si era posto l’obiettivo di proporre una nuova idea di Sardegna, da mostrare al mondo grazie ai miracoli di internet, e quindi una nuova declinazione dell’identità sarda. Cultura, ricerca e ambiente erano peraltro i cavalli di battaglia del programma politico del governo Soru, tutte cose che in sessant’anni di autonomia erano inevitabilmente restate in secondo piano perché, apparentemente, non redditizie: ma non voglio assolutamente usare questa sede per esprimere apprezzamenti o critiche al suo operato, né a quello degli illustri ex presidenti.

Dieci anni fa, Salvatore Mannuzzu scrisse uno dei saggi più ben riusciti sulla storia sociale della Sardegna contemporanea, Finis Sardiniae (o la patria possibile): venti pagine di fulminante verità, dosata nelle suggestioni evocative che solo una penna di razza sa produrre. Ringrazio la professoressa Maria Grazia Giannichedda per avermelo suggerito nella lettura e, di rimando, lo consiglio a chi non l’abbia ancora letto[1].

Mannuzzu, in poche parole, interrogandosi sul problema dell’identità sarda (e correlando il tema a tutto il resto: sviluppo economico, progresso sociale e culturale, industrializzazione, etc.), arriva a concludere che in Sardegna vi sia “un’esasperazione del chi siamo?”, e che l’identità sia l’ultima roccaforte ectoplasmatica nella quale ripararsi proprio perché ci rendiamo inesorabilmente conto che quell’identità sarda sta venendo meno. Continuiamo tranquillamente ad associare l’identità sarda alla sua identità criminale – dalla quale deriva tutto un sistema e un certo tipo di capitale sociale –, e facciamo in modo che questa idea si tramandi nel tempo, giustificandola nella sua millantata “simbolicità”, ma non siamo ancora riusciti a salvaguardare ciò che, invece, costituisce la nostra identità genuina, delle piccole cose: e Mannuzzu è formidabile nell’individuare in questo le mele Appiu e le Miali, il maiale sardo, quello vero, le lattughe grandi e bianche “cumenti criadduri”, i canti a tenore, il nostro paesaggio. Se i maiali, con le mele Appiu e Miali nel grugno e le lattughe di contorno, li abbiamo fatti scappare dai nostri recinti tempo addietro – suvvia, le cene sarde che fanno al Cala di Volpe non sono a base di porceddu sardo, anche perché porceddu è un neologismo milanese – siamo però ancora in tempo per salvare il nostro inestimabile patrimonio culturale, prima che marcisca al ritmo del fruscìo delle audiocassette che troviamo sulle bancarelle della Cavalcata sarda o a Sant’Efisio, così come c’è ancora tempo per tutelare il nostro martoriato paesaggio.

Pochi, infatti, nel corso della storia regionale, avevano osato produrre un ragionamento realistico e razionale circa la tutela dell’identità culturale. In quel sito, di cui parlavamo poc’anzi, ci sono invece i primi timidi tentativi di digitalizzare la nostra cultura (con interessanti archivi fotografici e multimediali), insieme ovviamente a tutti i regolamenti sul Piano paesaggistico regionale. Non so se Soru avesse letto Mannuzzu, ma nell’operato del primo non posso fare a meno di leggervi le parole del secondo: “ […] quelle nostre cose non cambiano se non le cambiamo noi. Dunque se insieme non cambiamo noi: è solo questa la possibile conciliazione col moderno. Se non cambiamo noi spendendo quanto chiamiamo identità – con una parola che diventa brutta, retorica, egoistica, perfino reazionaria. Se non investiamo questa identità, senza perderla, in un divenire di solidarietà generale, di presenza nel mondo e nella storia – di presenza che sia anzitutto intelligenza”. Ed è così che vi leggo l’attenzione di Soru nei riguardi della cultura e del suo sogno di far diventare la Sardegna un polo di ricerca scientifica all’avanguardia, il suo recupero della tradizione, quella sana, l’imprescindibile rilievo dell’ambiente come cornice di tutto ciò.

E mi auguro che il nuovo ed acclamato presidente Cappellacci voglia continuare nell’impresa. Ma cosa vuole comunicarci, invece, ripristinando lo stemma della regione che risaliva al 1952? Una pura scelta stilistica o una scelta identitaria? Non so, sinceramente quanti sentano la mancanza della Sardegna ’50-style, dei sequestri di persona, della miseria che generava ignoranza che generava stagnazione economica, sociale e culturale.

Forse le uniche cose che ci mancano del 1952 sono, appunto, il maiale sardo, le mele Appiu e le Miali. Ma non credo che quelle cose possano mai ritornare. Possono, invece, tornare tranquillamente e pericolosamente sulla scena una errata e fallimentare idea di sviluppo, l’ignoranza delle masse, la speculazione edilizia, il deturpamento dell’ambiente.

Il tutto contornato da un gonfalone rococò, si intende.

Federico Zappino


 

[1] S. Mannuzzu, “Finis Sardiniae (o la patria possibile)”, in L. Berlinguer, A. Mattone (a cura di), Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, Einaudi, Torino 1998, pp. 1223-1244.

 


31.03.09

La ranita de la suerte

Simbolo “ironico” della città, ma soprattutto dell’Università di Salamanca, la rana della fortuna è nascosta nel bassorilievo della facciata dell’edificio storico dell’Università più antica di Spagna. Si dice della rana che … quien la encuentra le trae suerte, ma è veramente difficile trovarla!!! Io l’ho vista, grazie a un turista giapponese che me l’ha indicata. Secondo la tradizione, per avere buona fortuna avrei dovuto individuarla da solo, anche se credo molto di più a quel tipo di fortuna che scaturisce dal cogliere le opportunità che la vita offre. Infatti, credo moltissimo nell’esperienza che sto compiendo in Spagna. 

 
(Sede dell’Università)

Mi trovo a Salamanca per un periodo di ricerca e studio presso la Facultad de Derecho; ho scelto questa città quasi per caso, quando il mio tutor ha invitato per un ciclo di lezioni al nostro dottorato un suo collega spagnolo che proveniva proprio dall’Università di Salamanca. Così abbiamo pensato fosse un’opportunità studiare un progetto di ricerca che includesse un periodo di lavoro all’estero appunto in Spagna, a Salamanca.

Dalla seconda metà di febbraio vivo in questa città splendida, a dimensione di studente che dell’Università ha colto lo spirito originario di universalità del sapere e della quale, contemporaneamente, ne ha fatto la principale risorsa economica.

Mi piace descrivere i luoghi con quello che sento dentro e posso definire Salamanca con una parola: “dorata”,  sia per il colore tipico della pietra che riveste gli edifici di questa città e che all’imbrunire brilla, sia perché così la definisce (..dorada Salamanca mia..) Miguel de Unamuno, personalità della cultura internazionale, filosofo, poeta e rettore della stessa Università che più di altri ne ha vissuto le vicende e le emozioni.

 
(Facultad de Derecho)

Mentre ci si addentra nelle vie che portano al centro, ci si rende conto di essere in un vero e proprio splendore architettonico: ogni facciata, ogni portale, chiostro o angolo di strada merita di essere ammirato in tutti i suoi dettagli. A un certo punto ci si ritrova in Plaza Mayor, il cuore pulsante della città, un vero punto di incontro di residenti, studenti e turisti che ne sono i protagonisti. La cosa che più colpisce è la naturale integrazione tra i momenti di vita quotidiana dei salmantini con le abitudini degli studenti universitari e dei numerosi turisti che passano per la città.

Una combinazione nella quale difficilmente si avvertono corpi estranei: si passa dagli studenti che girano con i libri e l’I.pod diretti verso le aule delle facoltà, gli abitanti in giro per le commissioni o per lavoro o gli anziani che eseguono esercizi di ginnastica dolce all’aperto in mezzo alle truppe di turisti con il naso all’insù.

Una città vissuta che la sera concede momenti di socializzazione, divertimento e locali ma anche spazi ideali per una passeggiata o per una manifestazione culturale.

Vedere i luoghi più preziosi della città fruibili dagli studenti per le loro attività didattiche, dagli abitanti per le spese quotidiane o per le attività di lavoro giornaliero mi ha fatto pensare a quanto le nostre città sono chiuse ai loro “cittadini”.

 
(Plaza Mayor)

Alberto Valenti


23.03.09

Le elezioni da sempre rappresentano una causa scatenante di cambiamento e di fermento all’interno di una società. Così è successo in occasione delle recentissime elezioni regionali sarde, con una campagna elettorale molto intensa e coinvolgente, da entrambe le parti.

“La Sardegna al bivio” (Edizioni dell’Asino), raccolta di saggi di alcuni degli intellettuali più conosciuti ed amati del panorama isolano attuale, curata dal giornalista Costantino Cossu, è uno spaccato della nostra terra com’è oggi, quando, qualche mese fa, si è trovata ad un bivio della sua e della storia della Penisola.

La Sardegna è in bilico tra modernità e tradizione, tra globalizzazione e nazionalismo, tra passato e futuro. La Libreria Internazionale Koiné, in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche, vuol far conoscere al grande pubblico questo interessante libro, e ha messo a punto un incontro, coordinato da Giacomo Mameli, con Costantino Cossu il prossimo mercoledì 25 marzo, alle ore 18,30 nell’Aula Rossa della Facoltà di Scienze Politiche, al Quadrilatero (viale Mancini). Insieme al curatore, interverranno alcuni degli autori dei saggi: Salvatore Mannuzzu, Manlio Brigaglia, Sandro Roggio, Antonietta Mazzette, Andrea Massidda, Simonetta Sanna.


05.03.2009

La memoria crollata di Colonia

«Perché gli edifici cadono?»,[1] si chiedeva Mario Salvatori – noto ingegnere italiano che lavora a New York – nel suo libro del 1997.

E se a porsi questo importante quesito è un ingegnere che conosce e pratica le leggi delle strutture quotidianamente, a maggior ragione dovrebbe chiederselo chi, di nozioni strutturali è digiuno. Chi non sa nulla di scienza delle costruzioni ma che comunque ogni giorno vive e frequenta questi piani di materiali, formule statiche, pareti, travi e pilastri, che sono legati da strette relazioni di equilibrio, intrecciate in modo apparentemente inspiegabile, ma che per qualche misteriosa “magia” reggono al proprio dovere.

A volte qualcosa non funziona come dovrebbe. Un palazzo che per tanti anni ha ospitato persone, libri, documenti, un edificio che impassibilmente, per molto tempo ha osservato orgoglioso la propria città dalla sua specifica collocazione, improvvisamente sembra stancarsi e cedere sotto il proprio peso.

A Colonia il 3 marzo scorso è successo proprio questo. L’edificio che ha ospitato l’archivio storico della città per quarant’anni, improvvisamente ha ceduto.

Ha abbandonato il suo compito.

Si è spento su se stesso in una gran nuvola di polvere.

Ha chiuso per sempre i battenti, non solo su se stesso ma su tutta la storia e la memoria della città.

Le perdite umane, riportate dai quotidiani di tutta Europa, sembrano essere di un certo rilievo: si parla di tre feriti e nove persone attualmente ancora disperse.

E se il costo umano è alto, quanto può essere stimato invece, il prezzo della perdita della propria memoria?

Sicuramente potrà essere corretta la valutazione in cifre tonde, proposta dal responsabile dell’Assessorato alla Cultura di Colonia, che afferma che i documenti danneggiati - che testimoniano circa 1000 anni di storia - hanno un valore di 400 milioni di euro.

Questa perdita culturale può davvero essere risarcita dal denaro? È davvero possibile pensare che oggi tutto è acquistabile e consumabile, e dunque che, persa una memoria se ne può ricreare un’altra, magari artificiale?

Al momento non sono note le ragioni del crollo. Questo è quanto sostengono i funzionari incaricati delle analisi del disastro. Ma ben altre parole stanno circolando attorno ai detriti: tutto ciò poteva essere evitato, perché qualche anno fa i lavori di scavo per la metropolitana di Colonia hanno fatto presagire quanto è accaduto oggi.

Si cerca il colpevole, forse si troverà o forse no. Ma anche questo non risarcisce la perdita della memoria storica di un luogo e della sua cultura.

Forse non occorre domandarsi perché un edificio è crollato a cose fatte, ma piuttosto sarebbe più utile interrogarsi costantemente sul valore, sul funzionamento e sulla potenza fisica che occorre riconoscere agli elementi che costituiscono le nostre città.

Se si è in grado di comprendere “perché gli edifici cadono”, allora dovremmo anche essere capaci di valutare i rischi che l’agire materiale sulla città può comportare in tal senso, e cominciare anche a chiederci “Perché gli edifici stanno in piedi?”.[2]

Roberta Prampolini

Dottoranda in Scienze della Governance e dei Sistemi Complessi


[1] Mario Salvatori, Levy Matthys, perché gli edifici cadono?, Bompiani, Roma, 1997.

[2] Mario Salvatori, Perché gli edifici stanno in piedi?, Bompiani, Roma, 2000.


13.02.09

La violenza sulle donne del presidente Berlusconi

Ha detto una cosa giusta e importante Berlusconi l’altro ieri a Sassari quando, richiesto di commentare gli stupri recenti, ha affermato che “anche in uno stato il più militarizzato e poliziesco possibile, una cosa del genere può sempre capitare”. Certo, sarebbe stato più onesto, da parte sua, esprimersi così anche sui fatti analoghi che hanno segnato la campagna elettorale per le politiche, e poteva farlo: i dati sulle violenze contro le donne sono noti da tempo, ed evidenziano in modo inequivocabile che più che lo sconosciuto in un angolo buio noi donne dovremmo temere il marito possessivo, l’ex fidanzato, l’amante respinto, l’amico occasionale che vuole di più di quello che sei disposta a dare pur nell’euforia di una notte di Capodanno. E dunque, se le violenze, inclusi gli stupri e la morte, arrivano alle donne, nella stragrande maggioranza dei casi, da uomini che fanno parte della loro normalità di vita, come si può pensare di inscrivere questo problema nella cornice della sicurezza e affrontarlo con soldati e poliziotti? Berlusconi ha ragione, e francamente avrei voluto sentire argomenti di questo genere anche da parte di Veltroni e di altri leader democratici, che invece hanno riproposto, anche in questi giorni, il mito di una sicurezza  che lo Stato potrebbe garantire alle donne tramite repressione e controllo, magari impiegando mezzi improbabili quali il “braccialetto anti stupro”, una sorta di antifurto che Rutelli propose lo scorso aprile, in piena campagna elettorale, in occasione dello stupro di una studentessa a Roma.

Berlusconi conosce il problema della violenza contro le donne meglio dei suoi avversari politici e vuole discostarsi dalla sua maggioranza? Le cose purtroppo non stanno così, e lo dimostra la sua successiva notazione sull’impossibilità di mettere un soldato a guardia di ogni bella donna. Una “innocente galanteria” che tradisce, in realtà, una lettura dello stupro sbagliata e fuorviante, che al fondo lo giustifica o perlomeno lo minimizza. Lo stupro sarebbe l’esito di un desiderio soverchiante, di bellezze provocatrici, di ormoni tracimanti e siffatte cose. Una lettura non nuova, che anzi è stata a lungo prevalente ma che sembrava finita in soffitta, grazie alle lotte delle donne e anche a un patrimonio di ricerche che evidenziano come lo stupro abbia ben poco a che fare con l’eros, e nasca piuttosto da un’antica, antichissima ideologia sul corpo della donna, che non è quella donna ma è un oggetto che lei si porta appresso, al pari del portafoglio o di un gioiello. Se l’oggetto non è ben custodito, o se l’uomo è superiore fisicamente, o se si è organizzato per esserlo, ecco che questo corpo-oggetto può essere posseduto da altri anche se lei non vuole, anche senza cercare il suo consenso. Questa cultura ha radici profonde, anche giuridiche: sino a ieri lo stupro era un delitto contro la morale e non contro la persona, la “vis grata puellis” ( lei dice di no perché vuole essere costretta ) è stata a lungo un’attenuante riconosciuta, mentre una sentenza recente argomentava che il jeans attillato forse provocava e certo indicava che lei aveva contribuito a sfilarlo. Mettere lo stupro insieme con la bellezza di donne impossibili da custodire, significa essere conniventi con questa cultura dell’oggettivazione che fonda la violenza, e significa al fondo giustificarla, per di più rappresentando gli uomini come dei minus habens determinati dai propri ormoni. Berlusconi ha così svelato che, dietro quella sua uscita felice, c’era in realtà la solita paccottiglia misogina. Ma il valore della prima parte della sua argomentazione resta, e va ripresa con chiarezza e con forza: inscrivere il problema della violenza contro le donne nella generica ( e per molti versi assai discutibile) cornice della sicurezza è un grave errore, che va contro tutte le evidenze di scienza ed esperienza. La violenza contro le donne accomuna, nei fatti, uomini assai diversi per colore della pelle, religione, cultura, condizioni economiche e abitudini di vita: questo è il problema sociale che siamo chiamati a capire e su cui dobbiamo intervenire. Amplificare le ( poche)  violenze di cui sono responsabili i maschi “alieni” e sottacere le ( molte ) violenze inflitte dai “nostri” significa contribuire a una costruzione sociale del problema che è sbagliata e che impedisce di capirlo e di affrontarlo.

Cosa si può fare allora? Politica e informazione devono guardare dalla parte giusta, innanzi tutto. Devono guardare alla vita quotidiana di milioni di donne che, anche nel nostro paese, stanno trasformando la loro vita, studiando anche più degli uomini, assumendosi responsabilità pubbliche nonostante resistenze e ostacoli pesanti, cercando di costruire relazioni di coppia e di famiglia che vadano oltre la logica del possesso e della subordinazione. Questi ricchi e difficili processi di trasformazione sono ovviamente costosi per gli individui, donne e uomini. Ma le donne pagano spesso i prezzi più alti, e a volte pagano con la vita. In questi processi di trasformazione delle forme di vita vanno cercati i nessi con la violenza contro le donne, che oggi appare più evidente di prima. Fingere che essa sia riducibile a quella degli immigrati significa impedirsi di capire e di agire. I nuovi arrivati non sono più colpevoli verso le donne degli uomini “nostri”, e i più poveri e disperati non sono più pericolosi degli integrati: i dati lo dicono con una chiarezza tale da non richiedere, alla politica e all’informazione, un coraggio leonino per ribadirli. Le lampadine nelle strade di periferia servono certo a migliorare la vita, e servono più dei soldati, come ha detto l’altro giorno al telegiornale una signora di Primavalle, il quartiere romano di uno degli ultimi stupri. Servono anche interventi sociali intelligenti che aprano i ghetti e controllino il loro riformarsi. Ma deve essere comunicato in modo chiaro – da chi fa politica, da chi insegna, da chi lavora nell’informazione ecc.- che povertà, cultura altra, disperazione non sono cause né scusanti della violenza contro le donne. Questo problema ci riguarda tutti e dobbiamo tutti, vecchi e nuovi abitanti di questo paese, precari e garantiti, fare insieme una grande battaglia culturale e politica per combatterla.    

Maria Grazia Giannichedda


02.02.09

GUARDATE BENE, SARDI, GUARDATE BENE
DURUDURU (TIRITERA) ELETTORALE

di Bruno Tognolini

Noi siamo piccoli, noi siamo sardi

Piccoli uomini che fanno lunghi sguardi

Passano i secoli, con piccoli passi

Noi siamo piccoli però non siamo bassi

Non siamo bassi perché in cuore siamo scalzi

Non ci mettiamo né tacchi né rialzi

Noi stiamo zitti

Guardiamo il mare

Secoli fitti che si vedono arrivare

 

Arrivano dal mare i soliti Baroni

Arrivano dal mare i Presidenti ed i Padroni

I sardi sono piccoli

I grandi sono fessi

I nomi son diversi ma i Baroni son gli stessi

Arriva da lontano, per dirci chi votare

È un Barone

Non si riesce a moderare

I sardi sono arcaici

Con sopracciglia folte

Per farcelo capire lui ritorna nove volte

Cannoni di sorrisi

Granate di parole…

 

Se siamo piccoli, però, perché ci vuole?

Se siamo piccoli, però, di che ha paura?

 

Ha paura

Del mulo pelle scura

Ha paura

Dell’asino nascosto

Del cuore di quest’isola che sta in un altro posto

Di qualche spaccatura

Che sta nascendo altrove

Di qualche mulo che si sveglia e che si muove

Di qualche cosa che lo faccia moderare

Gli sappia fare guerra

Lo metta a piede in terra

Qualcosa che è lontana, che a Roma non si sente

Però quest’isola

È un altro continente…

 

Noi siamo piccoli

Col pepe nelle vene

Noi siamo piccoli però guardiamo bene

Andiamo a votare

Da chi farci comandare

Però c’è un modo strano di rispondere ai comandi

Noi siamo piccoli

Ma abbiamo gli occhi grandi

 

Guardate bene, sardi

Io guardo e miro

Guardate bene, sardi

Io guardo e spero

 

Se si può fare

Un presidente nero

Si può fare anche un presidente vero


24.01.2009

La Sardegna e la sfida della presa in carico

Il Piano regionale dei Servizi Sanitari 2006-2009 della regione Sardegna, approvato nel gennaio 2007, ha incluso la "Salute Mentale" tra i 5 obiettivi prioritari di salute. Si tratta di una scelta significativa per due ordini di ragioni. In primo luogo perché la legge di riforma del settore che ha stabilito la chiusura degli Ospedali Psichiatrici la L. 180 del 1978, è sostanzialmente una legge-quadro che  riconosce alle Regioni ampia autonomia nella pianificazione, gestione e amministrazione dei servizi. In secondo luogo per i cambiamenti che hanno attraversato la Sanità in questi ultimi anni portando ad una vera è propria regionalizzazione della politica sanitaria stessa, che rappresenta un’importante voce di bilancio delle regioni. Dunque la regione è una sede di governo fondamentale per attuare la realizzazione di innovazioni nei servizi, valutare la capacità di una politica pubblica nel ridurre le fratture sociali, in quel campo complesso, tra sociale e sanitario, rappresentato dalle istituzioni di cura e assistenza della “malattia mentale”. Ma a queste ragioni occorre forse aggiungerne una terza. Il processo di pianificazione della regione inizia nel 2005 proprio quando, nel febbraio dello stesso anno, 52 ministri dell’area europea dell’OMS firmavano ad Helsinky una dichiarazione e un successivo piano d’azione in cui, oltre ad “assumersi la responsabilità di sostenere i diritti umani delle persone malate di mente”, si propongono di dare luogo a politiche pubbliche che pongano i servizi comunitari nei luoghi di vita delle persone, ovvero servizi aperti 24 ore 7 giorni alla settimana[1]. Il piano, tra le altre cose, prevede appunto l’individuazione del Centro di Salute Mentale (CSM) come struttura che, in un dato territorio, coordina tutte le attività di prevenzione, cura e riabilitazione e l’individuazione di 3 aree in cui sperimentare CSM aperti sulle 24 ore; la qualificazione delle strutture residenziali, dei servizi ospedalieri (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura)[2].

Ora è tempo di bilanci. Il convegno “I percorsi della cura e dell’accoglienza” tenutosi a Cagliari venerdì 16 gennaio, coordinato dal Direttore Generale della ASL di Cagliari Benedetto Barranu, è stata dunque l’occasione per presentare il “1°Rapporto regionale sulla salute mentale in Sardegna” . Presenti, l’assessore regionale alla sanità Nerina Dirindin, il Direttore dell’integrazione socio-sanitaria dell’assessorato Pierpaolo Pani, il farmacologo Gian Luigi Gessa, la direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari Giovanna del Giudice nonché Giuseppe Dell’Acqua Direttore del DSM di Trieste. Al dibattito ha partecipato anche Paolo Crepet, psichiatra noto per la sua partecipazione a diverse trasmissioni televisive che, in un breve intervento ha sottolineato come la Sardegna si muova nella giusta direzione e ha ricordato abolizione del manicomio e delle scuole speciali come riforme tra le più importanti fatte nel nostro paese.

L’assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin, ringraziando tutti coloro che si sono prodigati per l’applicazione del “Progetto strategico Salute Mentale” (utenti, familiari, operatori), ha ricordato gli sforzi che in questi anni hanno visto la messa in campo di nuove risorse economiche e di personale nel settore e il rinnovamento delle strutture di assistenza territoriale. Pierpaolo Pani ha illustrato i primi risultati ottenuti, sottolineando come in questi anni sia aumentata l’offerta quantitativa e qualitativa delle strutture territoriali e ospedaliere, nonché il numero del personale. Diminuito invece il ricorso al Trattamento Sanitari Obbligatori (TSO) sul totale dei ricoveri. Se in passato il numero di TSO in Sardegna era doppio rispetto alla media nazionale, l’opera di questi anni ha portato ad una riduzione del 50% dei TSO sul totale dei ricoveri. Segno della giusta direzione intrapresa, ma anche della capacità dei servizi di prevenire e accompagnare i momenti di “crisi”delle persone.

Gianluigi Gessa ha invece sottolineato come le più recenti scoperte scientifiche nel capo delle neuroscienze, siano del tutto compatibili con gli interventi di tipo sociale rispondendo in questo modo a chi, negli ultimi anni, ha criticato le scelte della regione sostenendo l’a-scientificità degli interventi di natura sociale proposti.

Il lavoro fatto nel Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari è stato invece presentato da Giovanna Del Giudice che ha ripercorso, attraverso l’apertura di nuovi servizi: i Centri di Salute Mentale aperti 24 ore, in cui accanto alle attività terapeutiche e riabilitative e di socializzazione è possibile offrire un’accoglienza diurna-notturna rivolta alle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale. Tra le importanti innovazioni di questi anni anche l’apertura di un secondo SPDC a Cagliari. Apertura che se da un lato risana una situazione di illegalità che durava da trent’anni[3], dall’altro si propone di lavorare con porte aperte e senza contenzione, pratiche seppur prive di un fondamento giuridico[4], ancora faticano a scomparire e che il Piano sanitario si propone invece di superare.

Giuseppe Dell’Acqua, che collabora con la Regione Sardegna in tema di politiche sociali, ha tratto le conclusioni della giornata. Dell’Acqua ha ricordato come la politica della Regione Sardegna sia in linea con le disposizioni dell’Unione Europea, in particolare con il Libro Verde sulla Salute Mentale  elaborato su iniziativa dell’eurodeputato del PPE Jhon Bowis. Tra le cose ancora da fare entro il 2009, l’apertura di altri 4 CSM sulle 24 ore a Nuoro, Alghero, Selargius e Assemini. Stop exclusion “Dare to Care”, la sfida della presa in carico. Era questo lo slogan della Campagna del OMS sulla Salute Mentale. La Regione Sardegna sembra oggi aver accolto questa sfida.

                                                    Daniele Pulino
dottorando in Scienze della governace e dei sistemi complessi

Riferimenti internet:

 

Piano dei servizi sanitari della regione

Convegno del 16 gennaio e rapporto sulla salute mentale in Sardegna

Libro verde sulla salute mentale in Europa


[1] Cfr. R. Mezzina, La salute mentale in Europa dopo Helsinky, in “Communitas” n.12/2006

[2] Cfr. Regione Autonoma della Sardegna, Piano dei Servizi Sanitari 2006-2008, Cagliari, 2007.

[3] gli SPDC non possono avere per legge più di 16 posti letto. Quello di Cagliari ne aveva 27.

[4] F.Maisto, Contenuti e limiti della libertà personale nella cultura (giuridica) dei diritti di cittadinanza in “Rivista sperimentale di Freniatria”, Vol. CXXVII supp. N.2/2003


05.01.2009

E' uscito il numero 65 sulla ruota dell'Europa.

Sulle pagine economiche dei quotidiani di quest'ultimo periodo abbiamo avuto modo di leggere due notizie dal sapore dolce-amaro: in ordine di tempo, il 13 novembre, la sentenza della Corte di Giustizia europea in materia di età pensionabile delle donne pubbliche dipendenti e la bocciatura della proposta di direttiva, il 17 dicembre, per l'allungamento dell'orario di lavoro settimanale.

Due notizie accomunate dal numero 65, poiché la proposta di direttiva prevedeva la possibilità di portare fino a 65 ore la settimana lavorativa e la sentenza della Corte, invece, indicava l'età pensionabile a 65 anni per lavoratori e lavoratrici, condannando l'Italia alla violazione degli obblighi di parità retributiva tra uomini e donne del pubblico impiego.

Sembra sufficiente argomentare con due brevi riflessioni la proposta di direttiva sulle 65 ore settimanali di lavoro, affermando, con un certo grado di certezza, che la bocciatura del Parlamento europeo (421 Si, 273 No, 11 astensioni) ha evitato di tornare indietro di un secolo. Superare il limite delle 48 ore (ordinarie e straordinarie) di lavoro avrebbe comportato una preoccupante marcia indietro della politica sociale dell'Unione europea e avrebbe  azzerato quelle norme di tutela minima in materia di sicurezza e salute dei lavoratori.

Lascerei alle parole del relatore spagnolo Alejandro Cercas (PSE), abbracciato da tutti i colleghi parlamentari alla conclusione del suo intervento, il commento finale: "Questo è un trionfo per tutti i gruppi del Parlamento europeo ed è l'occasione per il Consiglio di cogliere questa opportunità per rendere la nostra agenda più vicina a quella dei cittadini europei".

Diverso e più articolato il discorso sulla sentenza della Corte di Giustizia; la Corte ha affermato che il sistema pensionistico italiano, relativo ai dipendenti pubblici, non può prevedere che le donne vadano in pensione a sessanta anni mentre gli uomini a sessantacinque, poiché viola gli obblighi imposti dalla normativa comunitaria, creando una condizione di disparità d'età a seconda del sesso.

Inoltre, la decisione è stata accompagnata dalla costante giurisprudenza comunitaria che, ai sensi dell'art. 141 CE, vieta qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza.

Il tema non è nuovo a scontri tra favorevoli e contrari; da ultimo, il ministro Brunetta ha strumentalizzato l'attualità della sentenza per portare l'ennesimo attacco al settore dei, a suo dire, “privilegiati” lavoratori della Pubblica Amministrazione. Ma anche altri noti commentatori (vedi Emma Bonino)[1] ritengono “anacronistica” questa differenza dell'età fra uomini e donne per quanto riguarda la pensione di vecchiaia. Se da un lato è vero che la diversità è da ricondursi a situazioni di discriminazione contro le donne per il carico aggiuntivo al lavoro procurato dalla cura dei figli e della famiglia, dall'altro, per rispondere concretamente a questo tipo di problematiche, sarebbe più efficace un intervento su quegli istituti che possono davvero sostenere le donne, non nel momento della pensione, ma nei periodi di maggiore impegno familiare e per le funzioni di cura dei figli e degli anziani. In altri Paesi europei, dove il welfare è centrale per la tenuta economica e sociale, sono riconosciuti alle donne congedi e contributi figurativi utili a fini pensionistici.

In realtà un innalzamento dell'età di pensionamento, da 6 a 9 mesi, per le lavoratrici è stato comunque introdotto nel nostro sistema con le cd. finestre per le donne che abbiano raggiunto i 60 anni.

Le norme nazionali dovrebbero contribuire ad aiutare la donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto all'uomo, mentre la fissazione di un'età pensionistica diversa non giustificherebbe questa finalità. Un sistema tale non è sufficiente a compensare tutti gli svantaggi dei quali le lavoratrici subiscono, in più, con cinque anni di meno di lavoro, le donne percepiscono  pensioni inferiori agli uomini. In un certo senso la diversa età pensionabile tra uomo e donna non sarebbe una discriminazione per la donna, ma una possibilità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.

Sarebbe auspicabile, invece, l'introduzione di elementi di flessibilità dell'età pensionabile; ne gioverebbe il sistema contributivo poiché la flessibilità in uscita potrebbe essere l'unico strumento idoneo per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con la possibilità di esercitare scelte individuali senza penalizzazioni.

Alberto Valenti


[1]    Per tutti T.Treu, Il protocollo del 2007 e le riforme del welfare, in Scritti in onore di Edoardo Ghera, Bari, 2008, II, p. 1241.

 


11.12.08

I muri ben visibili

Sarebbero tanti gli spunti di riflessione offerti dal convegno “Le persecuzioni di ieri e di oggi. Muri invisibili difficili da abbattere”, tenutosi giovedì 4 dicembre nella facoltà di Scienze Politiche e organizzato dal Centro studi urbani.

Partendo dal libro di Elisabetta Chicco Vitzizzai, Dio ride, si è doverosamente parlato ancora una volta delle persecuzioni e deportazioni naziste nei confronti del popolo ebraico, dei dissidenti politici al nazismo, degli zingari. E si è arrivati anche a fronteggiare, con molta meno dovizia di particolari e con molta più ingenuità, i nuovi muri invisibili che nelle nostre città generano discriminazioni, segregazioni, ghettizzazioni: e quindi i cinesi, le prostitute nigeriane, gli immigrati.

Mi sembra utile ricordare, però, un dato che durante il convegno è stato omesso, ossia che durante le persecuzioni naziste vennero arrestati anche più di 100 mila omosessuali, 15 mila dei quali vennero deportati nei campi di concentramento e sterminati nella soluzione finale, in quanto colpevoli di “diffondere una malattia altamente contagiosa, che avrebbe messo a rischio la procreazione e la crescita della popolazione tedesca, oltre che minare lo Stato dalle fondamenta” (dal discorso segreto del Generale del Reich, Heinrich Himmler, alle SS).

Pertanto, anche 15 mila omosessuali conobbero i campi di concentramento. E questo tema merita tutta la nostra attenzione poiché, a distanza di settant’anni, le aperte discriminazioni nei confronti degli omosessuali, alimentate peraltro da pure e fertili menzogne, godono di ottima salute: è cosa tristemente nota che oggigiorno gli omosessuali si scontrino quotidianamente contro i muri invisibili dell’ignoranza, difficilissimi da abbattere, poiché l’ignoranza è essa stessa un fondamento degli Stati; contro i muri della discriminazione, che crescono di qualche sampietrino ogni giorno.

Il libro di Chicco Vitzizzai prende il nome da un detto ebraico, “quando gli uomini pensano, Dio ride”. Ebbene, io credo fermamente che Dio rida anche del fatto che gli uomini, invece, spesso non pensino affatto alle conseguenze delle proprie parole, dei propri atti, dei propri rifiuti. Giusto per alimentare le discriminazioni contro gay e lesbiche, infatti, lo stato della Città del Vaticano ha pensato bene di non firmare la petizione presentata dalla Francia a nome di tutta l’Unione Europea all’ONU per la depenalizzazione dell’omosessualità dagli stati in cui ancora è reato, in cui si viene messi in carcere o pubblicamente lapidati solo perché non sì è liberi di essere, né liberi di amare.

Io credo, e mi assumo la responsabilità di questa opinione, che il fatto che la chiesa cattolica continui a condannare l’omosessualità come deviazione, corruzione morale, malattia psichico-affettiva, non sia un fatto rilevante in sé, né deve diventarlo più di tanto: il fatto, però, che uno stato sovrano della comunità internazionale (perché il Vaticano è questo), nella persona del suo capo di stato, Benedetto XVI, esprima ancora una volta il suo ieratico non possumus alla depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo, non fa altro che negare i principi sui quali il cristianesimo stesso si fonda, pietà, carità, solidarietà, fratellanza, oltre che rappresentare una minaccia per gli equilibri degli assetti internazionali. Trovo, infatti, che sia di una gravità inaudita il fatto che uno stato si opponga strenuamente alla promozione e all’estensione dei diritti umani, alla stregua di uno stato totalitario.

E credo, purtroppo, che nemmeno la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi, né la sua partecipazione al sit-in di protesta in piazza san Pietro, siano sufficienti ad abbattere questi muri ben visibili.

Da Via della Conciliazione, a Roma, si vedono benissimo.

Federico Zappino

Specializzando in Scienze Politiche, Università di Sassari


19.11.08

Esta tarde ha tenido lugar en el aula rossa de la facultad de ciencias políticas un encuentro de puertas abiertas para hablar de la problemática que en estos días acontece sobre la Sardegna, dicho encuentro se ha llamado La Sardegna  una isla que se abre.

Este seminario partía de un libro escrito por Giacomo Mameli, en este libro se tratan temas como la producción artesanal y tradicional, que en ningún caso debe estar reñida con la posibilidad de esta isla de abrirse al mundo, la posibilidad de entrar en este juego que es el mercado competitivo.

La jornada se ha abierto con la actuación musical de un clarinetista famoso llamado Angelo Bargiu, ha comenzado con una pieza que mezclaba sonidos típicos de Sardegna con una marcha militar y una canción alegre francesa, esta era la introducción y estaba enlazada con el encuentro en el modo en que esta pieza narra la historia de un muchacho que se marcha de aquí para andar a París, es la historia de alguien que emigra.

Tras esta bonita pieza ha sido el turno de una estudiante, que gracias a un duro trabajo ha logrado mostrar a todos los asistentes un mapa bastante concreto sobre la actividad productiva que se desarrolla en esta isla, cambiando la manera de pensar sobre la isla que muchos de los allí presentes podían tener.

Esta isla produce gran cantidad de productos que la gente desconoce, sólo porque no son consumidos aquí, en contraposición se importan demasiados productos, y esto no favorece al enriquecimiento del lugar, produce el efecto contrario, esta región de Italia no es más rica porque no explota mejor sus recursos naturales.

Este libro sobre el cual se harán una serie de reflexiones a lo largo de la jornada de hoy, se basa sobre testimonios reales, sobre gente que a partir de una idea ha sido capaz de crear un negocio y cómo esa idea ha proliferado hasta el punto de ser imitada por otros, esta capacidad de decisión es lo fundamental para empezar a subsanar el problema que esta tarde acontece.

Sardegna no es una isla cerrada, sino todo lo contrario es una isla dinámica, que podría disfrutar de un mejor puesto si hiciese uso de los recursos antes mencionados, abierta al mundo y las ideas de sus habitantes han de ser explotadas sin miedo a fracasar siempre con la vista puesta en la mejora.

En la intervención de la profesora Bruna, hemos podido descubrir cómo el cambio que está experimentando Sardegna es un cambio interno, surge de los propios habitantes situación muy positiva ya que si la gente se conciencia de las cosas que son capaces de afrontar podrán realizar mejor este trabajo. Todavía es pronto, y mucha gente emigra para hacer riqueza que de otro modo aquí no podría suceder.

Existe un problema fundamental en Sardegna que es la excesiva preocupación por los turistas, esta isla, su producto interior bruto se alimenta principalmente de esta fuente de ingreso que son los turistas, en estos años proliferan las tradiciones, en cierto modo inventadas, para atraer a dichas personas.

 

Sardegna debe experimentar un proceso de modernización en el cual se debería dejar de prestar tanta atención a la gente que está de paso para centrarse  en la gente que habita aquí, recuperar y reconocer la identidad propia de algunos productos para después comercializarlos, es una manera de enriquecer esta región, y sólo se podrá realizar uniendo la tradición con el proceso de modernización, con la tecnología. Debe formarse un tándem perfecto entre el que conoce el proceso de producción tradicional, desde el principio hasta el fin y aquel que posee los conocimientos tecnológicos para facilitar dicho proceso de industrialización que en el fondo será traducido siempre en un gran proceso de progreso.

Tras estas intervenciones, se han sucedido otras que hablaban de la emigración de los procesos de producción, de gente que había asistido al encuentro, estas intervenciones son interesantes desde el punto de vista de la experiencia, pero no aportan las soluciones que se están buscando a la problemática entorno a la cual se ha montado este encuentro.

Casi para finalizar Giacomo Mameli, autor del libro verso al cual han girado todas las intervenciones, ha hecho uso de la palabra para romper una lanza a favor de los pueblos sardos, en los cuales se produce más que en las grandes ciudades, y este estilo de vida de los pueblos ahora es el mejor reclamo, ya que se empiezan a imponer un gusto por el silencio, y esto sólo se puede encontrar en pequeños pueblos, “la tradición es como una llama que ha de mantenerse siempre encendida”. 

Siempre atento ha hecho una breve referencia al caso de que en estos momentos la presencia femenina en los puestos de trabajo está proliferando, y que además estas mujeres en múltiples ocasiones suelen estar mejor cualificadas que los hombres.

Sardegna ahora es más ética, ha cambiado de política y también ha cambiado la inmigración.

Para finalizar con un buen sabor de boca nada mejor que una dulce sinfonía a cargo del compositor y clarinetista Angelo Bargiu, dejando a los presentes una sensación de tranquilidad que ayudará a muchos de ellos a hacer una mejor reflexión acerca del tema tratado y buscar soluciones a partir de lo que se ha dicho en este seminario de puertas abiertas.

Jennifer Sanz Martín

studentessa (Erasmus)


03.11.08

Il 22 ottobre nell’Aula Magna dell’Università di Sassari si è svolta la prima giornata di Formazione Interforze dei Nuclei di Polizia Giudiziaria in materia di dichiarazioni menzognere e falsa testimonianza.

L'incontro è stato l’occasione per condividere i risultati di una ricerca svolta in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato che, attraverso gruppi di lavoro condotti dai ricercatori, si sono confrontati sugli strumenti e sulle competenze necessarie alla raccolta delle dichiarazioni di indagati e testimoni nel corso delle indagini investigative. E’ stato il primo confronto su un nuovo approccio durante gli interrogatori. La ricerca, che proseguirà coinvolgendo Polizia Municipale, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale e Polizia Penitenziaria, intende promuovere e coordinare tavoli di lavoro interforze per la predisposizione di linee guida condivise, e confrontate a livello nazionale, sulla gestione dell’interrogatorio e la raccolta della testimonianza: strumenti per la polizia giudiziaria a garanzia delle indagini e a tutela del cittadino.

Nel suo saluto di apertura, il Magnifico Rettore prof. Alessandro Maida ha condiviso con i partecipanti la rilevanza di queste forme di collaborazione, sostenendo l’importanza di progettualità integrate fra operatività, ricerca scientifica e formazione permanente.

Tali finalità sono state riprese dalla prof. Patrizia Patrizi, responsabile scientifica della ricerca e di correlate iniziative in corso, che ne ha approfondito le finalità di ordine più generale con specifico riguardo alle utilità applicative del progetto. Sono quindi intervenuti i componenti dello staff di ricerca. Il dott. Giovanni Caria, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sassari, che da anni collabora attivamente nella realizzazione di ricerche e iniziative proposte dal Centro Studi Urbani in materia di criminalità, ha approfondito gli aspetti tecnico-giuridici dell’interrogatorio. Il dott. Eugenio De Gregorio ha illustrato paradigmi teorici e metodologia della ricerca, sostenendo la rilevanza di quei metodi che coinvolgono direttamente soggetti e sistemi cui la ricerca intende rivolgere il proprio contributo. La sottoscritta ha ripercorso le tappe realizzative dell’indagine e argomentato i principali risultati sia sotto il profilo dell’analisi dei dati che del confronto con gli operatori di polizia giudiziaria che hanno partecipato alla prima fase del progetto.

Erano presenti all’incontro tutte le forze dell’ordine con una nutrita rappresentanza di agenti, ufficiali e autorità locali, fra cui il colonnello Paolo Carra, comandante dei Carabinieri, il vice-commissario Antonello Brancati, comandante della Polizia Penitenziaria di Alghero, il comandante della Polizia Municipale dott. Antonio Careddu e il vice-comandante dott. Gianni Serra, la dott. Giusy Stellino dirigente della squadra mobile della Questura, l’arch. Francesca Conti, funzionario del comando provinciale dei Vigili del Fuoco.

I partecipanti hanno manifestato ampio interesse dibattendo intorno a tematiche come l’ascolto del minore vittima di reato. E’ stata messa in luce la necessità di metodi formalizzati e di protocolli operativi capaci di integrare le specifiche competenze e professionalità della polizia giudiziaria: la preparazione, la professionalità e la responsabilità del singolo operatore, le sue abilità e predisposizioni costituiscono infatti una preziosa risorsa se inquadrate in una metodologia operativa standardizzata capace di integrare le competenze acquisite e gli apprendimenti provenienti dalla pratica professionale.

La ricerca, che rientra in un progetto di internazionalizzazione con le Università di Bergamo e di Portsmouth (UK), è stata realizzata nell’ambito delle iniziative del Centro Studi Urbani del Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società. Da anni la Sezione Giustizia e Politiche d'Intervento del Centro attiva scambi internazionali accogliendo nell’Ateneo turritano i massimi esperti in indagini investigative e analisi della testimonianza, consulenti dell’FBI e di Scotland Yard, come David Canter, che a maggio di quest'anno ha partecipato al convegno "Prevenire il crimine", e Aldert Vrij che nel 2007 è intervenuto al convegno "L'intervista investigativa".

Anna Bussu - Dottoranda in Scienze della Governance e Sistemi complessi - Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società dell’Università di Sassari.


20.10.08

Il flusso turistico cresce di circa il 7% nella provincia di Cagliari. La notizia, su La Nuova Sardegna del 18 ottobre,  è data priva di commenti. Eppure dice molto, a ridosso della campagna referendaria per abrogare tutto ciò che è andato  sotto il titolo di salvacoste. Conferma in modo inconfutabile che il Piano paesaggistico non ha bloccato lo sviluppo turistico, come hanno provato a farci credere,  e come ha detto pure un moderato come l'ex ministro Pisanu. Si potrebbe dire a occhio, visto che soprattutto la città di Cagliari registra un sensibile aumento delle presenze di turisti, che il blocco dell'edilizia costiera ( ma questo non è poi così vero) ha premiato le aree urbane. Quindi benissimo, dato che diciamo da un po' che un buon modello di accoglienza è quello incardinato sul sistema dei centri urbani esistenti. Se, come pare, il prezzo delle case al mare è diminuito notevolmente in questa temperie, occorrerebbe fare 2+2.  Si arriverà a riconoscere che la sviluppo turistico non c'entra nulla, ma proprio nulla, con l'aumento del numero dei cantieri edili in costa ? (s.r.)


10.10.08

Chi è più bastardo?

Lo ammetto, ho sempre guardato con aria di sufficienza alle classiche missive che i lettori inviano ai loro quotidiani preferiti, segnalando quasi sempre problemi o disagi del proprio quartiere o della propria città, non perché credevo fossero inutili, ma perché ho sempre pensato che sarebbero rimaste lettere inevase e anche un po’ naif.

Stavolta, invece, mi ritrovo a scrivere io stesso una lettera di quel genere, naif, spinto da un forte bisogno di senso civico. Anche quello che segnalo è un problema urbano: parlo del randagismo (e sue implicazioni; e sue conseguenze; e sua mancata regolamentazione; e inutili bugie a riguardo). Il randagismo, specialmente nelle nostre città sarde rappresenta una questione irrisolta: a Sassari, branchi di cani randagi popolano anche le zone attigue alla centrale Piazza Castello, per non parlare delle zone più dismesse di Platamona dove, oltre a popolarla, la difendono strenuamente da visitatori esterni. Gli esempi potrebbero essere molti, ma non è di questo che voglio parlare; né ho intenzione di impelagarmi nelle questioni etiche, psicologiche e affettive in relazione al rapporto secolare e amichevole tra l’uomo e il cane. Vorrei, invece, proporre una riflessione di tipo politico e segnalare alcune incongruenze in merito alla regolamentazione italiana del problema.

L’Italia è un paese che ha adottato nel 1978 la Dichiarazione universale dei diritti degli animali, la quale promuove il benessere di tutte le specie e auspica uno stato di serena convivenza tra l’uomo e tutti gli altri animali; nel 2004, inoltre, ha introdotto una legge (la n. 189) che dispone sanzioni severissime (sanzioni pecuniarie, carcere) contro chi maltratta, uccide, abbandona, commercia illegalmente, viviseziona animali di qualunque specie, con particolare menzione agli animali domestici. Fin qui tutto scorre e lodi all’Italia.

Ma provate voi a trovare un cane in mezzo alla strada e a decidere di salvargli la vita. Se potete tenerlo con voi, nessun problema. Se invece abitate in una casa piccola, o lavorate tutto il giorno, o più semplicemente non potete o non volete accudire un animale domestico, e volete però fare in modo che il vostro Stato (quello che ha ratificato la Dichiarazione universale e che ha varato leggi penali a riguardo) si prenda cura di una bestia di sua competenza, che in quel momento rappresenta un pericolo perché vaga in mezzo alla strada di notte (il randagismo causa 4.000 incidenti mortali all’anno), allora la cosa si complica. Nonostante la legge preveda misure molto severe in merito all’istituzione di un canile all’interno di ogni comune, la realtà dei fatti è ben diversa, dato che i canili scarseggiano o sono sovraffollati: per parlare della nostra zona, il solo canile di Santa Maria la Palma deve sopperire ai randagi di Alghero, Porto Torres, Sorso e Sennori, ossia di alcuni tra i centri più estesi della provincia. Ma non finisce qui. Se avete raccolto un cane randagio, non potete provvedere autonomamente a consegnarlo al canile: dovete denunciarlo ai vigili urbani, i quali vi indirizzeranno all’ufficio comunale competente, il quale, dinanzi all’impossibilità di internare la bestia nel canile (perché è già pieno o perché il comune non ha un canile), nel migliore dei casi vi risponderà “esiste un modo per sistemare il cane, ma non glielo posso dire!”. Allora il vostro senso morale vi indurrà a non mollare: avete tra le mani un essere vivente, “un individuo nella sua soggettività”, come lo definisce la Dichiarazione universale (che l’Italia, ci tengo a ribadirlo, ha adottato). Vi recherete, quindi, stremati, dai responsabili del Servizio veterinario provinciale, i quali, in qualche modo, hanno competenza sui cani randagi del territorio: loro vi spiegheranno, anche un po’ seccati, che non è affare loro, anzi, se il comune vi ha già detto che non si occuperà della bestia, loro non possono farci nulla… “non è un problema nostro!”. Alcuni, quelli più furbetti, vi diranno di abbandonarlo nei pressi della Lida (l’associazione per la difesa dei diritti degli animali, presente in tutte le città), in modo da compiere pur sempre un abbandono, ma con responsabilità.

Questa storia che ho raccontato, avvalendomi di testimonianze reali e di fonti ben attendibili, non ha una fine e sicuramente non cambierà la situazione esistente: i discorsi, anche un po’ da bar, a riguardo sarebbero innumerevoli (mancano canili, mancano soldi, ma manca soprattutto il senso civico). Il bello è che, però, il nostro Stato ogni anno spende tanti soldi per le operazioni di facciata, per mettere in piedi patinate campagne di comunicazione sociale per sensibilizzare i cittadini a non abbandonare i propri animali domestici, specialmente nei mesi estivi. Quest’anno l’ha commissionata addirittura a Oliviero Toscani.

“Chi è più bastardo?” ci chiedeva la campagna.

Io una risposta ce l’avrei.

F. Z.

Studente del corso di laurea magistrale in Scienze Politiche, Università di Sassari


08.10.08

Non serviva proprio a nulla il referendum contro la legge salvacoste. Non avrebbe prodotto alcun effetto, come è stato ampiamente spiegato  fra gli altri  da eddyburg.it nei giorni scorsi.

E' andata meglio delle più ottimistiche  previsioni. L' affluenza alle urne non è andata oltre il 20%. I sardi non hanno votato, nonostante la campagna capillare e dispendiosa che ha  potuto contare sul contributo di Confindustria che in Sardegna è ben rappresentata dai costruttori.

Serviva  alla destra lo spot  pagato con denaro pubblico, utile prova generale, in vista della campagna elettorale prossima. Come ha spiegato Corrado Augias (ieri su La Repubblica )  i cinque postulati della destra ( tra cui quello di “prevalenza del privato sul pubblico”) c'entrano con il caso sardo: la Sardegna è un bene comune,  diciamo noi, un patrimonio d'interesse nazionale che alcuni  soggetti da decenni stanno usando per fini privati con grandi tornaconti: un affarone le coste sarde nel mercato globale.  Una casa in Sardegna con buona location  si può vendere per una ventina di milioni di euro: un migliaio di queste case valgono un pezzo di finanziaria dello stato, tanto per capire i potenziali dividendi che fanno girare la testa agli immobiliaristi di tutto il mondo  e prima ancora ai faccendieri di casa.

L'appello di Berlusconi ai sardi per andare al voto è stato  quindi disatteso, ma resta la  grave, irrituale  interferenza dello “statista”  in un affare regionale, di una Regione autonoma, come se niente fosse, come se non  si sapesse dei suoi interessi d'imprenditore nelle coste sarde, di quella  sua proprietà in Gallura dove aveva progettato un mostruoso investimento edilizio che le leggi sarde hanno impedito. L'amico della Sardegna pensa anche in questo caso agli affari suoi, non agli effetti che i provvedimenti del suo governo avranno sulla povera comunità  sarda, quelli sulla scuola ad esempio.

E' andata bene, nonostante Berlusconi,  anche se la nostra destra spiega oggi perché ha vinto. Non è così, eppure qualche ragione emerge. Ho già scritto della scarsa convinzione della maggioranza che sostiene Soru sulle scelte di buon governo del territorio, la poca propensione a dibattere su questi temi è spiegata con  l' autoritarismo del PPR e di Soru ( nella cui azione ci sarà qualche difetto ma non è questo il punto). Sarebbe il caso di capire una volta per tutte quanto questa questione assai  lucrosa –  del fare  o non fare altre case nelle fasce costiere –   pesi nel conflitto anti-Soru.   Il quadro politico sardo è confuso, specie a sinistra e ci sono  zone d'ombra . Si pensi che tra le adesioni al referendum promosso dalla destra ci sono quelle del Partito Sardo d' Azione ( il glorioso partito di Emilio Lussu), ci sono i socialisti, e pure i verdi ( sì, i verdi del “Sole che ride” !) che in extremis hanno dato ai loro elettori libertà di voto ( gulp!), con  una posizione  molto ambigua su un argomento per il  quale dovrebbero esistere.

A volte si ha l'impressione che la  tutela del territorio dagli egoismi della rendita non sia  più  un valore, un attributo dei partiti e movimenti della sinistra.  Rischia di essere  una antinomia di questo tempo, tra le tante. Un altro indizio della frammentazione  della società di cui parlano autorevoli commentatori: lo specchio rotto che riflette in ogni frammento interessi particolari su cui si fa abilmente rifluire l'attenzione.

Sandro Roggio

www.eddyburg.it 


30.09.08

Se i liberisti statalizzano meglio un welfare forte

Alla fine c’è voluto l’intervento pubblico per ridare fiducia a un sistema economico che rischiava il tracollo. La cifra che il Congresso statunitense sembra pronto a stanziare contro la crisi dei mutui si aggira sui 700 miliardi di dollari. Con i capitali cinesi e arabi all’assalto della finanza made in USA, il piano di salvataggio lanciato da Bush può essere letto anche come un modo per riaffermare una centralità della politica americana che va inesorabilmente declinando.

Se persino i più liberisti di un Paese tradizionalmente liberista hanno preferito intervenire con decisione per evitare che il sistema autoregolatore del mercato potesse fare ancora più danni, significa che è il momento di ristabilire i ruoli tra politica e finanza, tra Stato ed economia, tra pubblico e privato. È necessario il ripensamento di un capitalismo in cui quando c’è da vincere vincono i soliti pochi e quando c’è da perdere perdono invece tutti gli altri. Un capitalismo riformato è necessario se si vuole evitare che venga meno ciò che permette alla borsa di crescere, alle economie di svilupparsi, alla società di non sgretolarsi, in una parola: la fiducia.

Un sistema di regole più rigido accompagnato da una maggiore promozione delle realtà solide virtuose è l’unica strada per incentivare incrementi armonici ed evitare tracolli ciclici. Un maggiore e migliore ruolo dello Stato nella società garantisce i più deboli e incentiva l’innovazione grazie a un sistema di protezione a salvaguardia dei singoli che rischiano in proprio nell’interesse di tutti. L’unico modo per allontanare disastri economici e disordini sociali è un welfare forte coi soldi di tutti a vantaggio di tutti.

Gianluigi Piu*

*Studente della specialistica in Scienze della Comunicazione pubblica, sociale e politica presso l‘Università di Bologna

 


19.09.08

18 settembre 2008, “sciopero della pagnotta”

Si è svolto a Roma, a piazza di Monte Citorio, e nelle principali città italiane, lo “sciopero della pagnotta”: la manifestazione indetta dalle Associazioni dei consumatori, con l’adesione di  Coldiretti, CGIL e UIL, per contestare e sensibilizzare il Governo e le Istituzioni sul “caro vita”.

Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, al termine dell’incontro, hanno contattato circa 2.500 famiglie in tutta Italia, per chiedere loro se avessero o meno partecipato alla protesta: il 54% circa dei consumatori ha affermato di aver rinunciato all’acquisto di pane e pasta, come forma di adesione simbolica allo sciopero. L’8% circa degli intervistati ha dichiarato di non aver fatto la spesa, mentre il 9% non ha utilizzato l’auto ed il cellulare.

Questo il commento dei Presidenti delle quattro Associazioni: "La massiccia adesione dei cittadini alla protesta contro i rincari dimostra come l'aumento dei prezzi, soprattutto dei beni alimentari e dei prodotti energetici, sia un fenomeno fortemente sentito dalle famiglie, che non vogliono più subire passivamente le speculazioni. Il Governo non può non tenerne conto, e deve intervenire concretamente e con celerità accogliendo le istanze dei consumatori italiani".

I dati forniti dal servizio sms consumatori (www.smsconsumatori.it), quelli dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe del Ministero dello Sviluppo economico (www.osservaprezzi.it) mettono in luce le inefficienze del mercato e della filiera produttiva, la grande differenza tra il prezzo al produttore e quello pagato dai consumatori. E’ per questo che l’Antitrust ed il Garante per la sorveglianza dei prezzi (Mister prezzi) si sono attivate, anche con l’ausilio della Guardia di Finanza, per accertare eventuali speculazioni o prezzi “anomali”. Ricordiamo che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il 4 giugno 2008, ha sanzionato l’Unione Panificatori di Roma e Provincia, per aver messo in atto un’intesa restrittiva della concorrenza, divulgando indicazioni di prezzo minimo o di aumenti minimi consigliati, per tutte le tipologie di pane vendute dai panifici attivi nella zona, favorendone l’allineamento su un livello superiore a quello che sarebbe potuto risultare in un contesto di libera competizione (provvedimento n.  I695ch, www.agcm.it). Proprio sul costo del pane Coldiretti ha svolto un’analisi dalla quale è emerso che a Napoli il pane costa il doppio che a Milano: 1,93 euro al chilo contro 3,61 euro, mentre nelle altre città i valori variano tra i 3,47 euro al chilo a Bologna, 2,71 euro al chilo a Palermo, 2,47 a Torino, 2,28 a Roma e 2,39 a Bari. Precisa Coldiretti, poi, che le quotazioni del grano tenero per il pane si sono ridotte dall'inizio dell'anno del 40% per raggiungere il valore di circa 0,20 euro al chilo e che, secondo il servizio Sms consumatori del Ministero delle Politiche agricole, diventano 0,36 euro quando si trasforma in farina all'ingrosso e in 2,80 euro al chilo quando diventa pane, con un aumento di quasi il 1300% dal campo alla tavola''.

Come sappiamo tutti, però, la raffica degli aumenti riguarda non solo il pane: pasta +26%, pollo e patate +40%, gasolio +20%, benzina +10% e l’elenco sarebbe molto lungo.

La risposta dei consumatori per contenere il caro vita sembra che sia quello di fare la spesa ai discount, tanto che questi hanno registrato l’incremento dei volumi del 70% a fronte di una flessione del 2% dai canali tradizionali (iper, super e negozi di vicinato). In una nota di Assolowcost, infatti, si legge che una famiglia di 4 persone che effettua i propri acquisti nei discount può risparmiare anche 2.000 euro l’anno. Il prodotto più acquistato, ad esempio, è il latte a lunga conservazione in sostituzione del latte fresco, con un  risparmio di circa 80 centesimi al litro, che si traduce in circa 25 euro al mese e 300 euro l'anno. Stesso discorso per le acque minerali,  con un risparmio di circa  90 e i 120 euro l’anno.

 Gianluca Di Ascenzo

Vice presidente Codacons


18.08.08

Insegnanti con la pistola e città armate

Docenti armati nelle scuole del Texas, militari per le città d’Italia. Contesti diversi, culture distanti, un medesimo obiettivo: la sicurezza. Bizzarro autoinganno delle menti ideative e di quanti plaudono il “progetto” immaginandosi meno vulnerabili. Come se le condizioni dell’insicurezza, dai comportamenti violenti dei giovani ai disordini urbani, fossero dati ontologici, indipendenti dai quei processi sociali che, sempre più impegnati in strategie di contrasto reattivo, smarriscono il senso autocritico della propria capacità generativa di disagio sociale e criminalità.

Commentiamo con una storia. 

Un giorno un uomo si ferma al fondo di una terrificante cascata, la cui acqua scorre velocemente lungo le rocce. In cima ci sono dei bambini, ne vede cadere alcuni e si decide a soccorrerli perché essi cadendo si feriscono. Provvede alle cure mediche e chirurgiche e offre loro tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. Sono così tanti i bambini che precipitano che l’uomo si sente costretto a costruire un ospedale. Lavora a lungo e intensamente, accoglie e medica tutti i bambini, e ciò gli procura onorificenze e medaglie che la gente della città gli assegna spontaneamente. Poi l’uomo, osservando meglio cosa succede in cima alla cascata, si accorge che ci sono bambini che cadono perché spinti e altri che cadono mentre spingono. Questi ultimi, pensa l’uomo, devono essere puniti. Costruisce per loro una prigione e ve li rinchiude. Così, egli possiede un ospedale ed una prigione; alcuni bambini vanno in ospedale, altri in prigione.

Non vi è certo differenza tra questi bambini: ospedale o prigione, essi sono tutti caduti, anche se alcuni si sono fatti male perché spinti ed altri perché, nello spingere, sono caduti.

E poi, un giorno, giunse un altro uomo, più probabilmente una donna, che disse: “Perché non vai in cima alla cascata ed eviti che si spingano?”. E l’uomo rispose: “Non c’è tempo, molti bambini hanno bisogno di essere curati, molti bambini hanno bisogno di essere puniti. Per me sarebbe troppo costoso costruire una scala che vada dal fondo della cascata alla cima, non lo posso fare. Resterò qui!”. Perciò, l’uomo continua a lavorare a modo suo; ma l’intera popolazione, la Società, lo segue e costruisce, continua a costruire molti ospedali e molte prigioni.

Questa è una storia triste poiché i bambini continuano a precipitare lungo il margine della cascata.


(Kenneth A. Dodge, 2001, in Giovani a rischio. Interventi possibili in realtà impossibili a cura di Dario Bacchini e Paolo Valerio, Franco Angeli, Milano)

Patrizia Patrizi


14.08.08

“Le molestie russe”

garantiscono la sopravvivenza della specie!!

Parrebbe al quanto bizzarro eppure la cronaca internazionale ci riporta che pochi giorni fa un giudice russo ha respinto la denuncia, per molestie sessuali su luogo di lavoro, di una giovane donna di San Pietroburgo. E non è il primo caso…

La motivazione del giudice? “Le molestie sessuali sul luogo di lavoro non possono essere condannate perché sono utili a garantire la sopravvivenza della razza umana”  e “ se non esistessero le avances sessuali non ci sarebbero bambini”. Il manager imputato “non ha tenuto un comportamento criminale, ma ha chiesto alla giovane collega, con gentilezza, in maniera esplicita e garbata, di avere un rapporto sessuale con lei”. La reazione della vittima? Completa incredulità e umiliazione dopo che non le è stato nemmeno riconosciuto il reato subito…

Due anni fa Vladimir Putin, aveva commentato, con ammirazione, le violenze sessuali, da parte del Presidente israeliano Moshe Katzav nei confronti di una decina di sue collaboratrici,  complimentandosi con lui in quanto “vero uomo”.

La notizia si commenta da sola, ma forse non tutti sanno che in Russia l’argomento delle molestie è ancora tabù e che in 15 anni solamente due donne sono riuscite a vincere la causa. Le molestie sessuali nel posto di lavoro in questo Paese sono frequentissime, ma il codice russo sanziona il reato solamente in caso di “assalto” e “stupro” e comunque sono necessarie prove e testimonianze dirette: difficilissimo ottenerle. Per questo motivo, e per non perdere un’occupazione stabile in un Paese dove la disoccupazione femminile è altissima, le donne russe accettano le avances del capo e non denunciano il fatto.

Sebbene le donne italiane parrebbero maggiormente “tutelate” in tal senso, anche nel nostro Paese per la vittima denunciare di avere subito una molestia sessuale, tentata o consumata, di un capo o di un collega non è comunque facile, per paura delle conseguenze lavorative, per vergogna, per lo stress legato ad un iter giudiziario che rischia di vittimizzarla due volte o perché semplicemente caduta nell’autoinganno del senso di colpa per aver “involontariamente” contribuito alla determinazione dell’evento. Motivazioni che possono davvero convincere la vittima a non sporgere querela o a rimetterla.

Amaramente continuiamo a constatare che viviamo in un mondo pensato al maschile nei luoghi di lavoro, cosi come nelle relazioni intime, dimensioni che spesso, come in questo caso, si intrecciano e dove i “ruoli” e il “gioco delle parti” sono purtroppo già stabiliti.

A.B.

Per approfondimenti …


22.07.08

Leggo che molti sindaci hanno deciso, tra applausi,  polemiche e incomprensioni varie, di applicare Tasse ambientali locali con  parcheggi a pagamento, soste limitate nelle spiagge etc.

Non voglio entrare nel merito della questione anche se qualche dubbio mi sorge sulle lamentele fatte a suo tempo  per la famosa tassa sul lusso regionale, ritenuta ingiusta, illegittima e chi più ne ha più ne metta,mentre ora dovrebbero andar bene le tasse comunali. Mistero…

Comunque sia, veniamo al dunque.

Io faccio il sindaco in un piccolo paese dell’interno, ricco di amenità di ogni tipo, cultura, storia, mamuthones, archeologia etc etc, però con un piccolo difetto difficile da superare: non abbiamo mare, ne siamo sprovvisti, insomma siamo nati così, con questo piccolo handicap  e non ci possiamo fare niente.

Succede quindi che ci ritroviamo senza turisti e nella conseguente impossibilità di far pagare loro qualsivoglia tipo di tassa o  balzello.

Pensavamo di rifarci con il pagamento di un pedaggio per tutti coloro, turisti o meno, che transitano per le strade che attraversano il  nostro territorio, ma sembra che non sia possibile perché una è proprietà dell’Anas, le altre della Provincia e a noi rimane ben poca cosa, giusto qualche pastore che utilizza le strade comunali.

Una soluzione l’abbiamo trovata ribaltando la questione: Mamoiada sarà il primo e forse l’unico paese al mondo che pagherà i turisti!

Proprio così, noi daremo un euro ad ogni turista che viene a trovarci.

Non se ne può più del continuo tragicomico tentativo di vendere “il prodotto turismo”, noi i turisti più semplicemente li compriamo.

A quel punto voglio vedere chi rimarrà giù al mare facendosi spennare ad ogni passo con la banale scusa che dopo il suo passaggio bisogna pulire.

Venite da noi, ci guadagnate! È il nostro semplice slogan.

All’ingresso del nostro ameno e ridente villaggio vi verranno incontro i nostri vigili urbani simpaticamente vestiti da mamuthones e issoccadores che vi offriranno un bicchierone di cannonau più l’euro pattuito, tra grandi salti e strepito di campanacci vari.

Aggiungo solo un paio di particolari:

- saranno considerati turisti avendo quindi diritto al loro euro anche gli eventuali pastori e contadini dei paesi limitrofi che verranno a trovarci, avendo cura di indossare almeno un variopinto cappellino e pantaloncini corti, anche se in velluto;

- che nessuno faccia il furbacchione entrando e uscendo più volte al giorno, in quanto all’ingresso vi saranno fatte delle foto segnaletiche vestiti da mamuthone che poi vi saranno regalate a fine giornata, alla partenza da Mamoiada.

È tutto qua, senza lotte, proteste, guerre per la divisione dei territori…

Ci rimane una paura, che i soliti sindaci invidiosi rilancino offrendo due euro o magari cinque.

Graziano Deiana
(Sindaco Mamoiada)


14.07.08

Le vie della discriminazione sono infinite.

Studenti, Docenti e Presidi delle facoltà umanistiche rivendicate le vostre scelte e la vostra importanza.

Leggo su tutti i quotidiani locali dell’interessante e condivisibile iniziativa della Regione Sardegna di premiare con assegni di studio gli studenti più meritevoli che si iscrivono all’Università. Il messaggio è chiaro: la Regione investe sulla formazione e decide di farlo con uno strumento idoneo a sostenere e a indirizzare il proprio capitale umano verso la “migliore” specializzazione. Difatti, il bando determina che gli studenti con buona votazione abbiano un sussidio economico ma dispone anche che, a parità di graduatoria, siano preferiti gli studenti delle facoltà scientifiche e tecniche.

È proprio vero che il mercato, inteso nel modo più arido e invisibile, muove tutto. Il mercato dice che abbiamo bisogno di ingegneri, architetti, medici e matematici e si dimentica dei filosofi, storici, politologi, sociologi e giuristi. Abbiamo da progettare e costruire il futuro e decidiamo che il fututro dell’umanità abbia i tratti puliti, sani, ordinati ed esteticamente perfetti di una costruzione disabitata dall’umanità e dall’umanesimo.

Prima ancora di essere matematici Bertrand Russel o Einstein erano filosofi; per fortuna nelle nostre facoltà di medicina, in alcuni corsi, si studia ancora la metodologia dell’espistemologo Karl Popper.

Schopenhauer scriveva nel Mondo come volontà e rappresentazione la testimonianza appassionante e illuminante di una crisi intellettuale e morale che ancora oggi è lontana dall’essere risolta.

I latini dicevano: Ubi societas ibi ius, ergo ubi homo ibi ius. Quando, per esempio, mancano i bravi giuristi, si è capaci di scrivere norme giuste in termini di principio (mi riferisco a tutte le norme cassate in sede di verifica e controllo giurisprudenziali) ma sbagliate nella forma.

La Corte di Giustizia europea da qualche lustro si occupa quasi esclusivamente di discriminazioni; ma senza scomodare le istituzioni europee e farne semplicemente una questione legale, vorrei citare Kant: da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto.

La diffidenza verso le teorie troppo “dritte” rende consapevoli della necessità di una società e formazione pluralista.

Alberto Valenti


17.06.2008

Verso il processo sul nuovo sacco di Roma

Berdini, Paolo

Dopo una pausa di riflessione l’ex responsabile (sotto l’usbergo dell'ex sindaco) dell'urbanistica romana querela chi lo ha denunciato. Qualche utile precisazione sui fatti

Risale a quarant’anni fa il processo intentato dalla potentissima Società generale immobiliare contro l’Espresso di Arrigo Benedetti per la campagna di denuncie di Manlio Cancogni sul sacco di Roma. Qualche giorno fa, l’ex assessore all’urbanistica di Roma ha querelato Report di Milena Gabanelli per il servizio sull’urbanistica romana firmato da Paolo Mondani.

Nella lunga memoria che accompagna la querela si affrontano molte questioni con una singolare premessa. Si contesta nel metodo la trasmissione perché affermava esplicitamente di voler parlare del nuovo piano regolatore e ha fatto invece vedere vicende precedenti al 2006, anno di approvazione del nuovo piano. Eppure è lo stesso assessore ad affermare che il nuovo Prg “è stato già attuato al 77%”. Evitiamo in questa sede di chiedere attraverso quali misteriosi poteri un piano appena approvato sia già pressoché concluso. Stupisce però la contestazione: per quindici ininterrotti anni ci siamo sentiti ripetere che il pianificar facendo era la chiave di volta della nuova urbanistica romana, poiché ogni intervento anticipava il nuovo disegno urbano. E ora che una breve trasmissione fa vedere il disastro urbanistico della città ci si offende perché non si è parlato del futuro! E’ il presente, purtroppo, che spaventa.

Nella stessa memoria si continuano inoltre a citare come straordinari successi cose assolutamente inesistenti. Vediamo. Si dice che le cubature previste nelle centralità urbane sono state ridotte in modo drastico. Non c’è stato nessun regalo alla rendita fondiaria, dunque. Ma non è affatto vero. Le due più grandi centralità ancora da attuare, Romanina e Madonnetta, avevano una destinazione pubblica nel precedente piano regolatore. Servivano insomma per costruire un liceo o un ospedale. Il nuovo piano regolatore ha trasformato quelle cubature da pubbliche a private. Le volumetrie sono state diminuite ma era il minimo che si dovesse fare e comunque sono state garantite enormi fortune private. Del resto, è lo stesso proprietario di Romanina a confessare a Report di aver acquistato nel 1990 l’area per 160 miliardi e che essa ne vale oggi 5 o 6 volte di più. Analoga vicenda vale per la centralità della Bufalotta. Anche in questo caso si afferma che le cubature sono state ridotte senza pietà per la proprietà fondiaria. Grazie tante. In quell’area si potevano fare soltanto capannoni e magazzini. E’ solo con uno degli infiniti accordi di programma che quelle stesse cubature –diminuite di poco- sono diventate ben più remunerative destinazioni commerciali e residenziali. Il fatto è che a Roma ci sono stati in questi anni due assessori all’urbanistica. Uno è quello “ufficiale” che oggi si avventura in una temeraria querela. L’altro era addetto agli accordi di programma e ne ha concretizzati molte decine, sempre in variante e sempre con il consenso di tutta la giunte municipale.

Eppure, si continua ad affermare che in questi anni alla rendita immobiliare sono stati inferti colpi devastanti. Negli anni del sacco di Roma è invece avvenuta un’inedita affermazione dei costruttori e immobiliaristi romani. Francesco Gaetano Caltagirone oltre a possedere Il Messaggero e il Mattino di Napoli siede nel cda del Monte dei Paschi di Siena. Un esponente della famiglia Toti siede nel consiglio di amministrazione di Rcs. Bonifici ha rilanciato e potenziato il quotidiano Il Tempo. Un costruttore romano, infine, è a capo dell’associazione di categoria nazionale. La rendita ha dunque trionfato. E non poteva essere altrimenti, perché negli anni del precedente governo Berlusconi, Roma insieme all’Istituto nazionale di urbanistica ha appoggiato convintamene la devastante legge Lupi che consegnava alla proprietà immobiliare il destino delle città.

Ancora. Per giustificare il diluvio di cemento che è stato inflitto alla città (70 milioni di metri cubi per una città che non cresce demograficamente!) abbiamo ascoltato in questi anni fino all’ossessione che eranostati vincolati per sempre 88 mila ettari di preziosa compagna romana”. Stavolta il falso era stato svelato dallo stesso comune di Roma. Fin dal 2002 l’assessorato ai lavori pubblici aveva infatti pubblicato uno studio sullo stato della città che certificava che erano rimasti liberi 80 mila ettari sui complessivi 129 mila. Eravamo in una data precedente all’approvazione del nuovo piano regolatore e dunque già si partiva da una quantità di campagna romana ben più piccola di quella sbandierata. A seguito della edificazione dei previsti 70 milioni di metri cubi di cemento verranno consumati non meno di 15.000 ettari di suolo. Resteranno vincolati a campagna romana 65.000 ettari di territorio: 23.000 in meno di quelli spudoratamente sbandierati.

Ma il cemento non vola via con i mantra, e i romani, mentre ascoltavano gli effetti annuncio di un futuro di verde, vedevano quotidianamente spuntare le gru del delirio di cemento armato che ci è stato propinato. Così hanno voltato le spalle a questa dissennata urbanistica. Molta parte della sconfitta elettorale sta qui. Basta guardare il voto in luoghi come Finocchio, dove a uno dei furbetti del quartierino è stato permesso di fare tutto ciò che voleva. O quello della Bufalotta, illusa di un meraviglioso destino e poi lasciata cinicamente nelle mani del mercato.

E infine. Nella periferia metropolitana di Roma, sono stati aperti in pochi anni ventotto giganteschi centri commerciali. Gran parte di essi sono sorti in deroga al piano regolatore utilizzando il grimaldello dell’accordo di programma. Sono dislocati per lo più lungo il grande raccordo anulare e impoveriscono le periferie perchè cancellano quel tessuto di piccolo commercio che è il principale connotato della vita urbana.

Pochi mesi fa, un gruppo di persone che attendeva lo scuolabus è stato investito da un’auto. E’ accaduto a Fiumicino, periferia abusiva metropolitana. Non c’era neppure un marciapiede di protezione e sono morti tre bambine e due mamme. A trecento metri brillano le vetrine del “Da Vinci”, uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, nato, come ovvio, attraverso accordo di programma. Centinaia di ettari di terreno agricolo sono stati destinati ad edificazione. I proprietari dell’area hanno guadagnato in un solo colpo qualche centinaio di milioni di euro. Questa immensa fortuna privata non ha neppure prodotto il miracolo di realizzare un marciapiede che avrebbe potuto salvare cinque vite umane. Sono stati accesi tanti megastore e si è spenta una città intera.

Quarant’anni fa era la più potente società dei costruttori ad intimidire la stampa. Oggi è un personaggio della politica traghettato senza traumi dalla sinistra storica al centro che se la prende con una delle più libere e autorevoli espressioni del giornalismo nazionale. E’ un segno dei tempi su cui varrebbe la pena di riflettere: in entrambi i casi c’è di mezzo il sacco urbanistico di Roma.

L'articolo è uscito su il manifesto del 17 giugno 2008, col titolo Le gru del delirio del cemento armato a Roma

Leggi l'articolo su Eddyburg


05.06.08

 «Ma dove vivi?», i nuovi spazi urbani
Megalopoli e piccoli centri, tutti invasi e strutturati dalla dimensione del consumo

La città, luogo di consumo, spazio vitale per individui e collettività. La città, tema dei libri «La metropoli consumata», di Antonietta Mazzette e di Emanuele Sgroi, e «Ma dove vivi?», di Edoardo Salzano. Due volumi intorno ai quali l'altra sera ha ruotato il convegno organizzato a Sassari dal Centro studi urbani nell'aula magna della Facoltà di Scienze politiche. Un'occasione per parlare e vedere da diversi punti di vista il bene comune che da sempre attira i pensieri dei politici e catalizza l'interesse di urbanisti e sociologi: la città. Dimora di molti e allo stesso tempo di nessuno e che, secondo l'urbanista Salzano è spesso «poco conosciuta da coloro che la abitano». Obiettivo principale del suo libro, infatti, è quello di aiutare a comprendere la natura dei centri abitati. Perché è soltanto attraverso la conoscenza dei concetti cardine dell'urbanistica e della pianificazione territoriale che i cittadini possono concorrere alla rinascita e alla trasformazione del proprio habitat. Conoscere per migliorare la realtà nella quale si vive, in maniera tale che non siano gli eletti di turno a decidere per la comunità, ma siano gli elettori a divenire parte integrante delle politiche di governo e a far sì che il territorio urbano non sia più una merce di scambio per pochi individui.

Una diversa analisi sul tema è quella dei docenti di sociologia urbana Antonietta Mazzette ed Emanuele Sgroi, che nel loro saggio concepiscono la metropoli del XXI secolo come casa del popolo dei consumatori urbani.

Dimora del consumo che deve continuamente rinnovarsi per essere competitiva in termini di attrazione e per rispondere alle esigenze della società globalizzata. Una visione della metropoli come spazio includente e allo stesso tempo escludente per il soggetto urbano, che abita in un contesto architettonico e antropologico in cui si assiste alla prevalenza dell'aspetto mercantile su quello culturale e dei valori di scambio su quelli di uso.

Ma dato che la città oltre a essere oggetto di studio è anche fonte di ispirazione, al convegno dell'altra sera, coordinato dal giornalista Giacomo Mameli e dall'architetto Sandro Roggio, hanno partecipato relatori di varie discipline: Arnaldo Cecchini, professore di urbanistica ad Alghero, il critico d'arte Giannella Demuro, la psicologa giuridica Patrizia Patrizi, il giornalista Karl Hoffmann, il pittore e scultore Igino Panzino, il musicista Angelo Vargiu, Camillo Tidore, sociologo urbano e l'attore Sante Maurizi. Tanti punti di vista per parlare di un tema che si presta a numerose interpretazioni.

Se si parla di Sassari ad esempio, la sua dimensione urbana vista con gli occhi di un'artista come Igino Panzino è rappresentata sia come cantiere aperto in perenne costruzione ed espansione, sia come sede di luoghi chiusi e delimitati, come l'ex manicomio Rizzeddu. Una contrapposizione spazio-tempo che si dilata o si accorcia a seconda della prospettiva di chi guarda, come si evince dalle parole della psicologa Patrizia Patrizi, quando parla di San Sebastiano: «Nel carcere c'è molto tempo e poco spazio, nella città, invece, ci sono molti spazi e poco tempo». Questo perché la prigione è una dimora del niente, piuttosto statica, che nulla ha a che vedere con tutto ciò che è dinamico e stimolante. Come la musica.

L'ambiente che ci circonda non cambia soltanto con la costruzione di strade e palazzi, ma anche con impalcature fatte di suoni. Costruzioni musicali capaci di dare nuova vita a scenari vecchi e dismessi, a vie poco conosciute e apparentemente insignificanti. E così, un concerto diventa il pretesto per animare e popolare scenari insoliti, come è avvenuto nel mattatoio di Sassari, durante un'esibizione di Angelo Vargiu. O come accade ogni anno a Berchidda durante il festival «Time in jazz». Una rassegna capace di trasformare un tranquillo paese di circa 3000 anime in un palcoscenico artistico, crocevia di culture e linguaggi. «Time in jazz - dice Demuro - è un'architettura della cultura. Un festival che popola i luoghi coi suoni e che ogni volta cambia la realtà di Berchidda e dintorni, cercando però di conservarne l'identità».

Bello o brutto che sia, dunque, ogni centro abitato riflette l'immagine degli uomini che lo hanno creato e vissuto. Perché, come sostiene Antonietta Mazzette «lo stare in un luogo lo modifica». E a parere di Edoardo Salzano «un territorio si può cambiare semplicemente conservando il preesistente». Ma per fare simili politiche bisogna conoscere l'urbanistica. Materia che insegna Arnaldo Cecchini, secondo il quale «la città è sempre più un punto dove persone diverse possono incontrarsi e dove allo stesso tempo è difficile incontrarsi». Città che è covo di contraddizioni anche secondo il giornalista Karl Hoffman, che prendendo spunto dall'attualità parla di luogo degli altri (immigrati e clandestini che vivono in Italia) e di luoghi di nessuno (si riferisce a Scampia e Secondigliano, dove si convive con immondizia e degrado). La realtà che supera la finzione e che ispira i film di oggi, come quelli di ieri. Come i tre che prende ad esempio l'attore Sante Maurizi per mostrare l'immagine della Sardegna e dei suoi abitanti: «I protagonisti» di Marcello Fondato, «Sequestro di persona» (Gianfranco Mingozzi) e «Disegno di Sangue» di Gianfranco Cabiddu. Pellicole che parlano di turismo, rapimenti, speculazioni edilizie e che mostrano l'isola in maniera spesso diversa da come la percepiscono coloro che vi abitano.

Marta Virdis


30.05.08 

I diritti sofferti

Il Centro studi urbani ha organizzato per martedì 3 giugno un seminario di studi su Interpretare i luoghi. Eventi, immagini, parole, suoni.

Come luogo dell’incontro - che prende spunto dai volumi “Ma dove vivi?” di Edoardo Salzano e “La metropoli consumata” di Antonietta Mazzette ed Emanuele Sgroi - è stata scelta l’Aula Magna dell’Università di Sassari.

Luogo, questo, privilegiato dal Centro sia perché rappresenta simbolicamente la cultura scientifica della città e del territorio vasto, sia perché è uno dei pochi spazi belli e aperti che Sassari può offrire ai suoi cittadini.

Di questo duplice significato eravamo tutti convinti.  Ma Francesca Arcadu ci ha evidenziato quanto riservata sia questa apertura, come mi ha scritto in una sua dura ma giusta critica: “ visto che ci conosciamo da qualche anno e non abbiamo bisogno di altri preamboli, mi viene da pensare: ma il centro studi urbani una riflessione di almeno 5 minuti sul fatto che il diritto di cittadinanza passi anche attraverso l'accesso, il vivere i luoghi e sentirsi parte di essi, l'ha mai fatta? Il rispetto per i diritti umani si traduce anche nella partecipazione civile di tutti i cittadini, nessuno escluso, come recentemente ribadito dalla “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità”, adottata lo scorso marzo dagli Stati membri delle Nazioni Unite, che considera le barriere architettoniche come violazione dei diritti umani (artt. 9 e 30)”.

Il Centro ha raccolto questa critica e l’ha fatta propria, cambiando rapidamente la sede dell’iniziativa e spostandola in un’aula certamente meno prestigiosa e non bella come quella di piazza Università (Aula magna della Facoltà di Scienze Politiche, Viale Mancini, 1, presso il Quadrilatero), ma almeno accessibile a tutti.

Consideriamo questo spostamento un ripiego provvisorio e non una conquista civile. Accettiamo la sfida di Francesca sulle istanze di inclusione che lei e molte altre persone avanzano da anni in questa città, impegnandoci a non promuovere le nostre iniziative nell’Aula Magna da noi molto amata, fintanto che non verranno abbattute le barriere architettoniche.

 

Antonietta Mazzette

Coordinatrice del Centro studi urbani


24.05.08

Contro la tortura. Ai parlamentari sardi: difendete il territorio della civiltà

di Sante Maurizi

Territorio. È tornata di moda una parola con la quale baldanzosi assessori in moto verso più alti traguardi intitolavano negli anni ottanta mille convegni che trattavano di «sanità e territorio», «istruzione e territorio», «ambiente e territorio», «turismo e territorio». All’elenco mancava solo «territorio e territorio», ma chissà: non è detta l’ultima parola, ora che gli eletti dedicano sempre maggiore attenzione alle agenzie e agli uffici stampa, i quali ripagano spesso con prodigiose invenzioni sintattiche. In questo primo mese post-elezioni la parola magica è servita a spiegare i successi degli uni e le cadute degli altri, anche se in una democrazia parlamentare si è innegabilmente rappresentanti del popolo su base territoriale, visto che da tempo il censo, il sesso o qualunque altro criterio pare non contino più molto.

«Sugnu leghista!» dichiara con orgoglio Angela Maraventano, vice sindaco di Lampedusa: «Ho dei progetti ben precisi: promuoverò un referendum che annetta la mia isola alla provincia di Bergamo». Non è una battuta di Achille Campanile. È sempre lei, la Maraventano, quella che i telegiornali definiscono pasionaria di Bossi, neo senatrice della Lega eletta in Emilia-Romagna. Nel paese che tutti gioiscono a definire ormai normale (normalizzato: anche il fremito d’orgoglio del presidente Napolitano per la veloce definizione della squadra di governo fa parte del filone) ecco finalmente la definizione di «territorio»: non è più uno spazio né una comunità, ma una proprietà. Che posso spostare a seconda delle convenienze. Una merce. E le merci, per definizione, prescindono dalla geografia.

Faccio una modesta proposta ai deputati e senatori sardi. Un mese prima delle elezioni, i pm del processo per i fatti svoltisi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, chiesero 76 anni di carcere per i 44 imputati di violenze nei confronti dei fermati. «Violenze», giacché il reato di tortura in Italia non esiste. Grazie a quelle requisitorie non fu più possibile mantenere il silenzio calato sul  processo, e finalmente i media parlarono di quella vicenda e della scandalosa inadempienza dell’Italia: «la violazione simultanea e flagrante di tre importanti trattati internazionali che l' Italia aveva contribuito ad elaborare e si era solennemente impegnata a rispettare - ha scritto Antonio Cassese sulla ‘Repubblica’ del 20 marzo: - la Convenzione europea dei diritti dell' uomo del 1950, il Patto dell' Onu sui diritti civili e politici del 1966, e la Convenzione dell' Onu contro la tortura del 1984». Malgrado 20 progetti di legge siano stati presentati in Parlamento dal 1996, anche l’ultima legislatura si è chiusa senza che la parola tortura sia entrata nel codice penale. «Non ci resta che sperare - concludeva Cassese - che il prossimo Parlamento sia meno inefficiente: il giorno in cui smettiamo di indignarci per fatti come quelli di Bolzaneto, la democrazia è morta in Italia».

Gentili parlamentari sardi. Farete senz’altro bene i rappresentanti dei vostri territori e dell’intera Sardegna. Ma fatevi promotori, tutti e assieme, di una forte azione che porti alla definizione limpida e inequivocabile del reato di tortura. Anche per ricordare che poco più di un anno prima di Bolzaneto, nel carcere di Sassari si commisero violenze inaudite con le stesse modalità.  Continuerete ad appartenere alla nostra isola anche impegnandovi in una battaglia di civiltà. A furia di rimpicciolirle, le appartenenze, finiscono per diventare di sangue o d’altare.


14.04.08

I grandi eventi portano spesso, nel tributo all’efficienza, il rischio di mettere in mora la democrazia, e, indebolendosi i controlli, quello degli abusi.  Normative e procedure di emergenza che indeboliscono le leggi di tutela del paesaggio e hanno rapporto diretto con l’esecutivo le vedemmo per la prima volta con Berlusconi: se non ricordo male, con la Protezione Civile. Proprio un ottimo modello. Ma, soprattutto,  sono noti i rischi di uno sviluppo turistico sbilanciato sul lusso: lo scrisse parlando di La Maddalena l’estate scorsa sul Manifesto Sardo Ignazio Camarda, già presidente dell’Ente Parco e uno dei consulenti scientifici del PPR.  In tal modo si rafforzano, a contatto con un ecosistema delicato,  presenze di dubbia sensibilità ambientale e generalmente infastidite dalle regole. Ma il sistema ‘parco’, possibile garanzia di fronte a tali rischi, è oggetto di un feroce attacco, di una strategia di abbattimento dei parchi nazionali in modo da avere esclusive competenze regionali e meno problemi per i piani di ‘alto livello turistico’.  Un conto è la necessaria modifica della legge quadro sulle aree protette, poco inclusiva delle popolazioni dei territori interessati, un conto è rinunciare al sistema pubblico della  tutela. Vi è ancora una tensione inedita fra leggi speciali, Regione,  norme di tutela nazionali e paesaggi radicati nel Paese e nella sua Costituzione, spia di un conflitto che rischia di aggravarsi nel prossimo scenario politico.

Si capisce che una comunità in qualche modo abituata ai dollari e all’esproprio permanente possa opporsi a qualsiasi pratica  poco veloce e incerta di sviluppo sostenibile, ma è necessario riflettere sui rischi di uno sbilanciamento verso il turismo di élite, sul ripetere, in chiave formalmente ‘progressista’, il modello Costa Smeralda, senza ragionare su più equilibrati modelli “di successo”, alcuni - pur con diverse criticità - disponibili nella stessa Sardegna (magari l’Algherese). Nella fretta di costruire latita sia a destra che a sinistra, soprattutto nelle forze tradizionali, una discussione sui modelli di sviluppo. Ora si taglia alla radice, in omaggio ad emergenza, segreto di Stato,  poche firme dell’architettura e rapidissime associazioni temporanee d’impresa.

L’Arcipelago della Maddalena (e l’Asinara) sono da tempo nella tentative list dell’Unesco (n.ri 2008 e 5002) con altissime valutazioni, e siamo certi che il destino migliore per le isole sarde, a partire da Maddalena e Asinara tutelate da un rinnovato sistema di parchi, stia nella valorizzazione dell’ambiente e nell’essere centri di uno sviluppo diverso e sostenibile, visitabili dalle scuole di tutto il mondo come esemplari luoghi di ricerca e didattica, per un  target che non occuperebbe per pochi mesi soggetti alle turbolenze delle mode dell’euro i  luoghi, ma il territorio  con un flusso più costante e meno aggressivo. Vi è migliore e più stabile lavoro nell’ipotesi alberghiera di alto livello e relativa filiera, o in quanto ruota attorno allo sviluppo sostenibile e alla Conoscenza?  Mi sarebbe piaciuto vedere, comunque,  somme speciali per il Compendio Garibaldino di Caprera, per il Museo Lamboglia (imperniato sul celebre  relitto romano di Spargi), per la tutela dei siti archeologici ed architettonici dell’arcipelago.

Renato Soru ha pensato di aprire in occasione del G8 un dibattito mondiale sull’ambiente e le energie rinnovabili:  ma gli ospiti di questo inutile consesso, eversori delle Nazioni Unite, sono i titolari del modello di sviluppo che, incardinato ai destini del petrolio e dell’industria militare, sta distruggendo il pianeta. Da Bush, principale  responsabile dell’affossamento del protocollo di Kyoto (ma Soru non ha  avuto il premio Kyoto 2012?!), pare logico aspettarsi, nella lettera e nello spirito, orecchie da mercante. Dubito – anche se venisse catturata qualche immagine di fascino fra Nobel disponibili – che un dibattito all’ombra dei potenti del mondo possa essere credibile. Prestarsi a questa sceneggiata significa dare alibi a lorsignori.

C’è da augurarsi che, sulla scorta delle migliori esperienze del Forum mondiale, almeno i movimenti per la pace e gruppi e persone capaci di critiche vere contro i rischi della globalizzazione rilancino, sfuggendo alla sceneggiata militare e paramilitare per lasciarla in toto a chi ce l’ha nel sangue, un dibattito vero sulla difesa di beni comuni come i paesaggi, l’aria, l’acqua, il lavoro liberato dagli orrori dell’industria militare. Un contro vertice pacifico e globale  delle competenze e dello sviluppo sostenibile che proietti la migliore Sardegna verso il mondo.

Marcello Madau


04.04.08

Prove di  Governance ….. Waiting for Godot.

L’incontro promosso nei giorni scorsi da Assoindustria e Organizzazioni sindacali della provincia di Sassari è un segnale molto incoraggiante per il futuro del Nord ovest della Sardegna.

A molti è apparso strano vedere l’associazione che rappresenta gli interessi degli imprenditori e quelle che, da sempre, tutelano i lavoratori seduti dalla stessa parte del tavolo per richiamare l’attenzione sulla crisi di un intero territorio, per verificare lo stato dell’Intesa istituzionale di programma con la Regione e per proporre unitariamente un progetto di sviluppo.

In attesa della Regione i nostri “Vladimiro e Estragone” sociali hanno intrapreso l’unica strada percorribile, unendosi e facendo la “prima mossa”.

Siamo di fronte a quella che viene definita un’azione di Governance; quella che nel resto d’Europa sta alla base di qualsiasi programma di sviluppo del territorio. Un modello di pluralismo nuovo, o meglio, un modello diverso di politica degli interessi, della loro rappresentanza e mediazione. Uno strumento che individua l’obiettivo da raggiungere e chiama in causa tutti gli attori protagonisti per concorrere al governo delle dinamiche di sviluppo.

Non interessi contrapposti, ma coinvolti collegialmente per la valorizzazione delle potenzialità intrinseche a ogni gruppo sociale.

Massimo D’Antona, tra i più grandi esperti di diritto del lavoro e relazioni industriali, spesso utilizzava il termine “sussidiarietà orizzontale” per identificare  un impegno dei rappresentanti dei singoli interessi in gioco per la Governance delle politiche di sviluppo. Un metodo efficace, anche se rimane l’amaro in bocca per il solito atteggiamento di attesa che le parti sociali hanno rispetto alla politica. È sicuramente necessaria la presenza delle istituzioni tra i protagonisti della Governance ma osservando lo stato delle cose non è più il tempo dell’attesa di un segnale dalla Regione o dal Governo.

È necessario fare autocritica; la parte meridionale della Sardegna cresce, anche nel settore turistico tanto caro all’associazione industriali del Nord dell’Isola, quanto quello dei servizi e delle PMI. Questo perché hanno saputo rinnovarsi, praticare prezzi competitivi, convogliare i soldi per le infrastrutture (si veda la situazione delle strade e delle ferrovie), creare l’indotto e programmare a medio lungo termine.

Alla base di tutto sta l’attenzione posta nella fase di formazione delle decisioni da prendere e dell’analisi dei rapporti che intercorrono tra interessi sociali e potere pubblico.

Chi più dei soggetti  seduti a quel tavolo ha l’esperienza e le competenze per fare tutto ciò?

Si propongano concertazioni territoriali (e non al ribasso come fatto finora) per contrastare l’emergenza si dia agli imprenditori che  assicurano le garanzie e le tutele ai lavoratori (attraverso la sottoscrizione di codici etici), si pensi a un programma di partecipazione dei lavoratori alle imprese, si sfruttino davvero le politiche attive del lavoro, la formazione, e si intensifichino i controlli che garantiscono la salute delle imprese e dei dipendenti.

Si attivi un efficiente programma di collocamento, si concluda la stagione dei contributi a pioggia e si incentivi l’impresa presso coloro che vogliano veramente fare gli imprenditori. Infatti la strategia della mano tesa o del ricatto elettorale è di breve periodo, deresponsabilizza momentaneamente i veri protagonisti dello sviluppo individuando negli amministratori pro tempore i “cattivi” del governo del territorio.

Alberto Valenti


26.03.08

Olbia-Tempio  e il vescovo

Ancora fino a pochi decenni fa Tempio Pausania, ai piedi del Limbara, era il capoluogo della Gallura, con titolo di città che non spettava a Olbia, borgo cresciuto nei pressi di un approdo potenzialmente fortunato.

Poi, per ragioni note, alla crescita frenetica di Olbia  corrisponde   il declino di Tempio. La distanza del mare ha significato qualcosa  nella storia dell'isola e nella competizione tra centri urbani nella Sardegna  contemporanea: chi prefigurava il vuoto al centro,  senza più presìdi, comincia ad avere i riscontri temuti.

La notizia pasquale secondo cui il vescovo di Tempio sarebbe intenzionato a prendere casa a Olbia non è di poco conto. Il riconoscimento autorevole – di un processo inarrestabile – , assume un valore più che simbolico. E' facile immaginare che la Chiesa abbia sempre ubicato le sedi della amministrazione nei territori  in relazione alla presenza e al movimento delle anime ( pare  che la prima diocesi gallurese fosse a Olbia nel Medioevo).  Ma sembra di capire che la dislocazione delle diocesi  nei territori sia stata (e sia), almeno nelle intenzioni pastorali, indifferente alla geografia politica e ai flussi del denaro. Leggendo l'articolo viene il sospetto di qualche interferenza della politica sulle scelte del vescovo di Tempio ( chissà a che serve una variante al piano particolareggiato !!); e che tra le valutazioni delle gerarchie ecclesiastiche sia sottintesa quella ultraterrena che riguarda la  forza e la capacità attrattiva  della città di Berlusconi e del Billionaire.(SR)

Il  vescovo prende casa a Olbia

 Mele, Giandomenico

il Sardegna  22. 03.2008

Crolla la chiesa ma è in arrivo una casa per il vescovo. A margine della caduta di un cornicione nella chiesa di San Paolo, spuntano 500mila euro per rimettere a posto il vecchio palazzo Achenza, destinato a diventare la residenza di Olbia per il vescovo Sebastiano Sanguinetti. Una novità che potrebbe rilanciare le voci circa un progressivo avvicinamento della sede vescovile della diocesi di Tempio-Ampurias verso il capoluogo, la città economicamente più importante della Gallura. Il Comune ha stanziato i finanziamenti per ristrutturare il palazzetto signorile in via Achenza, accanto alla chiesa di San Paolo, nel cuore del centro storico di Olbia. La Curia attende solo una variante al piano particolareggiato del centro storico per iniziare i lavori, previsti al massimo entro l'estate. L'amministrazione ha deciso di accelerare i tempi per dare compiutezza alla nuova sede vescovile. Scisma sotterraneo, guerra tra campanili ecclesiastici? Di certo sotto la cenere cova un po' di fuoco. La delibera è già stata approvata dalla giunta comunale. La Conferenza episcopale italiana ha deciso di stanziare altri 400mila euro per finanziare il recupero. Il progetto è nelle mani di un pool di architetti che ha il compito di disegnare la futura dimora a beneficio della massima guida spirituale del territorio.

Ufficialmente il Comune si è affrettato a smentire qualsiasi ipotesi di scippo ai danni di Tempio, la funzione della sede sarebbe solo quella di ospitare monsignor Sebastiano Sanguinetti durante le sue frequenti visite in città, spesso per importanti impegni istituzionali, sollevandolo da spostamenti sgraditi.

Una sorta di sede di rappresentanza della quale, va detto, si parlava oramai da anni. Ma, si sa, i rapporti tra i due campanili, sull' importante questione del primato ecclesiastico, sono stati sempre tesi. Il palazzo signorile di tre piani, tra via Achenza e via Cagliari, è adiacente alla chiesa di San Paolo. È stato espropriato dal Comune, che ora vuole trasformarlo nella sede della curia vescovile in città.

L'idea era nata già con la giunta Nizzi, poi il progetto è stato raccolto dall'amministrazione Giovannelli. Per il progetto sono arrivati anche i contributi della Cei, una cosa normale dal momento che di solito gli interventi dell'amministrazione nei luoghi di culto sono sostenuti dalla stessa chiesa che si fa carico di una parte dei costi. Da parte del Comune è stata valutata anche l'opportunità di restituire alla città un palazzo di alto pregio architettonico. I provvedimenti burocratici camminano su un doppio binario, fatto di atti concreti e diplomazia di facciata. Da una parte il Comune prepara quella che, negli atti di giunta, viene definita a tutti gli effetti “nuova sede

vescovile”, dall'altra cerca di ridimensionarla a mera residenza ecclesiastica per brevi permanenze in città. Certo all'occhio campanilistico di Tempio Pausania non potrà sfuggire il progressivo spostamento del baricentro ecclesiastico verso Olbia, che non ha messo tra le cose da fare solo la creazione del vescovado, ma una serie di interventi per tutte le chiese di Olbia.

Con una priorità: quella della chiesa di San Paolo, vicina di casa della sede vescovile, dove impalcature stanno preservando lo svolgimento della Settimana Santa da improvvise cadute di cornicioni dal soffitto.


18.03.2008 

Stalking o “semplici” molestie?

Anna Bussu (*)

Le molestie assillanti (o stalking) non sembrano costituire un fenomeno criminale circoscritto e nascosto: lo dimostrano recenti fatti di cronaca locale. Spesso il molestatore, a seconda delle modalità utilizzate, finisce per vincolare la libertà e la sicurezza personale della vittima, tanto da spingerla alla denuncia. La cronaca propone il cliché del molestatore ex partner, il “respinto”, che inizia la persecuzione dopo l’abbandono, tentando “goffamente” una riconciliazione. L’abbandono rischia infatti di minare l’autostima del molestatore e la vittima viene vissuta come una parte di sé perduta.

Nella maggior parte dei casi, le “molestie” denunciate non sono assillanti, ma risultano comunque  di disturbo e difficile gestione da parte della vittima: un fenomeno, quindi, da osservare, prevenire e monitorare per evitare che azioni episodiche vengano reiterate nel tempo fino a configurarsi come vero e proprio stalking.

Nell’ambito delle attività del Centro di Studi Urbani, e specificatamente della ricerca sulla criminalità in Sardegna, coordinata da Antonietta Mazzette, abbiamo recentemente condotto una ricerca regionale sulle molestie, supervisionata da Patrizia Patrizi. L’analisi ha riguardato poco meno di 1000 casi, con l’obiettivo di definire i profili del molestatore e della vittima, le modalità e le dinamiche del reato.  E’ emerso che nella maggior parte dei casi si tratta di molestie telefoniche di cui, nello specifico, circa un centinaio attraverso modalità che possono garantire l’anonimato, ad esempio sms al cellulare. Due le principali tipologie di molestatori telefonici: il disturbante muto, nel caso in cui la molestia si limiti a telefonate mute o interrotte o a semplici squilli telefonici, prima che l’interlocutore riesca a rispondere e il disturbante inoffensivo, quando l’intento è evidentemente quello di un banale scherzo, attuato spesso da minorenni, realizzato magari solo una volta nei confronti di una vittima il più delle volte casuale, che spesso denuncia subito il reato. Le telefonate sono frequentemente caratterizzate da contenuti ingiuriosi e minacciosi con l’intento di offendere e spaventare la vittima, rumori senza parole, voci ansimanti e camuffate per non farsi riconoscere. Le azioni disturbanti si realizzano un po’ in tutti gli orari, con prevalenza, comunque, della fascia notturna, indubbiamente più vulnerabile. Inoltre diverse molestie, quelle più gravose, sono state agite di persona con appostamenti e sorveglianze o mediante comunicazione scritta (lettere, bigliettini, fax, email, etc.), in alcuni casi comunicazioni pubbliche, ad esempio mediante annunci in quotidiani, riviste, internet, graffiti nei muri, per ottenere una buona visibilità, ridicolizzando e mettendo in difficoltà la persona molestata, o facendole doni non richiesti. Anche la scelta di "colpire" in internet (il cyberstalking), mediante posta elettronica, sta aumentando perché permette al molestatore di infastidire la vittima in qualsiasi momento, velocemente e a basso costo, restando nell’anonimato. Mediamente le molestie si realizzano in un arco temporale compreso tra un giorno, in genere quando scatta subito la denuncia, a 5-6 mesi, massimo un anno, e si interrompono autonomamente o perché la vittima esasperata decide alla fine di segnalare il caso.

Dalla ricerca emerge che il numero di molestatori uomini (70%) è notevolmente maggiore rispetto a quello delle donne (30%). Il reo ha un’età compresa tra i 18 e i 39 anni. Rispetto alla carriera criminale, si evince che solamente ¼ del campione (106 su 424 casi) ha avuto precedenti e comunque solamente una minima parte ne ha avuti per il reato di molestia: si tratta, quindi, di incensurati che si trovano a compiere molestie finalizzate a una sola vittima. La vittima tipo della nostra indagine, generalmente donna, appartiene alla fascia adulta che va dai 28 ai 48 anni. Il numero degli uomini è comunque elevato, generalmente vittime di molestie telefoniche, minacce, ingiurie, danneggiamenti e spesso comportamenti disturbanti e dispetti tra vicini di casa. In una ricerca correlata abbiamo cercato di capire se la vittima modifica abitudini o stili di vita per difendersi dal molestatore. Generalmente utilizza stratagemmi personali, esce in compagnia e cerca di farsi riaccompagnare a casa da qualcuno, oppure informa un conoscente o un familiare dei suoi spostamenti. Se le telefonate sono assillanti, cambia il numero telefonico o lo mette sotto controllo registrando le chiamate con la segreteria telefonica. Modifica, per disorientare il molestatore, gli orari e il percorso abituale per rientrare a casa e, in alcuni casi, decide di imparare tecniche di difesa personale per sentirsi più sicura. Solamente nei casi più gravi di stalking, la vittima ha preferito cambiare residenza, a volte anche città. Un aspetto preoccupante è la scelta di “tutelarsi” con l’isolamento, che favorisce involontariamente lo stalker nel raggiungimento dell’obiettivo: destabilizzare la vittima, impaurirla e punirla. Condividere invece la propria situazione di disagio con la propria rete di relazioni, richiedere l’aiuto delle Forze dell’ordine, dei Servizi socio - sanitari e dei Centri locali antiviolenza può costituire il primo passo per sentirsi più sicuri e per limitare il “potere” del molestatore.

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Per approfondimenti sui risultati della ricerca consultare il sito www.centrostudiurbani.it

(*) dottoranda in Scienze della Governance e Sistemi complessi


11.02.08

I morti sul lavoro, la Costituzione e le elezioni

«L’Italia detiene il primato europeo per numero di morti sul lavoro». Nel sessantesimo anniversario della Costituzione niente come questo dato, diffuso ieri dall’Associazione mutilati e invalidi del lavoro, precisa il vero carattere nazionale, definitosi nei tre lustri della «lunga transizione italiana»: la resa politica all’esistente. Il rapporto dell’Anmil, il monitoraggio in un decennio delle morti bianche, evidenzia che il quotidiano bollettino di «guerra a bassa intensità» mostra che non si tratta di un fenomeno occasionale ma «profondamente innervato nel modo di produzione». Peggiore epitaffio sulla nostra Carta fondamentale non poteva esserci.
Mentre la sicurezza sul lavoro è espressamente definita in alcune costituzioni europee, solo in quella italiana il lavoro «fonda» la repubblica e la stessa democrazia. Siamo dunque anche i primi a  fissare la distanza fra le parole e le cose. Si dirà: non stiamo a misurare i principi inapplicati o elusi, la Costituzione è una prospettiva, un tendere a-, stabilito inoltre in una fase particolare della storia nazionale da una classe politica che aveva allora altri orizzonti in un mondo totalmente diverso da quello odierno. Certo, tutte le costituzioni interrogano ciascun essere umano su quale sia l’immagine di sé, il progetto di sé come cittadino. Quella italiana in particolare: si trattava di avviare un processo di fondazione dell’Italiano dopo vent’anni di dittatura e una guerra perduta. Ma riscontrare l’assenza di questa ambizione nell’oggi non è faccenda da moralisti, e chi - soprattutto a sinistra - si prepara alla competizione elettorale dovrebbe averlo ben presente, purché provi a convincere che non chiede di essere nominato a consigliere di amministrazione di un’azienda in pre-liquidazione.

Provo a dirlo con un’immagine: quella del simbolo della Repubblica, sessantenne anch’esso.  Ricordate? Un ramo di ulivo e uno di quercia che circondano una stella inscritta su una ruota dentata: la pace - la concordia - e la forza - la dignità - del popolo italiano garanti del patto statuale (la stella) fondato sul lavoro (la ruota). Un’Italia non più contadina che legava alla ruota dentata -  all’ingranaggio, alla fabbrica - l’idea stessa del lavoro. È come se la fine del Novecento, delle grandi narrazioni e delle utopie, abbia portato con sé anche la fabbrica, e con essa,  conseguentemente, sia scomparso anche il lavoro. Solo tragedie come quella della ThyssenKrupp paiono restituire ad esso una centralità nel discorso pubblico: questo è il prezzo forse più pesante che paghiamo in questi anni, con effetti più durevoli di quanto accada per altri peccati nazionali. Peggio di come, ad esempio, si faccia quotidianamente strame del principio di uguaglianza di fronte alla legge: sia che si proceda a nomine in aziende pubbliche o che si abroghi una legge sul falso in bilancio per scamparne le conseguenze.

I segnali che vengono dalle «dimenticanze» dei pomposi documenti del Partito Democratico non sono incoraggianti anche per la Costituzione. La sensazione è che non abbiamo ancora toccato il fondo, appena le prossime elezioni e gli avvenimenti seguenti ci mostreranno ciò che - ancora una volta - sarà in gioco: la liquidazione della nostra Carta fondamentale. Come buona parte dei sessantenni, si prepari ad andare in pensione. (Sante Maurizi)


06.02.08

Investimenti della malavita organizzata nelle coste sarde, specialmente in Gallura. Non è una novità. Una circostanza che torna ciclicamente, e anche casualmente, esito di inchieste che seguono altre piste. La compravendita di aree fabbricabili o complessi realizzati spesso per via di piani molto compiacenti agevola in molto casi il riciclaggio di denaro sporco. Da almeno una trentina di anni, come hanno riferito i magistrati in varie occasioni, somme considerevoli transitano da queste parti per diventare pulite case a schiera. È facile immaginare che tanto denaro abbia inciso in modo rilevante nei processi decisionali. Un'altra ragione per sostenere fermamente le ragioni del Piano paesaggistico: lo spreco di luoghi bellissimi è a vantaggio di pochi e succede che che tra questi ci siano mafiosi e camorristi (s.r.)

La mafia a Pittulongu   di Paoletta Farina in La Nuova Sardegna del 3 febbraio 2008

OLBIA. Soldi delle armi e della droga della ‘ndrangheta ripuliti in Svizzera e poi indirizzati verso investimenti immobiliari in Gallura dove buona parte degli indagati era di casa. C’è uno spaccato dell’appetito delle cosche mafiose per l’isola nell’ordinanza di custodia cautelare del giudice delle indagini preliminari di Milano Guido Salvini che ha raggiunto, su richiesta del pm Mario Venditti, nove persone accusate di riciclaggio aggravato dal favoreggiamento mafioso e dal reimpiego in attività economiche di somme provenienti da reati. Tra loro nomi di spicco del mondo affaristico che nasconde i suoi segreti in cassette di sicurezza e in conti riservati delle banche elvetiche e
dei paradisi fiscali, ma anche personaggi sardi o comunque di origine isolana. Come Sergio Contu, 42 anni, lo skipper olbiese finito in manette per un episodio legato alla vendita per 330mila euro di un motoscafo Riva, (dietro la quale si nasconderebbe l’occultamento di fondi illeciti), a Salvatore Paulangelo, 44 anni. Paulangelo è un altro arrestato dell’inchiesta milanese, amministratore finanziario con villa a Pittulongu che viene considerato uno dei nomi di spicco dell’inchiesta. E ancora Paolo Desole, figlio di Gavino, anche lui quarantatreenne, cittadino svizzero con alle spalle numerosi guai con la giustizia per traffico di cocaina, e su un conto del quale sarebbero transitati 47 milioni di dollari. E poi tutta una serie di nomi di persone molto note a Olbia per essere imprenditori, proprietari di terreni e hotel, alcuni di loro legati al mondo del calcio, che popolano le 269 pagine del provvedimento di arresto.

Uomo chiave e deus ex machina dei traffici l’avvocato milanese Giuseppe Melzi, 66 anni, ex paladino dei piccoli risparmiatori dopo il crac del Banco Ambrosiano e, a leggere le recenti accuse, spregiudicato manovratore di soldi che hanno portato altri piccoli investitori di società andate in bancarotta a perdere tutti i loro risparmi. Sullo sfondo il panorama dei terreni olbiesi, tra cui 500 ettari di pregio, in cui si muove il nutrito gruppo di procacciatori, imprenditori «indigeni» (parola del gip Salvini) che aspirano a fare l’affare del secolo. In un tourbillon di incontri e telefonate prontamente spiati e intercettati dagli investigatori, nell’arco di un’indagine che si è snodata dal 2000 al 2004.

L’inchiesta

«Il presente procedimento è stato reso possibile ed è giunto ad esiti significativi grazie all’osmosi investigativa tra diverse indagini condotte a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia che hanno affrontato reati sicuramente definibili come “transnazionali” essendo l’espressione di un gruppo organizzato di stampo ‘ndranghetistico nato e sviluppatosi originariamente in Italia, ed in particolare nella zona di Mesoraca, in provincia di Crotone, (dove è attiva la cosca Ferrazzo n.d.r) ma che si è ramificato in territorio elvetico non solo per commettere reati in materia di stupefacenti e di armi, spostate tra i due Paesi, ma soprattutto per realizzare un’imponente attività di riciclaggio». Cos scrive il magistrato Salvini secondo il quale «a tale fine è stata allestita in Svizzera, quantomeno dalla fine degli anni ‘90, tramite società finanziarie costituite ad hoc, una sofisticata macchina di ripulitura di somme di denaro provenienti dalle attività criminali “ragione sociale” dell’organizzazione».

Semplice il meccanismo di lavaggio dei soldi: le «lavatrici» allestite dagli indagati sarebbero due società finanziarie la World Financial Services AG (WFS) e la PP Finanz Service GmbH di Zurigo, tra loro collegate, i cui patrimoni erano «caratterizzati da un’assoluta confusione contabile» e dalle quali alcuni degli arrestati avrebbero attinto per arricchirsi personalmente. Infatti, quelle societè che ufficialmente si occupavano di raccogliere capitali, direttamente o attraverso intermediari, da una clientela di investitori svizzeri e internazionali per operare sul mercato Forex, raccoglievano anche «masse di contanti di origine a dir poco incerta». Basti pensare che un’impiegata della WFS ha testimoniato che Paulangelo e altri uomini della stessa società andavano in aereo in Calabria e rientravano con valige di soldi in contanti che venivano messi nella cassaforte e non venivano contabilizzati nel sistema informativo e che alcuni “clienti”, a tarda ora, si presentavano in ufficio con pistole sotto la giacca. La cosca Ferrazzo secondo quanto hanno appurato gli inquirenti, praticamente si serviva delle due società WFS e PP Finanz come contenitore di soldi raggranellati grazie al crimine. Nel 2002 il crac, ma il gruppo di affari ha messo al sicuro il denaro in altre società o negli investimenti immobiliari privati in Sardegna.

Gli investimenti in Sardegna.

Un ruolo fondamentale sul fronte sardo ha svolto Alfonso Zoccola, svizzero trentanovenne. Un «esperto in truffe finanziarie» è definito dal giudice Salvini, consumate proprio
in Svizzera ed entrato nella WFS nel 2001 come socio occulto. Di fatto padrone della societè , Â«è¨ stato il principale elemento di collegamento con i calabresi». È proprio Alfonso Zoccola a tenere rapporti con l’avvocato milanese Melzi, tutelato in Sardegna da un avvocato che ha avuto come cliente Paulangelo. C’è da dire che l’organizzazione diretta a Zurigo da Desole, Zoccola e Paulangelo riciclava circa 1,2 milioni di dollari alla settimana provenienti dal traffico di stupefacenti; soldi che gli investimenti immobiliari potevano far ben fruttare. Zoccola si
recava spesso a Olbia dove con Melzi, secondo quanto emerge dalla documentazione acquisita nel corso di perquisizione alla WFS, era interessato ad un progetto concernente l’intera periferia di Olbia.

Negli uffici della WFS, infatti, sono state ritrovate planimetrie di terreni a Pittulongu e i documenti relativi a un progettato acquisto, sempre a Pittulongu, dell’hotel a quattro stelle «Stefania». In particolare nel faldone dei magistrati sono finite due proposte di vendita e un progetto architettonico per l’ampliamento dell’albergo.

Per i progetti immobiliari il clan avrebbe contattato, in qualità di esperto, un ingegnere olbiese.

Per poter dar corso alle operazioni immobiliari il gruppo di cui era a capo il legale milanese Melzi aveva creato una serie di società: «Dagli accertamenti svolti presso la Camera di commercio - scrive il giudice Salvini -, sono state individuate le società coinvolte nelle operazioni immobiliari in Sardegna, nella zona di Olbia: Agrenas srl, Finmed srl, Gmp srl, Montebello srl, Papo srl, Pasim srl, Sasi srl, Repi srl (giè Tre Sb srl)». Nelle societè , in un intricato giro di partecipazioni, compare più volte il nome di Giovanni Battista Pitta, noto imprenditore olbiese fino a poco tempo fa presidente del Tavolara Calcio quale detentore di quote. Secondo i magistrati di Milano, Pitta da trent’anni è in rapporti con Melzi, che è stato anche suo difensore nel corso di un procedimento penale che si è risolto positivamente. Di Pitta sarebbero state sfruttate capacità e conoscenze per l’acquisto di lotti di terreni, in parte già edificabili e in parte no.

Il gruppo si incontrava spesso ad Olbia, dove Melzi prediligeva pernottare all’Hotel Gallura e da dove sono partite molte delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti.

L’indagine ha lambito anche un altro imprenditore di Olbia molto conosciuto che viene citato nell’ordinanza di custodia cautelare in riferimento a Zoccola: Mauro Putzu, ex presidente dell’Olbia calcio.

Un intreccio, quello scoperto dal gip milanese, che dovrà passare sotto ulteriori vagli ma che intanto ha aperto uno squarcio sul sottobosco che si muove intorno alle coste sarde con la criminalità organizzata pronta a reinvestire i propri capitali costruiti sulle attività illecite in progetti turistici di largo respiro.


Università degli studi di Sassari

Facoltà di Scienze Politiche

Dipartimento di Economia Istituzioni e Società

Centro di Studi Urbani

Lunedì 14 gennaio 2008 alle ore 16.30 nell’Aula Rossa della Facoltà di Scienze Politiche - Centro Didattico di Viale Mancini 1 -, si terrà un incontro-dibattito intitolato Sguardi sul mare da vicino e da lontano. Saranno messi a confronto esperienze e opinioni dei Sindaci di Mamoiada Graziano Deiana, di Orosei Gino Derosas e di Seulo Dionigi Murgia e vedrà la partecipazione dell’attore Sante Maurizi. Si tratta del secondo incontro che si colloca all’interno dell’attività didattica del corso avanzato di Sociologia Urbana delle classi magistrali in Scienze Politiche e in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo, tenuto dalla Professoressa Antonietta Mazzette, nonché dell’attività didattica della Scuola di Dottorato in Scienze Sociali, indirizzo in Scienze della Governance e dei sistemi complessi. Questo incontro segue quello svolto il 4 Dicembre 2007, sul paesaggio e sull’uso-consumo del territorio sardo - a partire dal libro di Sandro Roggio, C’è di mezzo il mare -, e che ha visto dibattere gli studenti con Giorgio Todde, Costantino Cossu e Sante Maurizi.

Con l’incontro del 14 Gennaio ci si propone un duplice obiettivo: 1. di capire quale debba essere il ruolo delle amministrazioni locali nel governare le trasformazioni del territorio, in relazione alle aspettative delle diverse comunità e al coinvolgimento delle popolazioni interessate a queste trasformazioni; 2.di capire se e come lo sguardo dei sardi sugli ambienti costieri sia condizionato da distanze culturali, oltre che fisiche ed economiche.

Questo ciclo di incontri si concluderà il 21 gennaio 2008 nell’Aula Magna dell’Università di Sassari con il Presidente Renato Soru. Il titolo di questo confronto -moderato da Giacomo Mameli - è Mappe della Sardegna. Quali paesaggi per quali abitanti e allude, tra l’altro, al dibattito in corso sui temi del governo dei territori di pregio della Sardegna. In questa occasione il Presidente Soru dialogherà con gli studenti della Facoltà di Scienze Politiche, a partire da interrogativi sui modi di guardare il territorio, sui processi decisionali e partecipativi, sul consenso e il disseno su argomenti delicati e altamente controversi quali sono tutti quelli che riguardano l’accesso alle risorse territoriali e paesaggistiche, ai beni comuni di cui dispone l’Isola.

L’incontro tra il Presidente Soru e gli studenti è teso a costituire un confronto diretto, finalizzato ad apprendere e a dialogare sulle speranze progettuali di chi governa e sulle speranze di chi ha iniziato - come è il caso degli studenti - a costruire il proprio progetto di vita.


21.12.2007

Il Protocollo sul welfare "prima versione".

La Camera dei deputati, votando la fiducia al Governo, ha dato il via libera all’attuazione del Protocollo sul welfare, sottoscritto lo scorso 23 luglio dalle parti sociali e dal Governo stesso per intervenire su alcune parti importanti del sistema pensionistico e per introdurre una serie di misure per contrastare il fenomeno della precarietà.

Del Protocollo, però, esiste anche un’altra versione, modificata dalla Commissione lavoro della Camera e cancellata dal Governo con la scelta di porre la fiducia sul testo originale; proprio su questa versione aggiornata aveva fatto quadrato la cosiddetta sinistra radicale che riteneva le modifiche apportate più efficaci nel centrare l’obiettivo della lotta alla precarietà. Conclusa la vicenda sulla fiducia, rimangono i cocci da ricomporre della prima versione del Protocollo.

Tralasciando le non meno importanti norme sull’abolizione del famoso scalone Maroni, sui coefficienti per il calcolo della pensione, sulla definizione delle tutele per i lavori usuranti e sulla “quattordicesima” per le pensioni basse, per ragioni di sintesi sarebbe utile osservare le novità, introdotte dall’accordo, sul tema del precariato.

Il tema della precarietà del lavoro e delle sue molteplici conseguenze è stato inserito nell’agenda politica del Governo fin dalle dichiarazioni programmatiche. Nel frattempo il numero dei precari è aumentato in maniera tale da diventare un fenomeno cronico. Dal 2005 a oggi vi è stato un aumento dei contratti atipici, la metà dei giovani è stato assunto con un contratto a tempo determinato, il 50% degli assunti con contratto a tempo determinato a scadenza del termine non è stato confermato e fatto ancora più emblematico l’80% delle collaborazioni risultano essere monocommittente.

A poco sono servite le due misure normative che prevedono l’uscita dal precariato nel settore pubblico (Finanziaria 2007 che ha  stabilizzato, a causa di una norma stringente, pochissimi dipendenti rispetto ai numeri dei precari della P.A.) e nel settore privato (circolare del Ministero del lavoro del 2006, tematicamente dedicata ai Call center, conosciuta come circolare Atesia, che ha convertito in tempi indeterminati molti  contratti di collaborazione a progetto ma con ingenti incentivi per le imprese e notevoli sacrifici sul piano retributivo per i lavoratori).

Lo strumento del Protocollo sembrava costituire un netto passo in avanti nell’indicare al Legislatore e alla contrattazione collettiva le linee guida per la lotta alla precarietà. Per certi versi così è stato per altri, invece, si è “sbagliata la mira”. Infatti se per il primo profilo sono risultate positive le misure previdenziali a favore dei giovani per il riscatto a buon prezzo degli anni universitari, la copertura figurativa per colmare i vuoti contributivi, lo stanziamento di 700 milioni di euro per migliorare l’indennità di disoccupazione, poco è stato fatto per il vero problema e cioè lo “spezzatino contrattuale” e l’instabilità del rapporto di lavoro.

Inoltre, la vera buona notizia del Protocollo è data dal reinserimento del diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato per i lavoratori che, nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, abbiano prestato attività lavorativa per un periodo superiore ai sei mesi. Questa disposizione ripristina un diritto fondamentale, posto a favore della stabilità del rapporto di lavoro, previsto dal nostro ordinamento fin dal 1962 ma che il decreto legislativo del 2001 sul contratto a termine aveva cancellato.

Osservando gli aspetti critici che il Protocollo, ma anche la sua versione aggiornata, evidenziano, ci si rende conto che sia le parti politiche che quelle sociali si sono concentrate su alcuni punti non sostanziali per la lotta alla precarietà; infatti, l’abrogazione del lavoro a chiamata o dello staff leasing, seppur costituenti forme di lavoro precario, non muta la situazione complessiva poiché la loro diffusione è troppo limitata. Per evitare gli effetti negativi di tali tipologie sarebbe stato sufficiente modificare il decreto Biagi nel senso di porre dei “paletti normativi” all’utilizzo estremo del contratto.

Per contro, sarebbe stato importante attivare un’azione più incisiva con la modifica della clausola generale di apposizione del termine al contratto che avrebbe avuto effetti positivi anche sulla somministrazione di lavoro a tempo determinato. Si sarebbe potuto intervenire sulla eliminazione delle clausole che rendono troppo flessibile il part-time, così come modificato dal decreto del 2003 attuativo della legge 30; inoltre, si sarebbe potuta tutelare maggiormente la posizione dei lavoratori  che vengono trasferiti da una azienda forte ad una debole attraverso le nuove disposizioni che hanno modificato pesantemente la normativa in tema di trasferimento di ramo d’azienda.

Rimane l’auspicio di vedere promosso un intervento normativo ad hoc sulla precarietà come promesso dalla maggioranza all’indomani della bocciatura della versione modificata del Protocollo.

(a. valenti)


Nuoro, 17.12.2007

Io sto con Roggio.

Ho letto con interesse il pezzo su Bidderosa scritto da Sandro Roggio, pubblicato su “Carta” e riportato nel sito Eddyburg. Lo condivido nei contenuti e lo apprezzo nella forma.

Nei contenuti perché Bidderosa è esattamente così come descritta: un luogo di straordinaria bellezza, immutato nel tempo, integro nei connotati ambientali e naturali. Come nel carattere dei sardi, nel particolare degli oroseini, aperto all’ospitalità umana, ma solo se educata e rispettosa, e di questo si fa garante l’amministrazione che governa il comune.

Per ciò che attiene alla forma, non mi riferisco certamente a grammatica e sintassi, posto che l’autore si esprime molto bene, tanto quando parla che quando scrive pertanto non ha necessità di favorevoli apprezzamenti, e lo dico senza piaggeria perché non sento la necessità di fare complimenti inutili, né di riceverli.

Semplicemente osservo che il fondo di idealismo che per fortuna anima ancora molti intellettuali, si traduce, come nel caso di specie, nello scrivere e nel parlare con espressione dell’anima, nel comunicare le proprie opinioni in un modo appassionato, tanto più convincente quanto più intimamente sentito e onesto.

E quando si parla di paesaggio e ambiente, Sandro Roggio tira fuori la grinta. Non quella aggressiva, vagamente monocorde e stolida di tanti gendarmi dell’ambiente, ma quella passionale, che mette in gioco anche il cuore oltre che il cervello e che, in fin dei conti, si attaglia molto bene al profilo dei pochi portatori di ideali in tempi non sospetti, pertanto autorizzati a parlare di paesaggio a pieno titolo anche in tempi sospetti e di retropensiero, come l’attuale.

D’altronde in questo particolare momento della vita politica sarda, non è facile trattare dell’argomento in modo sereno e privo di pregiudizi.

La mela della grande discordia lanciata dalla giunta Soru sul tavolo delle decisioni, il Piano Paesaggistico per l’appunto, ha evidenziato la frattura ideologica inconciliabile tra sostenitori e detrattori, vero cavallo di battaglia di pragmatismo politico. Questa volta, perlomeno la visione del mondo che le parti difendono è chiara e perfettamente antitetica, altro che contorsioni di filosofia politica, altro che massimi sistemi e convergenze parallele, c’è chi il piano paesaggistico lo sposa e chi non lo vuole neppure come vicino di casa.

Premetto che è mia convinzione, sulla base di un elementare principio di democrazia, che le posizioni divergenti debbano convivere all’interno di un dibattito civile, anzi ne costituiscano l’humus e lo stimolo di reciproca crescita. Non sono disposto a dare la vita in difesa di quelle posizioni, lascio l’onere  ai grandi pensatori, e umilmente mi associo ai tanti uomini di piccolo pensiero che solo metaforicamente sono disposti all’estremo sacrificio per difendere la libertà di parola avversa alla loro. Anche perché sono contrario agli spargimenti di sangue.

Personalmente, se non offensiva, la tratto con rispetto e ci rifletto sopra senza pregiudizio.

Pertanto, tornando al Piano Paesaggistico, non mi scaglio contro chi lo considera una catastrofe e lo vede come la summa delle decisioni sbagliate, in tema di ambiente e territorio, assunte dall’amministrazione Soru, però gli chiedo, come minimo, qual è la controproposta.

L’opzione Soru è la seguente: consumare suolo a gò gò riversando ancora cemento, spesso di pessima qualità e soprattutto sulle coste è una strategia che nel tempo non paga perché, oltre agli sfasci idrogeologici, si deturpa l’ambiente, si inquinano le terre e le acque, si alterano negativamente delicati ecosistemi ed equilibri naturali di immemorabile era geologica, si trasformano abitudini vegetali, animali e umane, si modificano irreparabilmente profili di paesaggio irripetibili. Pertanto, in prossimità del mare non si costruisce e sin dove l’influenza del mare si spinge verso l’interno, si costruirà applicando un regime di tutela graduale e significativo, privilegiando la riqualificazione e la valorizzazione dell’esistente (comunque tanto). Analogamente, nel territorio extraurbano si dovrà contenere il fenomeno dello sprawl e ottimizzare le attività agropastorali.

Come si vede, argomentazioni semplici, essenziali e neppure originali, perché le stesse cose, all’incirca, le vanno dicendo dalle dichiarazioni di Rio in poi, eminenti scienziati, urbanisti ed economisti di levatura planetaria.

Qual è l’opzione contraria? Intanto è leziosamente confezionata all’interno di un principio assolutamente condivisibile che è quello della pari dignità tra Enti Locali e Regione, ma con altro condimento pericoloso e demagogico, e cioè la totale indipendenza dei comuni a gestire il proprio territorio sul principio di un potere sovrano esclusivo.

Quello che è successo sinora è sotto gli occhi di tutti e l’opzione contraria stabilisce che è bene continuare così.

Già, ma nessun ragionamento di tipo ambientale? La controproposta  pone prescrizioni e limiti superficiali, volumetrici, temporali e un qualche regime di tutela?

Neppure si può impostare una controproposta nella difesa di una rendita economica elevatissima per pochi, spesso neanche sardi, e volatile per gli altri. La salvaguardia di un lavoro precario per una legione di manovalanza locale, irrilevante per il tessuto economico e sociale regionale, non può essere una motivazione seria, ma neppure furba nell’ottica di un confronto serrato. E pure chi non s’intende di economia, si rende conto che un siffatto modello economico è palesemente terzomondista, senza offesa.

Per cui, spoglio di qualsiasi veste politica ma dotato di semplice buonsenso non posso che condividere la prima opzione.

Certo, se il sacrificio richiesto al territorio, fosse compensato da una straordinaria ricchezza collettiva per tutta la comunità, duratura, trasferibile ai posteri, tale da consentire a più generazioni una vita serena e spensierata, ci rifletterei con attenzione.

Se fosse garantito a tutti i sardi un tenore economico tale da poter istituire, chessò, la giornata dell’obolo, per devolvere in beneficenza a Briatore e compagni, invece che trovarsi nella condizione di accettare spocchiose donazioni, in tal caso, caro Roggio, perfino tu cambieresti  idea.

Ma a parte il riconoscersi o meno in certi valori, anche trascurando le ragioni di buon senso, in fondo aspetti soggettivi della questione, nell’approvare il Piano Paesaggistico con le scelte che esso contiene, la Regione ha compiuto un preciso e dovuto passaggio tecnico, adeguandosi a un’indifferibile disposizione legislativa.  

Infatti, come detto e ripetuto anche nei raduni dei boy scout, il Piano Paesaggistico doveva essere adottato, così come tassativamente e inderogabilmente prescrive il Codice Urbani (D. Lgs, n. 42/2004), in aderenza alle prescrizioni ivi contenute, pena la facoltà dello Stato di esercitare discrezionalmente il potere d’intervento sostitutivo.

Altrettanto è facilmente verificabile, basta leggerlo, che il contenuto di detto Codice non si limita semplicemente all’obbligo coattivo di redigere i Piani, ma prescrive, all’interno del vario e complesso articolato normativo, una somma di disposizioni e regole di obbligatoria applicazione, le stesse che in gran parte costituiscono, appunto, le norme di attuazione del vigente Piano Paesaggistico della Sardegna.

Naturalmente, sulla base dei contenuti del Codice, l’Amministrazione Regionale ha compiuto delle valutazioni che attengono a quella visione del mondo di cui ho parlato prima e che si traducono in scelte politiche e valori di riferimento molto chiari, talché tutti quelli che, come Sandro Roggio, vorrebbero continuare a vedere i fenicotteri e gli aironi rossi a Bidderosa, in quei valori condivisibili si possano riconoscere.

Mario Carcassi


Beghe di condominio: di cui non varrebbe la pena di parlare. I primitivi proprietari del villaggio vacanze, che da tempo hanno disseminato le loro brutte case in quei paesaggi senza tanti scrupoli (certi di avere fatto del bene e di meritare la nostra eterna gratitudine), si seccano perché una società immobiliare americana sta introducendo nel contesto un muraglione colonnato tagliafuoco (?) a cui è appoggiato un “orto botanico” (parola magica!). Sembra proprio un pretesto per mettere in riva al mare un po' di attrezzi per la balneazione ad uso esclusivo di una villona. Per dare manforte alla causa ecco l'archistar di turno. Come gli avvocati di grido, i superarchitetti servono spesso anche per piccole cause, per appianare le difficoltà e fare  passare cose discutibili per giuste ( e per belle). Tutto in regola, i timbri ci sono, parrebbe, ma siccome correva l'anno 2003, può essere il caso di andare a guardare bene le carte. (SR)

in: LaNuova Sardegna 02 dicembre 2007

«Questo orto botanico è un ecomostro»

Giampiero Cocco

PORTO ROTONDO. Il regalo di Natale che il conte Luigi Donà dalle Rose, fondatore di Porto Rotondo, si attende dal governatore della Regione Renato Soru è una lettera. «Nella quale mi dia una risposta in merito all’ecomostro che, passato per un nuovo orto botanico, è in fase di costruzione a pochi metri dalla battigia della spiaggia di Ira».Un orto botanico - dopo la mitica collina dei ciliegi e ulivi centenari di Silvio Berlusconi - che la società immobiliare Ormiston, con sede a Cheyenne, nello Wyoming (Stati Uniti) ha commissionato ad un guru dell’architettura, Mario Botta da Lugano, e al collega Fabiano Redaelli per impreziosire i quasi due ettari di verde selvaggio di Villa Feral, dotandola di un muro di contenimento lungo 66 metri, per un’altezza che varia dai 5 ai 5,5 metri.

Un muro tagliafuoco provvisto di tettoia in legno e di una doppia paratia in cemento armato per prevenire incendi accidentali che potrebbero essere innescati da quanti percorrono la stradina sovrastante. Queste, almeno stando alle carte, le premesse che la Ormiston illustrò al comune di Olbia e all’ufficio tutela del paesaggio di Sassari per ottenere i nulla osta necessari alla costruzione del muraglione, che ha la parte esterna rivestita da pietra locale, il granito sardo. La domanda, inoltrata nel 2003, comprendeva anche la costruzione di una piscina, di locali spogliatoio annessi, di garage per auto e un imponente colonnato sul fronte mare. Un «ecomostro contro il quale - spiega Luigi Donà dalle Rose - in qualità di presidente del consorzio di Porto Rotondo ho presentato un esposto alla procura della Repubblica, agli enti interessati e al comune di Olbia. Vogliamo conoscere, per tutelare il patrimonio architettonico e ambientale del villaggio turistico, se tutto questo è in regola con le normative vigenti e con la legge salvacoste varata dal Governatore Renato Soru. Al quale, il 29 maggio del 2007, ho inviato una missiva personale nella quale chiedo, allegando il progetto, un suo interessamento, riconoscendogli uno spiccato impegno civile nella salvaguardia delle coste. Ebbene, nonostante tutto questo, a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna risposta, e le ispezioni disposte su quello che noi consideriamo l’ecomostro di Porto Rotondo sono state tutte favorevoli: il manufatto, risulta in regola sia per l’ufficio tecnico comunale di Olbia che per il corpo di vigilanza ambientale della Regione sarda». Resta aperta - ed ancora non si conoscono le conclusioni -, l’indagine avviata dalla procura della Repubblica di Tempio dopo l’esposto arrivato negli uffici giudiziari galluresi il 17 maggio scorso. Nel frattempo il muro di contenimento tagliafuoco è stato realizzato, così come l’imponente colonnato e la piscina olimpionica incastonata tra palmizi, pini e prati all’inglese.

Un orto botanico che il committente - la società statunitense Ormistron - ha fortemente voluto per Villa Feral. Il caso è stato affrontato anche nell’ultima assemblea condominiale, diretta dal neo presidente Domenico D’Angelo, il quale si è rivolto al capo dello Stato denunciando la Ormistron per «frode ambientale», partendo dal presupposto che anche gli enti pubblici, nel rilasciare autorizzazioni, possono sbagliare. E in più il neo presidente ha denunciato per diffamazione alcuni dei consorziati che, con una lettera diffusa porta a porta, parlavano di investimenti del danaro del consorzio su opere non indispensabili alla comunità di portorotondini. Insomma, una querelle che ha ben poco di artistico e architettonico.


6 novembre 2007

Luoghi, non-luoghi e super-luoghi

Dai non-luoghi ai super-luoghi. Su questo ipotetico passaggio si è concentrata recentemente anche l’attenzione mediatica italiana. Le espressioni non-luoghi e super-luoghi, seppure appaiano straordinariamente efficaci, sono artificiose e vanno utilizzate con grande cautela perché un loro uso semplificato può diventare fuorviante e distorcente. Mi sottraggo perciò a questo uso ed entro nel merito dei contenuti del dibattito che si è sollevato sulle pagine di Repubblica e di Eddyburg.

Sinteticamente si possono individuare due percorsi riflessivi che non sempre, però, rimangono distinti e opposti: quello che porta a definire i cosiddetti super-luoghi una nuova forma urbana; quello che li considera invece una forma rinnovata di anti-città.

Sono pienamente convinta che i nuovi ‘contenitori’, deputati al consumo come svago e forma di socializzazione che si collocano lungo i sistemi viari e di collegamento, seppure non siano percepiti come appartenenti alla città anche dai suoi diretti fruitori, sono a tutti gli effetti una esplicita manifestazione del vissuto metropolitano ed urbano. Ciò perché, come ha scritto Sgroi nel nostro volume La metropoli consumata: “Nella urbanizzazione neometropolitana le funzioni urbane … sono rimescolate e disperse nel territorio in modo che siano fruibili da tutte le popolazioni che vivono occasionalmente o continuativamente l’esperienza metropolitana”; dagli spazi dell’abitare (continuativa o instabile) a quelli del produrre; dagli spazi del consumare a quelli dell’agire collettivo. Si badi - avverte Sgroi - “che questa classificazione è nella sua esemplificazione assolutamente fluida: i luoghi sempre di più perdono il loro carattere di stock per assumere quello di flusso; non soltanto: i luoghi sempre meno sono e sempre di più sono creati”, compresi quelli che abbiamo ereditato dal passato.

E se l’urbanistica e la politica continuano ad ignorare la proliferazione ‘spontanea’ di questi contenitori, l’architettura fa del déjà-vu urbano occasione di business economico: dalle mura medievali ai capitelli, dalla piazza alla fontana, e così via. Appaiono lontani, dunque, i contenitori grigi rivolti verso l’interno (perché la centralità era data dalle merci esposte) ideati da Gruen e dai suoi successori, e ciò non perché è intervenuta l’architettura a dare ‘dignità’ urbana a questi luoghi del consumo, bensì perché il consumo è diventato un’azione sociale ben complessa e potenzialmente infinita. Come scrive Cini nel suo bel libro Il supermarket di Prometeo le nuove forme di consumo sono infinite perché è “senza limiti la nuova informazione che la mente umana può creare”. In altre parole, il consumo (materiale o immateriale che sia) è diventato l’elemento trainante e unificante che sta permeando di sé luoghi fisici e luoghi virtuali, conoscenze e culture, socialità e bisogni individuali.

Si tratta di un processo inevitabile? In parte sì, se lo leghiamo ai nuovi caratteri della modernità, ai mutamenti della produzione materiale ed alla sua de-localizzazione nello spazio-mondo, al fatto che l’informazione e la rivoluzione microelettrica sono l’input e la sostanza di questi mutamenti. In parte no, se pensiamo alle politiche urbane di questi ultimi anni che, più che ‘regolatrici’ del consumo (in senso di contenimento), sono diventate esse stesse politiche orientate al e produttrici di consumo, a partire dal consumo del suolo. Ciò riguarda in special modo l’Italia. Condivido l’affermazione di Salzano secondo cui oggi nel nostro Paese si è creato un grande squilibrio tra la forza dell’impresa commerciale e la debolezza dell’amministrazione pubblica. Anche perché questa forza è concentrata nelle mani di soggetti extra-urbani e (extra)sovra-nazionali che con le loro scelte di investimento e di localizzazione delle attività, per lo più prese al di fuori della ‘cinta urbana’, oltre che della singola nazione, incidono sul mutamento territoriale ed economico, senza per questo avere il bisogno di stare dentro i processi decisionali tradizionali e di governo pubblico della città. Ovvero non hanno bisogno del consenso democratico, eppure giocano un ruolo pesantissimo nella dis-articolazione territoriale e nella trasformazione economica e sociale della città. Mi riferisco alle multinazionali proprietarie di catene d’alberghi, di centri della grande distribuzione, di convenience store, di factory outlet ed altro ancora.

Il tutto però avviene in sintonia con la proliferazione di politiche urbane orientate quasi esclusivamente ad attrarre visitatori/consumatori, perché questa è apparsa alle amministrazioni locali la modalità centrale, se non l’unica, per rilanciare e rendere competitive le città o parti di esse. Da questo punto di vista appare poco significativo entrare nel merito dei tipi di consumo che si formano in un centro storico o in uno shopping mall, in un centro commerciale di vecchia o nuova generazione oppure in un open air center. Così come poco importa la tipologia dei mezzi di consumo, perché in fondo la città di lunga durata sta sempre più assomigliando ai nuovi contenitori, non tanto per la sua conformazione fisica ed architettonica quanto per le azioni sociali di cui si sta riempiendo, azioni dense di uno stare insieme sociale finalizzato quasi esclusivamente al consumo.

Il consumo è democratico? Formalmente sì. Nel senso che ogni singolo individuo ha il diritto di accedere a questi spazi. Naturalmente l’esercizio di questo diritto particolare varia con il variare della concreta capacità economica e culturale che ha ogni singolo individuo. In pratica significa che se si accetta l’equivalenza città=consumo, facendo di quest’ultimo l’indicatore di misurazione della cittadinanza, l’esito finale non potrà che essere quello di produrre una città sempre più duale in termini di inclusione ed esclusione sociale, prima ancora che in termini territoriali.

La città è storicamente luogo e prodotto del conflitto, dove, come scrive Salzano nel suo Ma dove vivi?, le contraddizioni sono “momenti di dialettica”, ossia momenti di formazione dello “spirito cittadino”. Ma quel che manca oggi sono per l’appunto le sedi dove sviluppare questo spirito cittadino. E mi appare difficilmente sostenibile l’idea che il mercato (in qualunque forma si presenti) possa assumere anche la veste di luogo di decisione democratica. (a.m.)

www.eddyburg.it


18 ottobre 2007

Sullo «stupro etnico»

Per fortuna la grottesca sentenza del tribunale tedesco sullo «stupro etnico» ha fatto il giro del mondo, ma forse non è inutile tornare a freddo su quanto accaduto, specialmente sulle reazioni nostrane. Razzismo, matriarcato, Eleonora d'Arborea, onore, scuse riparatrici, sono le parole che hanno affollato le pagine dei giornali e le dichiarazioni fronte telecamera, con tutto il campionario del riflesso condizionato da offesa al popolo sardo.

Minoritari - ma di questi tempi non stupisce, anche in campo nazionale - i commenti di chi ha posto in primo piano l’attenuante in sé e non le motivazioni addotte. Eppure almeno la parte femminile, e non solo chi ha una militanza femminista, avrebbe potuto evidenziare magari i mille casi nei quali le attenuanti o l’assoluzione viene richiesta non per il patrimonio genetico del violentatore ma per l’abbigliamento provocante della vittima. Pochi hanno sottolineato, come Elettra Deiana e Daniela Dioguardi, che «il reato di violenza sessuale contro le donne non dovrebbe ammettere mai e in nessun caso attenuanti di sorta e sconti di pena».

Eppure, ed è solo un anno e mezzo fa, la terza sezione penale della Cassazione sentenziò che su una quattordicenne (sarda) lo stupro da parte del convivente (sardo) della madre è meno grave se la vittima ha già avuto rapporti sessuali. E questo accade in Italia, paese del Diritto e nel quale otto anni fa la stessa Cassazione deliberò che i jeans sono un capo d’abbigliamento troppo stretto e robusto per essere strappato, e dunque menti se dici che hai subito violenza. Un paese nel quale la violenza sulle donne  - taciuta o denunciata, dentro e fuori la Santa Famiglia - si mantiene su livelli che inviterebbero a declinare la parola «sicurezza» diversamente da come oggi si ottengono i titoli sugli organi di informazione.

C’è poi l’argomento portato da Massimo Onofri nei giorni scorsi sulla Nuova Sardegna: «La modernità, come altrove, ha azzerato le leggende che tanto piacciono agli esotisti di tutto il mondo»: quelli, tra i quali alcuni scrittori sardi, «che puntano su un’isola da cartolina etnica». Non ho competenze per entrare  nella polemica letteraria, ma è bizzarro pensare che i sardi di oggi abbiano a che fare con la Carta de Logu più di quanto non debbano con la Costituzione, il codice civile o le convenzioni internazionali. Così come non ci si può mettere in vendita pensando che sia sempre tutto gratis: «le parole sono pietre», ma anche le immagini, i modi di produrre e consumare. Non solo c’è la letteratura da cartolina etnica, ma anche il cinema, la musica, le arti visive, e quanto veicola la fiera terra vergine, luogo d’incanto e delle primitive qualità del vivere. Sul sito del New York Film Festival, dopo esserci emozionati nel leggere che la rassegna è «sponsored by New York Times and Sardinia Region Tourism» vediamo che lo slogan scelto dagli strateghi della promozione è  «Sardinia, almost a continent».

Ma tant’è: anche nella fiction televisiva imperversano i carabinieri, i parroci, i santi e i polpettoni come nell’età di Peppone e Don Camillo .  «Welcome, welcome to Costa Smeralda, granito e mare, scogliere e lampare»: nelle strategie di auto-promozione e di conforto fra noi sardi, il primo linguaggio che ci viene in mente di usare è lo stesso di Vittorio Inzaina di quarant’anni fa. 

Sante Maurizi


10 ottobre 2007

La notizia, già segnalata in questo sito, continua ad avere un taglio basso nei giornali, e invece meriterebbe molta più attenzione ( altro che ecomostri!).

Più l’inchiesta va avanti e più sembra una cosa seria. Ben più che un raggiro ad opera di incoscienti dilettanti, secondo i modi di Totò e Peppino falsari, ai quali bastava la complicità di un pittore e un tipografo per tentarsela. In questo caso sembra di capire, ma le informazioni sono date in modo sintetico, che la rete delle complicità sia vasta e coinvolga anche qualcuno di quelli che le carte, quelle autentiche, le dovrebbero custodire con molta cura, visto che è il loro compito primario. Qui sono in causa non solo i paesaggi beni comuni, con l’ elusione delle norme e dei vincoli, ma le proprietà demaniali cancellate disinvoltamente dalle carte catastali. Laddove l’acqua diventa terra, in modo surreale, e non ne resta traccia nelle mappe per quanto la presenza degli stagni sia nella memoria di tutti. Credo che siano stati valutati i rischi, dai falsari, ma soprattutto i vantaggi, dato che i prezzi delle case da queste parti sono, come è ampiamente noto, più elevati di quanto si possa ragionevolmente immaginare. E si teme che di grandi e piccole truffe di questo tipo ce ne siano molte non scoperte in vari luoghi della Sardegna costiera. Non ci resta, come di dice, che avere fiducia dei magistrati. (s.r.)

L'Unione Sarda, 8 ottobre 2007.

Andrea Busia, Il mistero degli stagni di Pittulongu

Per Procura e Comune esistono, per il Catasto invece no. La questione degli stagni di Pittulongu si tinge di giallo. In catasto non esistono e la Procura vuol vederci chiaro. Altro capitolo dell'inchiesta. Per il Comune gli stagni ci sono, e anche per la Procura della Repubblica, invece il catasto non ne conosce l'esistenza e per il Demanio regionale potrebbero anche esistere. Più va avanti l'indagine del pubblico ministero Ezio Castaldi sugli interventi, già effettuati ma anche oggetto di concessioni richieste a Pittulongu, e più la situazione s'ingarbuglia con alcune nuovi paradossali sviluppi. Mentre la Giunta Giovannelli si prepara ad ottenere il via libera ad un nuovo piano di risanamento per il borgo turistico olbiese, o meglio ad una variante dello strumento urbanistico cassato dalla Procura tempiese, i nuovi accertamenti dei pm galluresi stanno aprendo squarci surreali su una vicenda che non è stata mai definitivamente chiarita. Ora la Procura punta dritta all'ufficio Beni demaniali della Regione. Ai funzionari è stato chiesto di chiarire, una volta per tutte, se a Pittulongu, Bados e Mare e Rocce, dietro le spiagge, esistono degli stagni classificabili come aree demaniali. La domanda, in una situazione normale, non sarebbe neanche necessaria, visto che tutti conoscono i piccoli specchi d'acqua e esistono anche le prove degli interventi avvenuti negli ultimi decenni con i quali altri stagni sono stati eliminati. Il pubblico ministero dopo aver chiesto delucidazioni proprio all'ufficio Demanio di Tempio, ha avuto delle risposte che, per quanto riguarda il passato, pongono più di un problema serio. A quanto pare, infatti, stando alle carte catastali, gli stagni proprio non ci sono e il Demanio avrebbe seguito questa linea nel corso degli anni non classificando come aree sottoposte ad un particolare regime, le zone umide del litorale olbiese. Il sindaco Gianni Giovannelli e l'assessore all'urbanistica Marzio Altana avrebbero già incontrato Ezio Castaldi, informalmente, per una valutazione di massima sulla situazione. Il Comune di Olbia, in effetti, deve sbrogliare la matassa trovando gli argomenti per evitare che a Pittulongu qualcuno costruisca vicino o addirittura sugli stagni e lo deve fare evitando che i titolari delle concessioni bloccate e le società che chiedono i permessi a costruire, ottengano ragione dal Tar sostenendo che ad Oggi l'unico strumento urbanistico in vigore per Pittulongu è il piano di risanamento bocciato dalla Procura. Un bel pasticcio che va avanti ormai da diversi anni e ora è arrivato il momento delle risposte definitive, ma nessuno sembra nelle condizioni di poterlo dare.


14 settembre 2007

Molti si chiedono come mai in alcune città assediate dalle auto, si stiano realizzando grandi parcheggi interrati in aree centrali e si pensi di realizzarne ancora.

Molti esperti e studiosi di questi temi sono convinti che i parcheggi sono inutili e dannosi attrattori di traffico, certi che occorre fermare le auto all'esterno della città e puntare su mezzi di trasporto collettivi ecc. Le città che si stanno orientando in questo modo sono tante in Europa. E' la sola soluzione plausibile.

Lo dice da tempo anche Renzo Piano, celebrato architetto. Bisognerebbe ascoltarlo oltre che ammirare le sue architetture. Così risponde a domande di Piero Ottone, su La Repubblica.

«Costruisco a Londra una torre di trecento metri - mi dice. Sai quanti posti macchina sono previsti? Non più di quaranta, quaranta posti per handicappati e per macchine di servizio». Il sindaco di Londra, Livingstone, gran personaggio, un amministratore che prende a cuore l´interesse della comunità, sulla pratica abolizione dei posteggi privati si è detto d´accordo dal primo momento. Non è lecito attirare altre automobili quando già la circolazione è asfissiante, è «insostenibile». Bisogna puntare (a Portofino come a Londra) sul trasporto pubblico. I nuovi posteggi, in aggiunta a quelli esistenti, attirerebbero altre automobili, appesantirebbero il traffico. Quindi, sarebbero una follia".

(red. Csu)

da: LA REPUBBLICA, 14 SETTEMBRE 2007

Piero Ottone
RENZO PIANO LE MIE SFIDE
Intervista/ Il grande architetto compie oggi settant´anni


12 settembre 2007

In data 5 settembre 2007 il Consiglio dei Ministri italiano ha emanato un decreto-legge contenente«disposizioni urgenti per assicurare l'ordinato avvio dell'anno scolastico 2007-2008» che verrà convertito in legge ordinaria entro 60 giorni, visto l’imminente inizio del nuovo anno scolastico.

Il decreto in questione si muove nella direzione, secondo quanto dichiarato dal ministro  Fioroni, di garantire un sistema d’istruzione “serio” più che severo, maggiormente rispettoso nei confronti delle materie d’insegnamento tradizionali  ma, allo stesso tempo, aperto verso le discipline di “ultima generazione”.

Per conseguire questi obiettivi, la normativa in esso contenuta propone delle importanti (anche se per parte dell’opinione pubblica saranno discutibili) innovazioni che, se applicate correttamente, avranno un forte impatto sul nostro attuale (carente?) sistema d’istruzione.

In primo luogo, farà sicuramente discutere la norma che prevede e regolamenta le sanzioni nei confronti di quegli insegnanti rei di essersi macchiati di “gravi reati”  o che, nell’esercizio della professione, non hanno tenuto una “condotta adeguata”. Allo scopo è previsto il potere  del Capo d’istituto (lo eserciterà?) di sospendere in via cautelare i responsabili dei vari reati.

Si appresta a diventare soggetto di sanzioni disciplinari anche la figura dell’insegnante eccessivamente “assenteista”: a questo scopo la normativa riduce a 120 giorni il termine entro il quale irrogare le sanzioni disciplinari. Se guardiamo indietro, alla precedente disciplina che prevedeva un termine di addirittura un anno e mezzo per l’irrogazione della sanzione, possiamo affermare che c’è stato un grosso salto di qualità!

Tempi duri in arrivo anche per chi si iscrive da esterno agli esami di maturità: l’aspirante maturando non potrà più scegliere da sé l’istituto privato che sulla carta (colpa di eccessivi spot pubblicitari?) garantisce promozioni troppo “soft” e voti alti. Il candidato dovrà presentare domanda agli uffici scolastici regionali, i quali sceglieranno dove indirizzarlo per sostenere l’esame.

Con la presente normativa si ridona, inoltre, dignità e valore al giudizio selettivo, di ammissione e idoneità  a sostenere l’esame di terza media.

Ritorna anche (a grande richiesta delle famiglie) il tempo pieno (40 ore) alle scuole elementari e, infine, per gli aspetti prettamente previdenziali e retributivi, è da segnalare la disposizione che prevede le supplenze in caso di maternità a carico, non più della scuola, ma del Ministero dell’Economia.

Non resta che augurarci un buon inizio anno scolastico!

Veronica Vidili


3 settembre 2007

IL VERDE È ANCORA IL COLORE DELLA SPERANZA?

Il verde è ancora il colore della speranza? Questa è la domanda che molti potrebbero porsi all’indomani della presentazione da parte della Commissione europea del Libro verde per la modernizzazione del diritto del lavoro.

Il Libro verde, così come il suo parente stretto Libro bianco, è uno strumento di intervento sociale volto a consolidare la rete di protezioni e tutele e ad ampliare l’offerta di chance e opportunità, al di là del lavoro subordinato classico. Le finalità del Libro verde sembrano sintetizzarsi in un’unica parola: flexicurity, o flessicurezza, termine coniato per identificare la combinazione tra la flessibilità e la sicurezza sociale. L’obiettivo prioritario, difatti, è quello di “coniugare competitività e nuovi diritti, accrescere la capacità di risposta dei mercati del lavoro europei, e (…) promuovere l’attività economica e accrescere la produttività”. Da una parte la difesa rigida e statica dei rapporti di lavoro in essere, dall’altra riconoscere aspirazioni soggettive di modulazione, anche individuale, dell’attività lavorativa svolta e dei c.d. tempi di vita.

La flexicurity rimanda alle esperienze innovative adottate nei Paesi del Nord Europa - Svezia, Olanda, Danimarca e Finlandia - degli anni 90; lo sviluppo dello studio, della formazione, della ricerca e il libero esercizio delle attitudini individuali hanno innescato un processo virtuoso di sviluppo economico e sociale consentendo il superamento della crisi economica.

In questi paesi il sistema statale prevedeva una tassazione elevata e un alto tasso di sindacalizzazione; un coinvolgimento stretto dei sindacati che ha condotto le stesse organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori a trasformarsi  in  sindacato dei cittadini.

 L’implicazione di un allargamento della partecipazione pare sia stata la molla che ha spinto verso un nuovo protagonismo delle realtà locali in testa le regioni e i comuni.

A tutt’oggi, nella nostra Regione non è stato individuato uno strumento valido e incisivo per migliorare la situazione di crisi che coinvolge tanto l’impresa quanto i lavoratori, ma bisogna, criticamente, constatare che non esiste nemmeno un progetto.

Con qualche speranza in più, sarebbe utile investire importanti risorse nell’ambito delle capabilities, intese nel senso di un’articolazione tra capacità individuali e peculiarità del nostro tessuto socio-economico, formazione e professionalizzazione di imprenditori e lavoratori.

Concludendo, il documento dell’ Unione Europea sembra muoversi anche in direzione di una estensione delle tutele fondamentali al lavoro autonomo economicamente dipendente. Questa è una prospettiva ormai necessaria sia per riordinare il sistema delle garanzie che per evitare differenziazioni di tutela tra i lavoratori dipendenti e i collaboratori che, comunque, svolgono la medesima attività lavorativa. Un passo verso il “lavoro maiuscolo”, come è stato definito da Aris Accornero; esso è servito per definire un’identità sociale ed è stato il veicolo per la legittimazione di una larga parte di cittadini.

 Alberto Valenti


agosto 2007

È Caprera la spiaggia più «sexy» del mondo. Una classifica estiva fatta in questi giorni dall’emittente Usa mette l’isola dell’arcipelago della Maddalena, diventato di recente parco nazionale, in testa alle preferite dagli americani amanti del mare. Secondo la Nbc, Caprera «è rimasta selvaggia nonostante sia ad un passo dalla Dolce Vita del mondo ultra-chic della Costa Smeralda». Per questo tra spiagge altrettanto belle come Salvador de Bahia, Cuisine Island, nelle Seychelles o Kuta Beach a Bali, Caprera risulta essere per il gusto dei ricchi turisti americani «la più sexy del mondo».

La classifica di NBC riunisce venti spiagge. Figurano, tra le altre, Salvador de Bahia (in Brasile, «per il bianco della sua sabbia»), Cuisine Island («per l’esoticità delle Seychells»), Harbour Island, nelle Bahamas (per le immersioni), Kuta Beach, a Bali (per i tramonti), Miami Beach («perché c’è anche la villa di Madonna»).

Ma Caprera per la NBC «è la più bella di tutte». «Perchè puoi flirtare con i milionari, fare immersioni nel mare blu cobalto, incantarti di fronte al rosso dei tramonti» scrive l’emittente nelle motivazioni della sua specialissima classifica . Altre ’perlè secondo la tv di New York sono Pigeon Point Beach, ad Antigua, Laguna Beach, in California e Bodrum, in Turchia. A Mykonos, una piccola isola greca, si balla e si canta per tutta la notte. Seguono Ihuru Island, nelle Maldive, Playa Tamarindo, in Costa Rica, Grande Plage, a Biarritz, in Francia dove è facile incontrare Isabella Rossellini e Karl Lagerfeld, Kaanapali Beach, a Maui, nelle Hawaii, Similan Islands, in Tailandia e lo splendido atollo Motu Tane, nella Polinesia francese.

da: "La Stampa"


9 luglio 2007

FALSARI

Il Tg3 di oggi – domenica 8 luglio – ci informa che i nuovi ricchi russi pagano oltre 100mila euro per affittare per un mese una casa in Costa Smeralda. E che i sardi che vanno in vacanza sono il 10% in meno dell'anno precedente. Ognuno può mettere come crede le due notizie in relazione e integrare le considerazioni con un'altra notizia sull'Unione Sarda che racconta di una truffa di cui si parla da un po'.

Si spiega come si possano truccare le carte topografiche fino a cancellare, nel litorale di Olbia,i presupposti dei vincoli, in questo caso stagni in seguito abilmente interrati. Falsari postmoderni. Incredibile: più o meno come nel film di Totò e Peppino "La banda degli onesti".Cliché da diecimila lire, un po' di carta filigranata, un tipografo, un pittore e altri sgangherati personaggi s'improvvisano falsari. Li scoprono ovviamente. Questo nuovo imbroglio non è molto divertente, perchè temo che di carte truccate, che spostano confini dal mare, cancellano colline e fiumi e altra roba di particolare pregio, ce ne siano molte in giro, con le conseguenze che vediamo in giro. Truffe e truffatori non scoperti, temo. E temo, data la rozzezza del raggiro, che ci siano complici tra quelli incaricati di controllare. Il rischio ? Vale la pena di correrlo visti i valori. Ovviamente nessun tornaconto per il fiero popolo dei nuraghi che addirittura s'impoverisce e rinuncia alle vacanze (ma si potrà consolare andando a vedere cosa fanno i ricchi in Costa Smeralda). (SR)

DA: L'Unione Sarda - 8 luglio 2007

Chi ha fatto sparire gli stagni?

Clamorosa riapertura d'una vecchia inchiesta.

La procura della repubblica ha clamorosamente riaperto l'inchiesta sugli stagni-fantasmi di Olbia. Ha affidato al corpo forestale nuovi accertamenti su Mare e rocce, Pittulongu e Bados. Vuol capire com'è che sono scomparsi dalla cartografie. Sbianchettati, cancellati, eliminati dalle cartografie e soprattutto dal litorale di Pittulongu, Bados e Mare e Rocce. Gli stagni fantasma della costa olbiese sono di nuovo al centro di una inchiesta della Procura della Repubblica. Si può parlare di una clamorosa riapertura del fascicolo del sostituto Renato Perinu, la stessa indagine che aveva portato alla cancellazione del piano di risanamento di Pittulongu. Il pubblico ministero Ezio Castaldi ha disposto nuovi accertamenti, affidati al Corpo forestale. Il magistrato ha chiesto al personale della sezione di polizia giudiziaria della Procura di stabilire se corsi d'acqua e stagni retrodunali possano essere classificati come beni demaniali.Se a questa domanda verrà data una risposta positiva, il caso Pittulongu verrà rimesso in pista, perché la prescrizione non cancella i reati riguardanti il patrimonio dello Stato. Invece il fascicolo della prima indagine (ipotesi: abuso d'ufficio, falso) è stato chiuso senza alcuna contestazione proprio perché i reati sono stati dichiarati estinti per prescrizione. Insomma, la Procura ritorna alla carica su una vicenda che interessa da vicino, oltre al Comune di Olbia, anche quanti non vogliono arrendersi all'idea di dover rinunciare agli interessanti interventi urbanistici in zone di particolare pregio, sotto tutti i punti di vista. La polizia giudiziaria si è messa subito al lavoro, dopo l'input dell'attuale capo della Procura gallurese, gli investigatori faranno un percorso a ritroso nel tempo, verificando documenti, ma soprattutto rilievi aerofotogrammetrici che risalgono anche ai primi anni Cinquanta. Anzi il Corpo forestale sta cercando materiale particolarmente interessante raccolto da un geometra olbiese che qualche decennio fa mise insieme un voluminoso dossier su Pittulongu corredato di preziose fotografie.

Rilievi che dimostrerebbero, senza possibilità di smentita, l'esistenza degli specchi d'acqua successivamente oggetto di interventi fuorilegge di riempimento, sino alla completa scomparsa.

L'avvio degli accertamenti arriva in una fase particolarmente delicata della vicenda. Da mesi, infatti, il Comune di Olbia si oppone ai ricorsi presentati dalle società alle quali sono state negati le concessioni per interventi nel comprensorio di Pittulongu. Il Tar, con alcuni importanti pronunciamenti ha accolto le richieste di chi ritiene priva di argomenti, almeno dal punto di vista amministrativo, l'interruzione degli iter concessori. Ora suona il campanello delle nuove verifiche avviate nei giorni scorsi dal Corpo forestale. È evidente che, in un quadro come questo, si è ben lontani da una definitiva risposta alle numerose domande riguardanti il passato e il futuro di Pittulongu. Ma non basta, perché qualche giorno fa il Tribunale di Olbia ha anche assolto i rappresentanti della società proprietaria dei sette ettari affidati alla cooperativa Il Mattino, per la realizzazione di parcheggi e strutture di servizio destinati ai bagnanti. La srl Li. Do. di Pittulongu ha di nuovo, dopo un lungo periodo di sequestro, la disponibilità dell'area e anche in questo caso si attendono risposte dal Comune e dalla Regione.

ANDREA BUSIA


Birori, 27 giugno 2007

La ghianda è una ciliegia di Giacomo Mameli

Questo di Giacomo Mameli non è solo un libro sulla guerra; è anche un libro appassionato e vivace sulla Sardegna, sul paese di Foghesu-Perdasdefogu; su altri paesi della Baronia e del Campidano, scritto con semplicità, ma anche con una straordinaria capacità di raccontare e di commuovere, di presentare tante storie di soldati, ma anche di uomini e di donne che hanno vissuto vicende grandi e terribili, anche se ormai lontane e ricordate con gli occhi del rimpianto per una giovinezza passata. Attraverso un’indagine rigorosa, vengono raccolte e salvate dall’oblio le testimonianze di tanti protagonisti, che spesso si incrociano e si sovrappongono, alcuni prossimi a compiere i cento anni: è una vera e propria galleria di tipi e di personaggi, quasi tutti ricordati con i bizzarri soprannomi, che costituisce  un prezioso campione di umanità, una Spoon River sarda dovuta ad un nuovo Lee Masters.

Ho letto tutte d’un fiato queste pagine ed ho varcato una soglia, entrando con stupore nel microscopico mondo di un paese lontano ed amato e insieme allargando improvvisamente lo sguardo verso un orizzonte incredibilmente ampio, dalle sabbie roventi del Sahara libico fino alle distese ghiacciate del Don, dal Danubio alla Croazia e più lontano ancora, in Russia, fino alla prigionia in India e nel Sud Africa. Un mondo alternativo all’isola, un continente o più continenti che spaventano ed atterriscono chi viene da una piccola realtà di una Sardegna arretrata e chiusa da sempre su se stessa.

Le esistenze di chi era vissuto in un paese misero e tradizionale, dove ancora non era arrivata la luce elettrica e la corriera della SITA, ma che non era infelice, all’improvviso si allargano costrette dalla guerra in uno scenario che Mameli ed i suoi testimoni riescono a descrivere con parole commosse, sempre attenti ai sentimenti, alle passioni, ai rimpianti. Non si tratta solo di un ampliamento geografico ma anche di un percorso lacerante dell’anima, che tocca le vette inaudite dell’odio, della sofferenza, dello sterminio, come nelle pagine dedicate agli ebrei nel lagher di  Bergen-Belsen, con un estenuante andare e tornare di protagonisti, come in Germania tra tedeschi, russi, inglesi ed americani.

In tutte le storie c’è l’abilità inusuale di raccontare su un doppio registro, di vivere l’attualità del mondo di fuori con i suoi drammi e le sue incredibili sofferenze, ma insieme di collegarsi costantemente ad un mondo di dentro che se talora non è più sereno, certo è più stabile e conosciuto, un’oasi di pace più immaginata che reale dove tornare almeno col pensiero per avere un ristoro dalle sofferenze: il mondo di Foghesu sullo sfondo stabilisce i ritmi del racconto, definisce i tempi e gli amori veri, fa da orizzonte alle vicende di un’intera generazione di giovani che scandisce il suo tempo attraverso il ricordo delle feste del paese, la Pasqua con la processione di Cristo risorto nelle strade addobbate con i rami della pervinca, il 12 settembre per San Salvatore,  la Festa Grande,  quando la processione accompagnata dai razzi arrivava a S’Antononalài, dove c’era un asinello che ragliava quasi per partecipare alla preghiera di tutti; il Natale povero di Foghesu con la messa di mezzanotte e gli stendardi della confraternita del S. Cuore. E questo mentre la vita vera si sviluppa nel mondo di fuori, tra tradimenti e conflitti, mentre la grande storia entra con prepotenza nella vita di ciascuno, costringendo tutti ad obbedire ad ordini assurdi e spesso incomprensibili, a perdere comunque la propria identità. Si riprendono i contatti con il mondo proprio attraverso i ricordi, i suoni amati, le launeddas di Aurelio Porcu, gli spari a salve, i razzi, i balli.  Ed i profumi, gli arrosti dei maialini col lardo.  Gli animali, i cani, i cinghiali, le capre, i buoi indicati con i bizzarri soprannomi, tutti ormai custoditi solo nel ricordo. Il paese è poverissimo, almeno nell’immaginario fantastico di chi è stato servo pastore, anche se spesso i rapporti sociali sono positivi, consentono di costruire un futuro, di migliorare la propria posizione, anche attraverso l’acquisto di capre dal padrone del gregge che conosce la magnanimità. Del resto esistono anche episodi di generosità esaltante, come il permesso concesso in guerra dagli abitanti di Esterzili ai cittadini di Foghesu di seminare il grano nei favolosi orti collocati in pianura.

Ho sperimentato in passato la difficoltà di raccontare che hanno i soldati sardi usciti sconfitti dalla guerra fascista: mentre la grande guerra appare spesso come una grande epopea della quale andare orgogliosi, che finisce per essere la cornice di tante novità e speranze per la nostra isola, alla base della nascita del Partito Sardo d’Azione, la seconda guerra mondiale è stata spesso vista dagli stessi protagonisti come un momento spiacevole da rimuovere e da dimenticare, un momento di frustrazione collettiva che talora i giovani non hanno voluto perdonare ai loro padri. Così in famiglia scherzavamo sul riconoscimento della croce di guerra concessa a mio padre e più in generale a chi era uscito sconfitto dalla guerra oppure eravamo intolleranti verso chi, figlio di antifascisti, sembrava aver subito acriticamente le posizioni guerrafondaie del fascismo. Scherzavamo sull’eroismo dei protagonisti, sulla retorica dei comandanti, sull’inutilità delle marce di addestramento e delle esercitazioni col moschetto, sull’ossessione per il lucido sugli stivali, sulla qualità dell’armamento, sul contrasto tra gli obiettivi magniloquenti e la modestia dei mezzi impiegati.

Col passare del tempo sono diventato  più tollerante e questo libro può aiutare a restituire dignità e rispetto ai nostri padri,  grazie alla capacità di Giacomo Mameli e dei suoi sorprendenti informatori  di  farci toccare con mano il tormentato percorso vissuto da un’intera generazione di giovani, costretti a crescere in fretta ma decisi a non rinunciare alle proprie radici:  quanto conti il paese d’origine anche nei momenti drammatici della guerra, addirittura nel momento della morte sotto il fuoco nemico, è evidente in ogni pagina di questo libro, come a proposito di quel Desogus di Cuglieri che non faceva altro che parlare del Monte e s’ozzu del suo paese; la foresta incantata che sovrasta la cascata di S’istrampu de Massabari. Del resto questo libro racconta insieme il sentimento di chi è partito per la guerra ed il sentimento di chi è rimasto in paese, perché la terra d’origine non si dimentica e non dimentica.

Mi sono tornate alla mente le bellissime pagine di Gavino Ledda su padre padrone quando descrive il dolore degli emigranti che partono dal paese di Siligo per l’Australia, la miseria, il dolore, la disperazione, ma anche la rabbia di chi parte e di chi resta, in quello che l’autore descrive come un funerale doppio, dove i morti sono ancora vivi e dove gli abitanti di Siligo che rimangono accompagnano all’autobus come al camposanto i parenti che partono per sempre. E dove gli emigranti pensano di partecipare al funerale di quelli che restano condannati ad una miseria senza scampo. Uomini tutti che ebbero la ventura di vedere e sentire dalla propria bara il pianto e le lacrime della propria gente, quando il tradizionale riserbo dei sardi si era sciolto ed i padri avevano baciato i figli come si bacia il cadavere di un congiunto nella cappella del cimitero prima di affidarlo alle zolle.

A Perdasdefogu all’inizio della guerra non c’era ancora l’autobus, che si fermava ad Escalaplano, per cui le partenze erano ancora più dolorose, senza valigie o con una federa per portare i pochi viveri per il viaggio. Ma il rientro dei superstiti avviene proprio in autobus, a segnare l’inizio di una vita nuova, in una terra difficile e rocciosa ma bellissima, alle spalle del Monte Santa Vittoria di Esterzili con la misteriosa Domu ‘e Orgìa, lungo la vallata fiorita del Flumendosa, tra Jerzu e Ballao, presso il vulcano addormentato di Còmina Trinta, un giardino di fiori bianchi d’asfodelo, una terra assolata di pietre e di fuoco, dove con difficoltà si può praticare l’agricoltura e produrre grano ed orzo.  Sullo sfondo i tacchi calcarei dell’Ogliastra, ad iniziare dal Trèmini. Una terra amata che per altri versi mi ricorda quel caro paese di provincia, Domomentis, forse Sindìa, della Stazione dei Sogni di Salvatore Sechi, un paese battuto dal vento, dove l’autore ambienta una storia che ci conserva gli odori ed i colori dell’isola del sole, gli stridi dei rapaci, i canti d’allodola, gli odori di ferula, i profumi del maestrale che agita le fronde delle vecchie querce, il suono delle campane, le feste come per la tosatura delle pecore. Domomentis è il paese attraversato dal vento della giovinezza, dove il protagonista ha conosciuto il silenzio dei meriggi estivi, lo scorrere del torrente domato dalla veemenza del sole. Un paese popolato da vecchi saggi, forse analfabeti, ma che hanno appreso l’arte magica dell’affabulazione: una tradizione orale che affascina e che conduce i ragazzi a sognare, alla nobile scuola dei narratori aedi, alla scuola epica di alta poesia.

La cosa più straordinaria del libro di Mameli, lo hanno scritto molti critici, è questo saldo rapporto con l’oralità, se è vero che siamo partiti dal magnetofono e dalla registrazione dei racconti di guerra dei reduci che si muovono talora tra memoria e immaginazione, con una straordinaria capacità di ricostruire ambienti, paesaggi, situazioni che affascinano ed appassionano il lettore. Del resto i vecchi soldati si sono esercitati per anni a raccontare i particolari delle loro storie di vita, invitati dai maestri alle scuole elementari di Perdasdefogu, oppure impegnati in piazza a ricostruire per gli amici fatti ed avvenimenti i cui protagonisti spesso non sono tornati, come un giovane bellissimo ed invidiato,  Gino Pitzalis, il sergente maggiore del 79 reggimento fanteria studioso di latino e greco caduto di guerra nel fiore degli anni. Bellissimo si descrive anche Antonio Lai, che aveva conquistato una ragazza di Noto durante lo sbarco alleato in Sicilia, così come Bonino Lai, che ricorda i propri riccioli neri che colpivano tanto le ragazze.

C’è quest’altro aspetto inusuale che mi ha colpito, la capacità, credo di Giacomo Mameli, di cogliere la bellezza e la passione d’amore, che certo rimandano ai rimpianti dei protagonisti per la gioventù perduta ma che sono rari in una letteratura come quella sarda fatta di riserbo e di misura. Così Vittorio Palmas racconta la sua prima volta con Antonietta, di primo mattino, nascosti, stesi su un sacco, in un’aia, in mezzo a un campo di grano alto. E oggi ricorda le cicale, e anche le cavallette e le lucertole che ogni tanto facevano fare ai due amanti dei movimenti strani. Così  Peppino Carta che sogna di incontrare Silvia di primo mattino al nuraghe, dietro i filari di fichidindia. Così il rimpianto per il bacio mancato della bella Savina nei sogni arroventati di Battista Casu tra le rovine romane di Lepcis Magna in Tripolitania e poi, al rientro dalla prigionia in India, finalmente a Foghesu il lunghissimo bacio riparatore di notte presso la fonte sotto l’albero del fico con i grilli che cantavano assieme alle rane del pozzo di Candida.

Ma più ancora ci sono le confessioni non imbarazzate di amori di guerra, di conoscenze fugaci ma profonde, come per quella ragazza che passava spesso in bicicletta davanti alla caserma di Ravenna, belle gambe lunghe, un seno giusto. Era elegante come Elena, una ragazza di Foghesu che il timido Bonino Lai osservava mentre rientrava dalla fontana con la brocca in testa. Sembrava una dea greca, con quel suo collo dritto, lungo, il passo sciolto.

 Così Pierino Monni, il comunista, racconta senza remore e con un po’ di orgoglio di quelle ragazze ucraine che davano con generosità altre gioie ai soldati.

Ci sono poi le storie piccanti di paese, la prepotenza del capo della miniera il livornese Pietro Lavagna, che Agnese aveva messo a posto con un calcio sparato in mezzo alla pancia; il comportamento vile dell’appuntato Filetti dei carabinieri che si approfitta di Marella Ferrigni, stella bianca, inviata al confino e qui disonorata.

La gioia in guerra è fatta di piccole cose, che non sono tanto le vittorie sul nemico, ma piuttosto coincidenze fortuite, gli inattesi incontri tra paesani e tra sardi, come in Russia l’incontro tra Peppinu Carta e Pierino Monni, il cacciatore di lepri e conigli. O ancora  tra Gino Pitzalis, Peppino Mameli e Vittorio Tegas Ficchìu, infermiere cavadenti. E poi l’arrivo della corrispondenza da casa, occasioni che rinsaldano i legami con il paese e con la gente, quando si apprendono gli ultimi avvenimenti, le feste ed i dolori di chi è rimasto a casa, magari a soffrire la fame, a morire di spagnola o di febbre. Anche i lutti, come la morte di Italina, la sorella amata, annunciata al telegrafista Bonino Lai mentre si trovava a Sebreniza: i due fratelli non avrebbero potuto più ballare in piazza di chiesa, come lei desiderava davvero, anche quando era in ospedale colpita ai polmoni dalla polvere del lavoro in miniera.

C’è poi la compassione, come per l’infelice Maria Cercapane del primo racconto (La penna di asfodelo), impiccata al patibolo  del cocuzzolo della forca per aver rubato due uova nel pollaio. E la compassione per il ragazzo ucciso dai Russi, Arnaldo, che sognava di tornare per vedere Elena, la fidanzata che non saprà mai della sorte toccata ad un soldato che forse non fu mai sepolto.

Molte di queste storie iniziano già in periodo fascista, raccontano il campo d’addestramento, la premilitare, il potere dei podestà e dei preti, la povertà. Tra i protagonisti anche le donne, come la quasi centenaria Luigina Mura, Stella Bianca e Maria Caterina Lo Giudice, le cui storie commuovono e inteneriscono.

La guerra entra con prepotenza in queste pagine, che descrivono atrocità e sofferenze: la paura, il fango, il freddo, 40 gradi sotto zero, la fame, la sete, le pulci, i pidocchi, i soldati italiani impalati vivi a Vrata in Croazia, la morte, i feriti, le urla di dolore, il silenzio, la prigionia, i campi di lavoro in Germania, le miniere, i campi di concentramento, la guerra sul mare.

Sullo sfondo torna l’invasione dell’Albania, la guerra civile in Spagna, l’occupazione tedesca della Polonia, della Norvegia e della Danimarca,  l’attacco proditorio alla Francia, la guerra-lampo, la guerra in Africa fino al Nilo, la ritirata,  la disfatta dell’Armir sul Don,  l’armistizio e l’8 settembre 1943 di Badoglio. Entrano nel libro testimoni di avvenimenti storici, gli incontri dei soldati con Benito Mussolini, con Umberto II, con Italo Balbo in Africa e con Rodolfo Graziani, con Mahatma Ghandi in India; con generali ed autorità militari. In Sardegna il bombardamento di Cagliari. C’è anche molta compassione, come per la sorte del CSIR, il Corpo dei Soldati Italiani in Russia, che un caporale di Macomer, simpatico, poeta estemporaneo, Virgilio Mura, aveva battezzato Cinquantamila Soldati italiani rovinati. E poi la formazione dell’ARMIR, Armata italiana in Russia fino alla primavera del 42.  

Ci sono in queste pagine anche tante storie di solidarietà e di amicizia, come quella tra il capitano Foglini e la sua famiglia con il giovane Antonio Lai, messaggero di una buona notizia, la nascita della piccola Emma.

Compare qua e là l’apprezzamento  per l’azione di Emilio Lussu, di Anselmo Contu, di Camillo Bellieni, di Titino Melis, e per il rinato partito Sardo, il lento formarsi nel dopoguerra del MSI, della DC, del PCI, partendo dalle esperienze tragiche degli anni precedenti.

Talora si colgono imprecisioni, cattivi ricordi, veri e propri errori storici, che Giacomo Mameli preferisce registrare con precisione senza intervenire nel testo: ma insieme germoglia da queste pagine da storie tanto diverse di eroi e di uomini comuni, di fascisti e di antifascisti, un forte sentimento di pace, contro le guerre grandi e piccole anche dei nostri tempi. Con l’orgoglio di alcuni di aver cambiato parere, di esser cresciuti e di aver appreso una lezione di vita senza pari.  (Attilio Mastino)


28 maggio 2007

Leggo sui giornali che il  viceministro della Repubblica  Stefano Boco, vorrebbe intervenire presso l’Unesco per mettere la Pelosa di Stintino nell’elenco dei tesori dell’umanità. Spero che all’Unesco siano attenti a non cedere a questa incauta richiesta perché non sarebbe, mettiamola così, un giusto riconoscimento.

Se si guarda alla striscia superstite di spiaggia bianchissima, al colore del mare che per fortuna è com’era, va tutto quasi bene (anzi no, perchè la spiaggia si è ridotta di molto  e non solo per fenomeni naturali). Ma non si può  nascondere a chi gira lo sguardo l’accumulo di case, a poche decine di metri dalla spiaggia ed esteso a dismisura  nelle quote più elevate. Uno stravolgimento, frutto della più bieca speculazione stile anni Settanta-Ottanta, che fa stare male chi  ha visto quel posto molti anni fa. Resta, è vero, a compensare  questo sconquasso, quel tratto di spiaggia,  che si è salvato perché demaniale,  e il mare di un azzurro unico, e anche il cielo,  che se fosse in terra non sarebbe scampato a un progetto di lottizzazione: si su chelu fit in terra/l’haiana serradu puru, scriveva nell’Ottocento il poeta Melchiorre Murenu  di altre recinzioni. Ecco nonostante le visioni resistenti e suggestive di qualche traccia del paesaggio com’era, sarebbe un premio ingiusto  per la Pelosa, e anche  diseducativo. Significherebbe che non conta nulla che quel luogo sia stato modificato in modi tanto invadenti, nonostante i molti appelli, producendo vantaggi solo per pochi. E poi usato senza limitazioni proprio in quel tratto delicato.

Per meritare menzioni prestigiose, che spostano visitatori,  bisogna avere tutte le carte in regola  o almeno non averlo straziato il paesaggio. Basti pensare che per poco meno la Val d’Orcia  di Toscana – paesaggio già eletto dall’ Unesco – ha rischiato e forse rischia di perderla la nomination ( per  una ventina di case in più su un crinale davanti a Monticchiello). Ci sono luoghi in Sardegna che suscitano emozioni meno facili, dove la rendita immobiliare è meno elevata,  e che  però hanno il grande vantaggio di essersi conservati quasi integralmente. Forse si potrebbe dare un messaggio meno ambiguo e più utile. (SR)


19 maggio 2007

Avrà avuto diciotto anni, percorreva con una compagna i vicoli del centro storico di Sassari in una di queste mattine sfavillanti di maggio. Nere entrambe, rincasavano ancheggiando elegantemente: non per atteggiamento, ma perché la spesa appena fatta la portavano sul capo, con l’abilità popolana che l’Italia ha smarrito cinquanta anni fa. L’amica una busta ben legata di plastica col logo del vicino supermercato. Lei una confezione di sei bottiglie d’acqua, due litri ciascuna. Chissà che acqua aveva nel suo lontano paese, ho pensato. Quanta, e di che qualità. Arriva qui ed è direttamente indotta, per bere, a snobbare l’acqua del rubinetto.

Negli ultimi anni Indro Montanelli, almeno in tv, pareva accentuare la verve da severo censore di comportamenti pubblici grazie anche al progressivo infossarsi degli occhi chiarissimi su zigomi sempre più asciutti e taglienti. In una conversazione televisiva raccontò di come nell’immediato dopoguerra uno dei segni più evidenti del miglioramento delle condizioni di vita fosse l’arrivo dell’acqua corrente e potabile in tutte le case, con la conseguente graduale sparizione - dalle strade e dall’oleografia di quel paese contadino che eravamo - dell’asinello con le botticelle in groppa, o delle donne con l’anfora in equilibrio sulla testa. Eppure, registrava con sgomento Montanelli, ecco oggi uomini reduci dai centri commerciali scaricare affannati dalle auto quintali di bottiglie di acqua minerale, eccoli infilare a fatica quei pacconi incellofanati negli ascensori, eccoli a schiacciare metri cubi di bottiglie di plastica per riempire buste e cassonetti dei rifiuti.

Siamo tornati a fare i facchini d’acqua, come un tempo. E i nostri ospiti, guardandoci, non possono fare a meno di imitarci. Eccoci tutti a pagare carissima un’acqua superflua, che spesso ha molto da invidiare a quella che sgorga dai nostri rubinetti. Comportamenti compulsivi che hanno a che fare col presente e col futuro. Per civiltà come quella lasciata in Africa dalla ragazza nera, il passato è – per noi incomprensibilmente - ciò che ci sta di fronte, ciò che ha costituito il mondo quale lo vediamo: mentre il futuro è alle nostre spalle, e ci piomba addosso quando meno ce lo aspettiamo, pronti a dare le colpe alla tecnologia, alla politica, alla scienza.

È per questo che abbiamo verso la scienza e un atteggiamento ambivalente: la delega totale per la risoluzione dei problemi complessi, e contemporaneamente (con accanimento pre- o anti-scientifico) l’addossamento a essa di tutte le responsabilità per le cose che non funzionano: come notava Antonio Gramsci, “ci si aspetta troppo dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che di reale la scienza offre”. La recente penetrazione nel senso comune delle emergenze ambientali ha con questa nostra ambiguità molto a che fare.

Troppi anelli mancano nella catena che conduce quella ragazza a portare le bottiglie sul capo. Anelli che parlano di fughe, di nostra incapacità a cogliere la complessità, di delega. Alla scienza e alla politica: il discorso della scienza come il discorso politico, o l' esercizio del potere. Entrambi incomprensibili per vecchi e nuovi abitanti dell’occidente.

Sante Maurizi


15 maggio 2007

MARIA GIACOBBE

 (Massimo Dell’Utri)

Due occhi scuri, profondi, timidi, inquieti di un’inquietudine che potremmo dire “atavica”, Maria Giacobbe è stata – suo malgrado – al centro dell’attenzione sassarese e, di rimbalzo, nazionale il 16 aprile 2007. Il Rettore dell’Università di Sassari le ha infatti conferito la laurea honoris causa in Lingue e Letterature Straniere su richiesta della omonima Facoltà, per i suoi meriti di scrittrice che ha scelto di operare sulla labile soglia che separa lingue e mentalità differenti.

E così, con uno stile semplice e diretto, Maria Giacobbe ha tenuto la sua lectio magistralis su “Lingue e variabili appartenenze”, su come ci si possa trovare per i casi della vita ad appartenere a più di una comunità linguistica, a vedere il mondo con qualche occhiale culturale in più rispetto a quello che riceviamo dalla nostra cultura originaria. Nata a Nuoro ma stabilitasi in Danimarca nel 1957, lo stesso anno del suo primo romanzo, Maria Giacobbe ha cominciato a frequentare quella dimensione intermedia tra culture diverse che, pian piano, l’ha proiettata in una situazione ‘sospesa’, vagamente irreale, perfetta per chi voglia occuparsi di letteratura. In anni in cui si parla – con compiacimento o lamentazione – di relativismo e incommensurabilità tra culture differenti, una figlia di Sardegna ha  mostrato con la concretezza del suo fare come dialogo, confronto e rispetto sono realmente possibili. E questo vale più di mille dotte disquisizioni di filosofi e sociologi. Grazie Maria!


10 maggio 2007

CASE PREZIOSE

Le ville in costa Smeralda sono tra le più care al mondo. Lo certifica l’agenzia inglese Knight Frank che si occupa dell’andamento del mercato immobiliare destinato ai ricchi, e che ha redatto il documento “Wealth Report 2007”.

Lo sapevamo dalle informazioni che ogni estate ci danno i giornali  su  vendite di case  a prezzi inimmaginabili  e che non si spiegano. Il costo di costruzione di queste case lussuose  non è diverso da quello che si può riscontrare in altri luoghi del Paese. Anche a immaginare l’impiego di materiali preziosissimi  (escludendo ragionevolmente  i metalli nobili ) il costo di un metro quadro finito di un fabbricato  si può aggirare, esagerando un po’, sui 2000-2500 euro.
Il resto del valore – per arrivare a 24mila euro a mq – è dato certamente  dalla incantata condizione del contesto.

Una bella differenza,  pure con un notevole giardino di pertinenza e accessori, un’impareggiabile vista sul mare (che non è merito dell’impresa), vicini di casa che vedi  nelle riviste patinate, eccetera.

Nessun giudizio di tipo morale. Così è per queste  merci e ogni considerazione  nel nome dei meno abbienti e della parsimonia, è del tutto superfluo. Si può osservare, ma si fa per dire, che una decina  di ettari terreno agricolo a mezzora di macchina dal mare vale pochissimo e non si vende neppure con l’aggiunta di un buon gregge di pecore lattifere garantite.

Qui si vuole solo segnalare che di queste ricchezze, prodotte senza rischi d’impresa, con notevole danno ai paesaggi sardi, non resta quasi nulla alle popolazioni locali. Spiccioli ai manutentori,  giardinieri e l’Ici che, come è facile intuire, è del tutto scriteriata in questi casi. Se si lasciasse al buon cuore ci sarebbe da guadagnare.

Niente insomma torna alla collettività che concede questi paesaggi che sono il vero valore ; troppo poco  il compiacimento della presenza di tanta bella gente da queste parti ( “ajò a vedere le ville dei ricchi in Costa …”).

L’ alterazione irreversibile dei connotati di spiagge e scogliere, la chiusura degli accessi al mare, la preclusione di un uso produttivo di vaste aree, procurano grandi vantaggi a pochi, che spesso neppure sanno dove sono le case preziose che possiedono. Sarà per questo che qualcuno ha inventato “ la tassa sul lusso”?

Leggo ancora che c’è chi sostiene che l’incremento dei prezzi delle case esistenti nelle coste sarebbe  favorito   dalla  linea di contenimento delle trasformazioni ambientali – il Piano paesaggistico – uno scandalo per i liberisti. Così – è il suggerimento sottinteso – per non avvantaggiare gli immobiliaristi spazio ai costruttori. Come se per impedire l’incremento di valore di residenze esclusive nel centro di Roma, per ampliare l’offerta si lasciasse via libera ai palazzinari di lottizzare Villa Borghese. (S.R.)


Ora che l’opera è quasi completata, ora che sono visibili a tutti i piloni, i binari sopraelevati, le stazioncine d’accesso, è emerso come ultimo ostacolo il rumore intenso a bassa frequenza, provocato dalle vibrazioni della fune, che renderebbe invivibili le abitazioni lungo il percorso. Un ostacolo prevedibile ma pericoloso che fa ritirare in ballo tutti i dubbi e tutte le risposte che hanno segnato la realizzazione di tale impresa.

Il primo dubbio ha riguardato la sua funzionalità. Che senso ha, si chiese, costruire un minimetró da Pian di Massiano al Centro Storico, quando i veri problemi di penetrazione a Perugia non riguardano le provenienze da ovest, ma quelle da nord-est (Città di Castello e Umbertide) e da Sud (Foligno, Assisi, Bastia)? Si rispose che, se i viaggiatori avessero privilegiato l’uso del treno, a Fontivegge si sarebbe potuto arrivare a un efficace raccordo tra ferrovia e minimetró. La piccola condizione era, ovviamente, che FCU e Trenitalia realizzassero per le tratte di rispettiva competenza una vera metropolitana regionale di superficie. Con tempi cioè veloci. Non come ora. Già, ma quando? Prima o poi, si disse. Tranquilli: prima o certamente poi.

Il secondo dubbio concerneva l’impatto ambientale. Non rischiate di fare, si obiettò, una superfetazione pesante e invasiva sul corpo storico della città? No, si rispose. Al contrario. Si tratta di un segno avveniristico, di un graffito incisivo che coniuga e cuce passato e futuro. Ricordatevi sempre delle scale mobili della Rocca Paolina, e di quelli che non le volevano perché ne temevano la devastazione. Poi furono tutti costretti a tacere, ammutoliti e ammirati.

Il terzo dubbio poneva il problema dei costi. Forse troppo alti per un comune di 150 mila abitanti. Non vi preoccupate, fu anche qui la risposta. Si farà un’operazione di governance, mettendo insieme attori pubblici e soggetti privati. Magari poi si scoprì che il pubblico finanziava più di tutti il lavoro, intervenendo in vesti diverse. Con l’Apm, ad esempio, il cui capitale appartiene per il 50% alla Provincia di Perugia e per il 40% al Comune. O con la Sipa, la società che gestisce i parcheggi, di cui quasi il 60% è di nuovo del Comune di Perugia. Certo nell’impresa ci sono pure la Leitner, la società specializzata in funivie che mette il brevetto specifico, e il consorzio di costruttori locali. I quali però intervengono con modestissime risorse per assicurarsi un trattamento di riguardo negli appalti e nella gestione dei parcheggi collegati. Bazzecole, si commentò. Pensavate che un’opera così si realizzasse senza sacrifici collettivi?

Il quarto dubbio è emerso sugli extra-costi. A un certo punto ci si è accorti che il preventivo di spesa era insufficiente. E che rischiava di interrompersi tutto sul più bello. Dolori di pancia, proprio in coincidenza con la crisi finanziaria del Comune di Perugia. Per fortuna, nel frattempo, a Roma si insediava un governo amico, e Di Pietro veniva generosamente in soccorso. Ma non bastava neppure questo. Dicono così che la Regione amica ritagliasse il finanziamento mancante sul fondo regionale della mobilità, sottraendolo di fatto ai già sofferenti bilanci delle altre aziende ed enti del resto dell’Umbria. Ma è possibile tutto ciò? Certo che sì. Non dimenticate che Perugia è sempre la capitale della regione. E che, tra qualche anno, tutti scorderanno queste quisquiglie per ricordare solo l’imponenza dell’opera.

Il quinto dubbio è quello odierno del rumore del cavo. Una cosa evidentemente sottovalutata. Ma una cosa grave, nociva, insopportabile. L’ha certificato perfino l’Arpa, l’Agenzia regionale che fa i controlli ambientali. Dicono che l’impatto del cavo, fatto di fili d’acciaio intrecciati tra loro, con le piccole ruote delle carrucole entro le quali scorre, provochi un rumore a bassa frequenza avvertito come minaccioso dall’orecchio umano. Dicono che sarebbe stato meglio un cavo d’acciaio dalla superficie tonda e liscia, ma tale cavo non è stato messo. Ora i tecnici, della società e dell’università, starebbero pensando alle pezze da mettere. Pannelli isolanti da applicare fra il cavo e le carrucole di scorrimento. Persino suggerimenti per soluzioni fonoisolanti per le residenze vicine al percorso. Qualche soluzione è verosimile, qualcun’altra pare irragionevole prima ancora che inefficace. Di sicuro non basta la battuta sarcastica con cui si vorrebbe ridimensionare il fatto: in fondo se il minimetró non parte subito è meglio, così si evitano le perdite d’esercizio certe.

Questo, ad oggi, è il consuntivo dell’impresa. Un’impresa per la quale è stata sempre chiamata in ballo la fiducia, se non l’ammirazione dei perugini e degli umbri. È troppo chiedere in risposta un’assunzione diretta di responsabilità da parte dei decisori, dei contabili e dei tecnici su tutto l’iter e sui risultati raggiunti?

Roberto Segatori


aprile 2007

Tra l’Arcadia e il kitsch, dalla Carlo Felice al West.

«Itte kitsch», uno dei tre allestimenti - ideato dal docente di Beni Culturali Marcello Madau - curati  dall’Accademia di Belle Arti di Sassari presso la Frumentaria (via delle Muraglie 1, fino al 25 aprile; ore 10-13 e 17-20, chiuso domenica) è un utile momento di piacere e riflessione sugli oggetti che fra la «traversata turistica» e il «ricordo emigrato» costituiscono un piccolo ma fantastico campionario del gadget made in Sardinia, convenzionale e ridondante: dai quadretti in sughero alla bambola in costume, dai boccali a forma di nuraghe all’immortale «Lo scudetto in Sardegna» cantata in  sottofondo da Serafino Murru («E Riva il cannoniere / quando tira il rigore / fa tremare il portiere»).

Paccottiglia, diremmo: ma è meglio non snobbare quella produzione che crediamo relegata a quel passato, pur recente, nel quale la Sardegna si affacciava «vergine» alla società delle merci e dei consumi. Ancora oggi la riproposizione continua del nuraghe (guardate sulla Carlo Felice, nella piana di Giave, che meraviglioso trompe l’oeil un ignoto artista ha dipinto all’angolo di un prefabbricato industriale), ore e ore di seguitissime trasmissioni televisive sui canti e balli «tradizionali», o quella frasetta utilizzata in tutti i progetti e i piani strategici del più piccolo dei comuni («valorizzazione del patrimonio culturale locale»), sono fra i sintomi più semplici da decifrare della persistenza del kitsch nell’oggi.

La leggerezza del lavoro degli studenti parte dunque dal divertissement, senza però abdicare a una funzione critica, sottolineata ad esempio nelle note di accompagnamento alla mostra: «Dove c’è kitsch, c’è anche un ricco patrimonio culturale e paesaggistico: in Sardegna nuraghi, sughero, pecore, cinghiali, e i colori del vestiario; da poco, nel mercato dell’oggettistica, i gruppi dei tenores. Che il nostro sardo-kitsch sia di sollievo, dialettica e farmaco salvavita al Museo Regionale dell’Identità». Una frecciata opportuna per tenere desta l’attenzione sul tema e i relativi investimenti. Non è che il dibattito sull’identità o i musei languiscano, ma c’è nell’aria una coazione a ripetere identici schemi in contesti sempre più variegati.  La novità rispetto al passato è che mentre prima l’ente pubblico rispondeva «a sportello» a richieste e progetti, ora rivendica  orgogliosamente il ruolo del Principe, utilizzando funzioni di «indirizzo» che spesso lasciano perplessi. Questo pare ad esempio anche il caso del «Betile»: ecco che nell’idea progettuale per il museo del Mediterraneo si dice che il museo «dovrà costituirsi come luogo di produzione, ricerca e sperimentazione sulle relazioni tra arte nuragica e arti contemporanee». Quali siano i rapporti tra il nuragico e il contemporaneo non è chiaro, a meno che non si vogliano fornire patenti di autenticità a un’arte ancora da fare, e ivi da esporre.

Sulla “Nuova Sardegna” Gianni Olla e Massimo Onofri hanno recentemente scritto di Arcadia ed etno-chic. Forse ha ragione Olla a dire che dopo “Padre Padrone” «anche al cinema, non è stato più possibile raccontare l’Arcadia». Ma «quell’Arcadia che piace anche ai sardi, perlomeno la domenica, quando si va in gita e si mangia il porchetto arrosto» continua a vendere, e più di prima: quella che Onofri definisce «Sardegna da cartolina anticata, vellutino e pecore, matriarcato e vendette feroci» assicura posizioni da top-ten nei libri più venduti e prime-time in televisione, come nel caso di «Frontiera». Chiamiamola acquiescenza ai desideri del cliente, attitudine che Gino Satta ha studiato nel  poco letto «Turisti a Orgosolo», riferendosi alle modalità del «pranzo coi pastori» e dell’«ospitalità». Una lente che recentemente Sandro Roggio ha utilizzato per descrivere le vicende dell’abitare e del costruire in Sardegna nel suo «C’è di mezzo il mare».

Era proprio questo il meccanismo all’origine del kitsch: fornire a una classe di parvenu luoghi di conforto mentale e materiale che cicatrizzassero lo shock della fine di un mondo, della nostalgia di una totalità, della scissione fra individuo e realtà. I frantumi dell’impatto con la rivoluzione industriale e il romanticismo, incollati a mala pena in un assemblaggio da Wunderkammer. In questo senso ha ragione chi sostiene che dentro quel romanticismo ci siamo ancora, fino al collo. «Itte kitsch» conferma l’idea che dietro quel bric-a-brac se ne celi un altro, che permea le strutture profonde dell’essere sardi, alla perenne ricerca di un risarcimento garantito dal contemplare affascinati il proprio ombelico. Moneta ancora perfettamente in corso all’interno dei confini regionali.

Insomma, non è solo questione di «cattivo gusto». Dopo semiologi e specialisti è forse toccato a un romanziere suggerire sul kitsch le riflessioni più utili e semplici: «Prima di essere dimenticati - ha scritto Milan Kundera - verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l'essere e l'oblio».

Magari dà un po’ di vertigini, ma che sia questa la definizione più corretta dell’identità sarda?

Sante Maurizi


06.04.07

Cattivi maestri

Un ragazzo torinese di 16 anni si è ucciso perché non ha retto alle vessazioni dei suoi compagni di scuola. Era troppo normale: gli piaceva studiare, era mite, non avvezzo alle urla sguaiate ed accurato nel vestire, soprattutto era pulito. Mi immagino con facilità questi ragazzini vessatori: abiti trasandati ma rigorosamente ‘di tendenza’, musica assordante perennemente alle orecchie, cellulare sempre davanti agli occhi perché così possono ammirarsi (facendosi fotografie) e ammirarlo (il telefonino), anch’esso rigorosamente ‘di tendenza’ e con mille funzioni. Poco importa che questi ragazzini siano solo dei praticoni e che delle nuove tecnologie non sappiano nulla se non quello che (si) imparano a vicenda.

Il ragazzo di Torino era tormentato a scuola da oltre un anno e mezzo. E gli insegnanti dov’erano?

Un mio nipotino è andato in gita scolastica a Barcellona. Per volontà ferrea dei genitori il bambino non aveva mai posseduto un cellulare, ma gli insegnanti-accompagnatori ne hanno imposto l’acquisto, pena l’esclusione del bambino dalla gita. Ma come Ministro della Pubblica Istruzione non era nei suoi progetti educativi (circolari comprese) quella di ridurne l’uso? Mio nipotino è tornato tutto felice da questa sua prima esperienza senza la famiglia ed io che sono un’impicciona ho iniziato a chiedergli  “Che cosa hai visto?”, e il bambino “Tanti palazzi”. Bene, incalzo io, “Di che epoca? Come risposta: sguardo vacuo e interrogativo. Non provo pena per lui e lo incalzo “hai visto come è brutta la torre di Boffill, e poi si vede da ogni angolo della città, come il nostro grattacielo”. Niente da fare, lo sguardo è sempre più perso. “Siete andati alla Fondazione Mirò?”. E lui, “No, non siamo stati in nessun museo, l’unica cosa che abbiamo visto è una chiesa mai finita….però abbiamo mangiato patatine e hamburger”.

Signor Ministro, non voglio generalizzare perché la maggior parte degli insegnanti sono fatti di ben altra pasta, ma non c’è alcun sistema per controllare l’effettivo operato di questi cattivi maestri?

Ora mio nipotino non vuole più rinunciare al suo conquistato cellulare e per i genitori è, come direbbe il poeta, una lotta impari.

(a.m.)


30.03.07

Nei  giornali  la notizia che il Presidente della Regione Soru è stato nominato "Ambasciatore della costa" per il prossimo biennio, per assicurare lo sviluppo sostenibile delle aree litoranee del Mediterraneo, un’iniziativa  voluta  dal Mediterranean Action Plan, all’interno dei  programmi per l'ambiente delle Nazioni Unite (Unep).

Un bel riconoscimento per la Sardegna che fa da modello sui temi della tutela ambientale, in un ambito non solo nazionale. L’idea è quella di avviare una campagna per far crescere la consapevolezza (Awareness raising campaign ) scandita da manifestazioni che saranno  organizzate  annualmente in diversi Paesi del Mediterraneo, per attivare programmi sui temi  dello sviluppo locale autostenibile  con particolare attenzione alla gestione delle zone costiere.

L’ incarico a Soru , si legge nei documenti ufficiali,  è stato deciso per "appoggiare le recenti iniziative della Sardegna nel campo della gestione e della pianificazione delle zone costiere, e in particolare il Piano paesaggistico regionale, la Conservatoria delle coste e il Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile",  oltre che   per diffondere l'esperienza di  governo della Regione sarda in tutto il Mediterraneo.

Colpisce che nella lettera dell’organismo sia scritto di volere dare sostegno alle scelte di governo della Sardegna. Può essere  che si sia  capito che in Sardegna la convinzione della necessità delle scelte di tutela  oscilla.

Nessuno è profeta in casa sua – si dice – e forse neppure ambasciatore. Però sembra necessario che le iniziative promozionali si svolgano, quanto prima, per spiegarlo bene  ai sardi questo progetto di tutela del territorio,  del quale si discute  evidenziando in maniera strumentale i vincoli, i castighi inflitti, e sottacendo o balbettando sugli aspetti migliori.  Potrà essere anche necessario, è il compito delle diplomazie, sentire tutte le opinioni e laddove serve  migliorare le previsioni. (S.R.)


24 marzo 2007

Si può assistere indifferentemente alla morte lenta di persone e luoghi, se non si è coinvolti direttamente?

Sì, può accadere tutti i giorni a ognuno di noi. E non mi riferisco soltanto a fatti di guerra che pensiamo lontani fintanto che qualcuno - che invece consideriamo simile a noi - non viene colpito (o rapito) in prima persona: un soldato, un giornalista, un agente dei servizi segreti, e così via. E neppure penso a luoghi che vengono sconvolti dalle bombe, grattacieli che vengono polverizzati da aerei, foreste che vengono incendiate da fuochi colpevoli, ed altro ancora.

Penso a persone e luoghi che vediamo nella quotidianità, che fanno parte del nostro vissuto come memoria, attraversamento, sguardo. Come Piazza Università di Sassari che per molte generazioni di giovani ha avuto molti significati: il luogo del ‘primo amore’; il luogo di incontro dove, anche senza appuntamento e senza sms, si potevano trovare i compagni di studi; il luogo dove potevano stare nel contempo trepidazione e sollievo per gli esami sostenuti; il luogo delle manifestazioni politiche giovanili; il luogo dei primi concerti di musica rock. Insomma un luogo vivo non per i muri e le case che già allora erano fatiscenti, ma per i ragazzi che lo riempivano di risate, di chiacchiere, di presenza fisica.

Ora Piazza Università è piena solo di automobili e di giovani se ne vedono sempre meno. Questa lunga agonia che sta arrivando a compimento con lo spostamento delle facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche in Viale Mancini, non è il risultato casuale delle vicende urbane, è il prodotto di scelte, fatte magari in buona fede e senza pensare agli effetti sociali, che originano nello spostamento delle segreterie studenti e nella decisione delle autorità accademiche di fare del Palazzo centrale dell’Università, la sede di rappresentanza. Sede che non è tale neppure per le inaugurazioni dell’Anno Accademico: negli ultimi due anni l’inaugurazione dell’A.A. si è fatta nei locali del nuovo Conservatorio.

Si può ancora evitare che questa Piazza perda definitivamente la sua funzione più importante, quella che vede negli studenti universitari i protagonisti centrali? Forse sì, ma ci vuole uno sforzo creativo e una volontà politica delle Autorità Accademiche, dell’Amministrazione Comunale e delle Associazioni di Categoria. Il resto andrà da sé. Ma se non si interviene, per favore, che nessuno si metta a piangere, scrivendo magari sulle pagine dei quotidiani locali con nostalgia di “com’era bella la Sassari di un tempo”, perché anche costui si è reso responsabile con il suo silenzio che ha contribuito a far morire una piazza, lentamente svuotata del suo futuro. (a.m.)

 


Nell’articolo che proponiamo alla vostra attenzione, il sociologo della politica Roberto Segatori affronta alcune questioni che riguardano l’ateneo di Perugia e dalle quali estrapolo i seguenti nodi problematici: 1) l’influenza diretta e indiretta esercitata dall’università sui cambiamenti urbani, in termini di rendita di posizione, di valore del suolo, di rinfunzionalizzazione degli spazi, nel momento in cui facoltà, dipartimenti e uffici vengono riposizionati in luoghi diversi da quelli in cui sono nati; 2) la commistione che vi può essere tra diversi livelli istituzionali se differenziati interessi particolari trovano finalità unitarie; 3) un uso strumentale che può derivare da forzature delle norme interne all’università, piegate di volta in volta a logiche non propriamente universalistiche. In relazione a questi tre nodi problematici che emergono proprio quando si riafferma il principio di autonomia dei diversi livelli istituzionali, pongo il seguente interrogativo: il caso esposto da Segatori, è un caso locale o è esemplare di una condizione che possiamo ritenere generalizzata? (a.m.)

15 Marzo 2007

UNIVERSITÀ IN SVENDITA?

La professoressa Anna Torti ha recentemente dato le dimissioni dall’incarico di prorettore all’Università di Perugia. Voci di corridoio hanno cercato di ridimensionare l’accaduto a livello di pettegolezzo. La Torti avrebbe rinunciato sapendo che, in caso di rielezione di Bistoni, non sarebbe stata riconfermata nell’incarico, destinato, pare, a Gaia Grossi. Una gelosia tra donne, s’è detto. No, un problema cruciale di autonomia, ha replicato la Torti.

Il tentativo di Francesco Bistoni di essere riconfermato per la terza volta nella carica di rettore dell’Università di Perugia si connota di un passaggio inquietante. Il quarto, dopo altri tre aspetti largamente discutibili. Non pesa infatti sul personaggio la sola caduta di stile democratico della modifica dello statuto pro domo sua. La sua prima caratteristica è infatti quella di essere più attento al marketing urbano che alle finalità proprie dell’Università. Preoccupato di rastrellare risorse per la definitiva sistemazione della nuova Facoltà di Medicina a San Sisto, Bistoni ha aderito all’idea del sindaco Locchi di valorizzare urbanisticamente l’area di Monteluce (in perdita di valore per il trasferimento dell’ospedale), puntando a trasferire in via del Giochetto i numerosi studenti di Giurisprudenza, Economia e Scienze Politiche. Tale scelta appare discutibile per almeno tre motivi. In primo luogo, perché spacca il polo universitario umanistico oggi insediato sull’asse Conca-Piazza Morlacchi. A soffrirne saranno gli affollati corsi interfacoltà di Scienze della Comunicazione, tenuti da docenti di Lettere, Scienze Politiche ed Economia, nonché la localizzazione della grande Biblioteca di scienze storiche, politiche e sociali che serve appunto le prime due facoltà. In secondo luogo perché non ricompone il polo scientifico, lasciando divisa la Facoltà di Scienze (che resterebbe nella Conca) da quella di Ingegneria, che si trova a Santa Lucia. In terzo luogo perché si finirebbe per creare un’occhiaia vuota (la stessa Conca e l’Elce) proprio a ridosso del Centro Storico perugino. Insomma, una pura manovra di marketing urbano, che contraddice tutti i criteri dell’ottimizzazione dei campus universitari, che verrebbero spaccati e non riuniti. La seconda caratteristica dell’azione bistoniana è quella del brusco ridimensionamento dei fondi per la ricerca. È vero, ci sono stati tagli imposti dalla Finanziaria. Ma tra le tante possibili opzioni di contenimento dei costi, quella di tagliare massicciamente le poste della ricerca, a favore di altre voci di spesa, è apparsa decisamente la più deleteria. La terza caratteristica è quella relativa al modello di governance universitaria adottato. Per sua natura di istituzione scientifico-culturale, per la qualità degli uomini e delle donne che ne fanno parte, l’Ateneo deve essere governato “insieme”, e soprattutto in maniera trasparente. Con Bistoni si è spesso avuto un orientamento opposto: gestione verticistica e grande opacità nella gestione analitica del bilancio e della distribuzione delle risorse.

Con tali referenze resta un mistero – un caso di masochismo? – il fatto che una parte degli elettori dell’Università di Perugia continui a sentirsi filobistoniana. Ai tre punti suddetti, ora si è aggiunta la questione sollevata da Anna Torti. Che, a quanto sembra, consisterebbe in questo. In caso di rielezione, Bistoni, per cementare il patto di ferro con le istituzioni politiche regionali e comunali, nominerebbe prorettore l’ex assessore regionale Ds Gaia Grossi, più nota per il suo impegno politico che per visibili meriti accademici. Se fosse vero, l’intento sarebbe di una gravità assoluta. Per due motivi. Primo, perché minerebbe pesantemente l’autonomia universitaria – una connotazione così importante e delicata, che la stessa Costituzione si è preoccupata di garantire per prima, dopo le invadenze politiche di epoca fascista. Secondo, perché darebbe delle istituzioni politiche locali un’immagine non solo di completa miopia, ma di palese spirito antidemocratico. Sia chiaro, i rappresentanti politici locali (ed altri importanti soggetti territoriali, come ad esempio le fondazioni bancarie) hanno tutto il diritto di chiedere all’Università di tenere conto dei propri bisogni formativi e di ricerca scientifica. Hanno anche il pieno diritto di chiedere che l’Università sia efficiente e di qualità. Ma ciò che non devono assolutamente fare è di invadere il campo delle competenze accademiche – che sono scientifiche, culturali e formative – violandone l’autodeterminazione, che è primariamente finalizzata a garantire il miglior esercizio delle stesse competenze.

La cosa, insomma, ci pare troppo grossa per essere vera, come la responsabilità che in tale evenienza si assumerebbero il rettore e i politici locali. Siccome però non vogliamo fare un processo alle intenzioni, ci aspettiamo che lo stesso Rettore oggi in carica, la Presidente della Giunta Regionale e magari il Sindaco di Perugia prendano la penna e intervengano su questo giornale per smentire tale sciagurata ipotesi, o magari per manifestare esplicitamente il loro punto di vista sulle sorti dell’Ateneo perugino. Perché altrimenti, affidare la risposta alla collocazione di Gaia Grossi negli organismi accademici, sarebbe il peggior segnale che l’intera comunità universitaria potrebbe ricevere. (roberto segatori, corriere dell'umbria)


Marzo, 2007

Abbiamo  già scritto su queste pagine a proposito della scomparsa di vecchie palazzine e ville che caratterizzavano molte parti di Sassari. La furia demolitrice  è durata a lungo, nonostante le proteste, perché mai si è opposto alcun vero ostacolo all’accanimento verso  piccoli manufatti sostituiti da edifici cinque-sei volte più grandi e molto, molto più brutti. Si segnalava che a quel modo di fare si è sostituito di recente un  procedimento apparentemente meno brutale. Così è in via Carlo Alberto e in piazza Fiume. Dietro i sipari dei ponteggi due edifici, fine Ottocento- primo Novecento, sono in corso lavori di pesante ristrutturazione: restano in parte le vecchie pareti a fronte di uno svuotamento integrale. Brutto espediente reso possibile da un’ ambigua norma del piano (ancora  il vecchio generoso piano regolatore). Dietro finte pareti  l’architettura originale lascia il posto a soluzioni quantitativamente  più vantaggiose alla rendita e con effetti non previsti sull’organizzazione urbanistica.

Su “La Nuova Sardegna” si legge dell’intervento della Soprintendenza finalizzato a salvarci, sembra di capire, almeno dalla vergogna di una ricostruzione in chissà quale fantasioso stile;  ma il danno è fatto e neppure questa mossa necessaria ma tardiva potrà rimediarlo. Non è detto di più nell’articolo che spieghi i dettagli del provvedimento. Ma è evidente la brutta figura che si fa tutte le volte che la tutela statale appare più avanti di quella che la comunità locale dovrebbe garantire di sua iniziativa. Questa Amministrazione, che non ha colpe a questo riguardo, ha assicurato un impegno per la salvaguardia della città centrale. Sarebbe opportuno che non attendesse oltre: per evidenti ragioni. (s.r.)


23/02/07

Scendere o salire a Cagliari. La disputa sui termini torna ogni tanto per ostentare il disagio – tutto sassarese – nei confronti del viaggio obbligato verso la città capoluogo a sud ( con pregiudizio: sud è coordinata geografica svantaggiata, dove lo sviluppo è meno realizzabile).

Ma  Cagliari, nonostante l’ ubicazione, nella competizione tra le città isolane ha  stravinto: basta dare un’occhiata per capire il livello di infrastrutture e di servizi su cui conta la comunità cagliaritana. C’è  la versione consolatoria, secondo cui Sassari conserverebbe l’egemonia culturale, in verità da dimostrare, e altri primati molto effimeri che in questa temperie valgono quanto valgono i simboli. Un indizio del primato cagliaritano è dato dal collegamento tra le città, e riguarda i viaggi di andata e ritorno che sono “a senso unico”: a Cagliari si scende (o si sale) e non viceversa, a contraddire la teoria che il viaggio su mezzi pubblici debba essere “simmetrico” per produrre rapporti e opportunità di sviluppo.

Attenzione alla asimmetria: chi da Sassari deve andare a Cagliari e tornare in giornata si può dichiarare relativamente soddisfatto. Ci sono, di prima mattina, mezzi, taxi collettivi efficienti e pure un treno che in meno di 3 ore assicura di percorrere i 200 e passa Km.

E’ da Cagliari che non c’è modo di arrivare la mattina presto nel Capo di Sopra. Nessun mezzo su gomma prima delle 10. Un treno c’è ed è inimmaginabile usarlo. Chi ha fatto questa esperienza di oltre quattro scomode ore di viaggio ha il dovere di segnalarlo: a me è successo di recente di essere unico passeggero che ha affrontato il tragitto, l’unico credo che quella mattina è salito da Cagliari a Sassari usando il  mezzo pubblico.

Se da una parte un viaggio di quattro ore è inaccettabile (nello stesso tempo si va da  Milano a Roma: oltre 600 Km), colpisce che su quella tratta nel percorso inverso si risparmia un’ora. La disparità merita un’analisi oltre l’ovvio riscontro che è la domanda che determina l’offerta di trasporto,  a proposito di strategie per una città – Sassari – più bella e più forte. Da Cagliari, sicuramente molto più forte, nessuno ha interesse a venire a Sassari e se qualcuno avesse questa esigenza gli passerebbe la voglia.

L’automobile in Sardegna è il mezzo più usato in assenza di alternative, e magari molti continuano a pensare che sia una cosa da poveracci usare il treno. Prodi usa la ferrovia per andare da Bologna a Roma e  sembra una stravaganza (l’auto blu, d’altra parte, fa sentire importanti).

Il Re, nel primo Ottocento, ha dato un segno concreto ai sardi  realizzando il proposito sempre interrotto di collegare i due Capi dell’isola. I 235 chilometri di strada sono stati  realizzati in 6 anni, grazie all’investimento di 4 milioni di lire nuove. Una somma considerevole per un progetto moderno, e l’ impressione è che non siamo andati molto avanti da quella conquista. Modernità è oggi avere collegamenti pubblici efficienti,  non solo automobili veloci. E anche a questo riguardo sembra che  abbiamo saltato qualche passaggio, che siamo nella postmodernità  senza essere entrati a pieno titolo nella modernità ( ma non è una novità). Si dice che la Regione  metterà presto treni più efficienti com’è in Europa. Bene, perché la continuità territoriale, quella delle reti corte, servirà a impedire la  crisi di senso che ci assale quando scopriamo che  stiamo molto meglio se dobbiamo andare a Londra o a Barcellona che da Cagliari a Sassari. (s.r.)


15.02.07

SILIGO. Gli occhi grigi di Abramo si illuminarono d’un lampo di rabbia quando un cronista, venuto a Siligo per farsi raccontare la sua storia, ormai dieci anni fa, gli chiese di accompagnarlo a Baddevrustana, la scena di «Padre padrone». Il patriarca, lucido ancora e duro come sempre, si fece il segno della croce e disse in un sibilo: «Io lì non ci vado. Quello, per la mia famiglia, è stato un posto maledetto». E forse la maledizione di Baddevrustana non s’è spenta. Ieri, infatti, ai funerali di Abramo il figlio che si ribellò al dispotismo paterno non c’era. Gavino Ledda è rimasto chiuso in casa. Hanno cercato di convincerlo in tanti a cambiare idea, ma non c’è stato niente da fare.

Nel dopo pranzo, Gavino attizza il fuoco nel camino della cucina-soggiorno. Fuori soffia un vento gelido. Dentro c’è odore di caffè e di cenere, di formaggio e di vino. «Sono riuscito a mandare giù un boccone — dice — Era da ieri che non toccavo cibo». E’ stanco, la morte di Abramo lo ha toccato. Il rapporto tra i due era forte. Arrivano di continuo le telefonate. Lo chiamano le agenzie, lo cercano le televisioni locali. Ma Gavino ha la testa da un’altra parte. Ha deciso che a salutare Abramo, giù a Banzos, il piccolo cimitero del paese, lui non ci sarà. E la cosa gli pesa. E’ una decisione che non ha preso a cuor leggero. «Una spiegazione? Preferirei star zitto, ma capisco che la mia assenza è una notizia. E allora, per evitare che ci si ricami sopra, dirò semplicemente la verità. Non vado ai funerali di mio padre perché non voglio incontrare i miei fratelli e le mie sorelle».

Gavino di fratelli ne ha due: Giacomo e Filippo. E di sorelle tre: Vittoria, Elisa e Domenica. Solo con Vittoria ha avuto sempre, e conserva, buoni rapporti. Con gli altri non s’è mai preso troppo. Le cose, poi, sono peggiorate, e molto, dopo la storia della cava a Baddevrustana, un progetto autorizzato dal Comune di Siligo in un pezzo di terra che per Gavino è un luogo dell’anima. Per non dire che, nella piccola storia della letteratura scritta in Sardegna — e forse della Sardegna tout court — Baddevrustana una sua rilevanza simbolica ce l’ha comunque. Il sindaco di Siligo è una nipote dello scrittore di «Padre padrone», figlia di Giacomo. «Quando io ho protestato — dice Gavino — contro la devastazione che volevano fare dell’ovile della mia infanzia e della mia adolescenza, i miei fratelli e le mie sorelle, tranne Vittoria, mi hanno lasciato solo». Gavino ricorda che per la sua opposizione all’apertura della cava ha dovuto subire un pesante atto intimidatorio: una fucilata contro la porta di casa: «Ho ricevuto la solidarietà di tantissima gente. Mi sono visto abbandonato, invece, dalle persone che avrebbero dovuto essermi più vicine». Perciò lui al funerale non ci va: «Sono convinto che mio padre avrebbe capito. Mi avrebbe detto di stare a casa. A lui non tolgo niente se non seguo la bara sino alla tomba. Non è per lui che non vado. Con mio padre ci sono sempre stato e sempre ci starò. E’ una parte di me».

Ricorda, Gavino, quando Abramo decise di lasciare Baddevrustana: «Era l’inverno del 1956. Arrivò la neve, tanta, come non s’era mai vista. Un giorno io e lui ci svegliammo all’alba. Era tutto bianco. Lui corse fuori come una furia: controllava le piante, le viti, gli ulivi, una ad una. Le sentiva morte sotto le dita, bruciate dal gelo. Urlava come un animale ferito che sente vicina la fine. Imprecava contro il cielo, dalla sua gola usciva una voce d’assassino: avrebbe voluto uccidere, stroncare con le sue mani, chi gli toglieva il frutto del lavoro. Ma non poteva certo rifarsi sul manto candido che copriva ogni cosa. Le piante erano le sue creature. Le aveva fatte vivere strappando la terra ai rovi e agli sterpi, facendoci sputare sangue, a me e ai miei fratelli. Dopo la neve del 1956, non volle più saperne di Baddevrustana, decise di andare via, vendette tutto. E’ vero, lui considerava quella tanca un luogo maledetto. Non ci ha più voluto rimettere piede».

La moglie di Abramo, Mariantonia, 93 anni, sta a casa a letto, soffre dei postumi di una frattura al femore. Anche lei non ci sarà in chiesa e al cimitero, ma della decisione di Gavino non vuole dire nulla. Silenzio anche da Giacomo, Filippo, Vittoria, Elisa e Domenica, che stanno insieme sui primi banchi della chiesetta parrocchiale, ad ascoltare l’omelia di padre Morittu, che a Siligo ha la sua comunità per il recupero dei tossicodipendenti e che conosce bene la famiglia Ledda.

Morittu parla di Abramo, che in un secolo di vita ha vissuto il grande, doloroso passaggio della Sardegna dall’universo chiuso della tradizione alla modernità. Un Abramo biblico alla rovescia. L’Abramo re pastore, che dalla Mesopotamia portava greggi e genti sino alla terra di Canaan, iniziava una storia; Abramo il despota di Baddevrustana la chiudeva una storia, era l’ultimo impotente testimone di un mondo che moriva, di un mondo che per il figlio ribelle non aveva senso E il bastone non bastava più a mantenere viva la vecchia legge. Morittu ricorda quanto sia stato difficile sostituire il vecchio con il nuovo e quanto quest’affanno ancora duri. E come, in questa difficoltà, la figura paterna conservi un significato che supera le contingenze storiche. Cosa che sa bene anche Gavino. «I padri — dice — devono fare i padri. La guerra con i figli è giusta da sempre. Nel mio libro non c’è una sola parola d’odio contro Abramo. Io sapevo che un giorno avrei avuto la mia libertà, lontano da lui e anche contro di lui, ma non senza di lui». (c.c.)


Fragile umanità

Donna di 86 anni muore carbonizzata nella sua abitazione a Suni. Questo è l’ultimo episodio, in ordine di tempo, riportato dalle cronache giornalistiche. Recentemente ci sono stati altri episodi di questo tipo e  tutti rinviano al fatto che sono numerosi i casi di anziani che muoiono da soli. Il che non significa che tutti lo fossero per davvero. Ad esempio, la donna di Suni era assistita dal figlio che purtroppo (per lui) non era in casa quando è successa la tragedia. Va sottolineato però che, se non si può mettere sotto sorveglianza totale chi invecchia, si possono però ridurre i rischi applicando pochissime ed elementari norme di sicurezza.

L’Amministrazione comunale di Sassari ha adottato come strumento di intervento il Piano strategico e, tra le finalità, si sta ponendo l’obiettivo di trasformare la città in un luogo dove si può “invecchiare bene”. Opera meritoria di difficilissima attuazione sia perché per riqualificare e rendere fisicamente accessibile e sicura la città sono necessari ingenti investimenti – di cui il Comune è sprovvisto –: si pensi semplicemente al fatto che buona parte del patrimonio edilizio ad uso abitativo non è dotato delle condizioni minime di accesso per le innumerevoli barriere architettoniche presenti, a partire dal fatto che molte abitazioni sono prive dell’ascensore; sia perché è necessaria una profonda trasformazione culturale delle relazioni sociali che sempre più si basano sul fatto che la vecchiaia è vissuta come una brutta malattia da curare. Quest’idea di vecchiaia produce due tipi di comportamenti a) chi è vecchio viene ignorato e privato perciò di una qualunque rete di sostegno; b) oppure viene ‘messo sotto sorveglianza’ a fini protettivi e affettivi. In questo secondo caso, un numero più o meno vasto di figlie, nuore, badanti, amiche, e così via, organizza i tempi e gli spazi del vecchio di turno, persino quando il ‘poveretto’ se la può cavare da solo. Si tratta prevalentemente di un universo femminile perché le donne sono i soggetti sociali su cui pesa maggiormente la vecchiaia di un parente e/o di un amico, ma da questo composito universo di oppressori/oppressi non sono affatto esclusi i maschi.

Ci può essere un terzo modo di intendere la vecchiaia? A ragionarci ora, quando la vecchiaia è ancora lontana, sembrerebbe di sì, e per abbozzarlo può essere utile lo strumento della narrazione:


 “Il Vecchio è fragile e le sue ossa sono di vetro, basta una distrazione che una costola si rompe in un baleno. Per questo è sempre attorniato dai familiari che non gli danno tregua. Tutti a raccomandargli di usare cautela e a ripetergli ‘non fare questo’, ‘non fare quest’altro’, ‘non mangiare questo cibo che ti fa male’, ‘cammina piano’, e via discorrendo, perché, si sa, i vecchi devono stare sempre attenti.

La vita del vecchio ormai è diventata una continua ansia per tutte queste sagge raccomandazioni, anche perché frasi del genere il Vecchio se le sente ripetere almeno dieci volte al giorno. Ma più costoro gli ricordano la sua vecchiezza e più lui la dimentica. O per meglio dire, fa finta di perderne per strada il ricordo. Per questa ragione ogni giorno cammina a perdifiato infischiandosene allegramente di tutte le raccomandazioni, perchè la sua testa, ignorando l’età, continua ad essere piena di progetti così come gli batte forte il cuore davanti ad ogni donna che gli ricorda un volto amato. Lui che ad ogni donna ripeteva ‘ho avuto cento amori e tu sei l’ultimo’.

Ma i familiari non gli danno tregua, raccolgono il ricordo della sua vecchiezza e glielo rendono con stucchevole gentilezza, pensando così di dominare i suoi impeti.

 Il Vecchio è un uomo intelligente e sa essere furbo. Così un giorno escogita un piano per imbrogliarli ben benino. Incarta il ricordo della vecchiezza e lo nasconde mescolato tra i tanti ricordi, tanti quanti  può contenerne la memoria di uno che ha vissuto a lungo e che dalla vita ha preso a piene mani.

Per un po' di tempo se ne sta quieto quieto per distrarre parenti, amici e conoscenti che, rassicurati della saggezza ritrovata, finalmente allentano la presa.

 Una mattina il Vecchio decide di fare una passeggiata dalla vetta della collina fino al mare. Cammina lentamente per non allarmare i parenti che lo osservano dall’alto. Apparentemente è assorto nei suoi pensieri, in realtà è deciso a mettere in pratica il piano escogitato: regalare i suoi ricordi a chiunque incontri lungo la strada, sconosciuti o persone a lui note poco importa. Saluta tutti, a volte con calore, talaltra con indifferenza, si indispettisce con chi mal sopporta. Ma ai vecchi è perdonato tutto, anche le piccole cattiverie.

A ognuno dà in dono un suo ricordo: del primo amore all’uomo curvo, della sfida vinta al bambino grassottello che ansima per la fatica del camminare, delle mille ricchezze sperperate con allegra insensatezza al barbone seduto vicino all’edicola, dell’odore della terra bagnata alla donna scombinata che non sa conciliare famiglia e lavoro, e così via.

Cammina a lungo distribuendo con generosità a destra e a manca. La sorpresa iniziale si trasforma in gratitudine, nessuno aveva mai ricevuto un regalo più prezioso, neppure quella coppia di amanti che piangono perché in dono hanno avuto il ricordo di un amore finito.

Ora può tornare a casa, ha ormai regalato tutti i suoi ricordi.

In cima alla via vede una ragazza dalla grazia indefinibile, come quella di Gurù, lui si sente un Giovancarlo ma non ha più ricordi da regalarle. Il Vecchio la guarda e invano fruga nella sua memoria, perché l'unico rimastogli è il ricordo della sua vecchiezza. Lo aveva celato così bene che se l’era dimenticato. Rimane interdetto sul da farsi, non vorrebbe darle proprio quel ricordo a neppure vorrebbe lasciarla senza, ora lo sa è lei il suo ultimo amore.

Seppur rammaricato le dona proprio il ricordo da lui meno amato, ma ora sa che…”

a.m.


Il Corriere dell'Umbria 04.02.07

SE IL CALCIO È UNO SPECCHIO

Forse è il caso di ripartire da una domanda apparentemente banale. A che serve il calcio? Chi si occupa di scienze sociali sa che la risposta è almeno doppia. Ovvero che c’è una risposta se si guarda sopra la superficie (del mare o del vulcano, fate voi), e ce n’è un’altra, anzi più di una, se si guarda sotto la superficie. La risposta di superficie dice questo: il calcio è attività fisica, competizione sportiva, gioco con regole. E in quanto tale è anche, inevitabilmente, processo educativo e formativo (se solo di atletismo o di altro è poi da discutere). Ma le risposte più interessanti sono quelle che vanno a scavare in profondità. E sott’acqua ne troviamo altre tre.

La prima ci dice che il calcio, come ogni altro sport, è un mezzo per canalizzare e sublimare l’aggressività e la violenza presenti nelle società. L’ha scritto un po’ di tempo fa Norbert Elias. Diventare civili, dice Elias, significa smettere di ricorrere alla violenza per risolvere i conflitti sociali. Poiché però un fondo strisciante di aggressività rimane sempre, ecco allora che gli uomini usano la pratica sportiva come surrogato ritualizzato della violenza. All’inizio l’operazione è fin troppo trasparente, tanto che ci sono sport che non vanno tanto per il leggero: gli scontri dei gladiatori al circo, la lotta, la scherma, il pugilato senza regole. Poi, grazie alle regole, la durezza si attenua in modo via via decrescente: il pugilato disciplinato, il rugby, il football americano e australiano, il calcio, il basket. Infine si arriva a discipline in cui si evita il contatto fisico, ma non si rinuncia per questo alla simbologia della violenza, prendendosi a pallate di qua e di là da una rete: il tennis, la pallavolo, ecc. Il discorso però non finisce qui. Poiché le guerre di un tempo erano lotte di popolo, ecco allora che i riti della violenza si riproducono sugli spalti, tra le tifoserie, tra gli hooligans delle curve. La prima connessione è dunque questa: quanto più un popolo si sente frustrato, tanto più ha voglia di menar le mani, di tornare a superare il confine tra la violenza ritualizzata e la violenza reale.

La seconda risposta sotterranea è che lo sport (il calcio) rappresenta una delle poche occasioni rimaste per affermare un’appartenenza. Ad una città, ad un gruppo, ad una bandiera. Specie quando tutto va male; proprio quando altre città, altri gruppi, altre bandiere sembrano prendersi gioco di noi. Lo sanno così bene i dittatori (gli Hitler, i Mussolini, i Pinochet) che hanno sempre approfittato di tale bisogno popolare per nascondere nella retorica delle identificazioni sportive il marcio dei loro regimi.

La terza risposta è che il calcio è diventato, soprattutto oggi, non uno sport ma uno spettacolo, anzi un prodotto televisivo, essenzialmente una merce con cui fare fatturato. Lo sanno bene i Galliani e, a livello locale, i Repace, che sono interessati soprattutto a trovare la formula migliore per spremere soldi a vantaggio delle società e della federazione dalle rendite televisive.

Chiarite dunque queste premesse, che cosa ci dice il caso Catania (e gli altri casi, grandi e piccoli, avvenuti a Milano e a Genova, in Calabria e in Umbria)? Semplicemente questo: che il mix dei tre fattori si è trasformato oggi in una miscela esplosiva, in un vulcano in eruzione. Le cause sono trasparenti: i motivi di frustrazione dei gruppi giovanili (e non solo) stanno toccando in Italia livelli di guardia: per il lavoro che non si trova, per i legami sociali allentati, per la rabbia che non sa dove sfogarsi. Per i tifosi di città come Catania – rispetto a Palermo poi – la sfida dell’appartenenza è una tentazione irresistibile. Ma anche per gli ultras di Perugia e Terni, se non ci sono altre occasioni di dichiararsi in faccia l’antico odio di campanile. Infine, la mercificazione televisiva del calcio ha lasciato a casa gli spettatori meno agitati, mentre le tribune degli stadi sono ormai diventate passerelle per dirigenti e politici in cerca di visibilità ruffiana e le curve luoghi di celebrazioni tribali, fatte di insulti e minacce ad avversari e ad arbitri, e di frequenti lanci di oggetti in campo.

Che fare allora? Lasciare la patata bollente nelle sole mani della polizia? La polizia certo. E con più poteri, anche per evitare che altri poliziotti muoiano. Ma sicuramente la polizia da sola non basta. Se il calcio, per tutte le cose che abbiamo detto sopra, è lo specchio di un paese, allora non è possibile subirne il fallimento, perché sarebbe la terribile metafora del fallimento civile del nostro stesso paese. E dunque è il caso che i dirigenti, gli allenatori, i giocatori, i giornalisti sportivi, i capitifosi la smettano con gli impegni parziali e con le complicità bastarde (per cui ognuno guarda solo al suo interesse settoriale, preoccupato essenzialmente della propria visibilità e dei propri soldi, chiudendo gli occhi, se non alimentando, il presunto “folklore” degli ultras). Occorre che gli amministratori pubblici pretendano decisamente di più per la concessione degli stadi, dei servizi, delle forze dell’ordine. Un vero impegno educativo di massa. Riportare dirigenti, allenatori, giornalisti sportivi, capitifosi e genitori a scuola di civismo, di socialità, di valori di rispetto e di lealtà. In una parola di civiltà. E vincolare la concessione di quegli stadi e quei servizi ad un’opera educativa diretta ai più giovani, che non si limiti agli stop e agli schemi di gioco, ma che permetta loro di apprendere a diventare uomini.

                                                                                        Roberto Segatori  


25 gennaio 2007

UNA SCONFITTA PER GLI ADULTI (*)

Questa terribile violenza sconcerta e preoccupa perché i protagonisti sono ancora bambini (più che adolescenti) e perché non va separata dal contesto relazionale in cui si collocano e dall’humus culturale di cui si sono nutriti finora. Che non vuol dire affatto che la responsabilità si debba individuare nella famiglia e nella scuola, sia perché la famiglia e la scuola sono sempre più inermi e non hanno gli strumenti per capire e prevenire questi fatti, sia perché gli input (in questo caso estremamente negativi) possono essere”infiniti” e provenire da una varietà”infinita” di fonti.

Tra queste va inserita di certo anche la televisione. Ma sarebbe riduttivo considerarla la ragione principale (quando non la sola) di questa violenza, come invece pare che la considerino i magistrati inquirenti. Sto giustificando questi ragazzini? Naturalmente no. Ma è evidente che nessuno è riuscito a fornire loro le coordinate per stabilire un confine tra ciò che è bene e ciò che è male, e a comunicare loro il valore dell’uguaglianza, perché questo tipo di violenza si pone in atto quasi sempre nei confronti di chi si considera diseguale, in questo specifico caso la bambina di 9 anni.

Ciò costituisce una sconfitta anzitutto per i genitori, ma anche per gli insegnanti e il vasto mondo degli adulti al quale noi tutti apparteniamo.

Non va inoltre dimenticato che, ancora una volta, si tratta di violenza maschile esercitata sul genere femminile. Violenza che ha a che fare immediatamente con la corporeità dello stare insieme - presupposto stesso dell’essere società -, e che, quando si tratta di donne e uomini, ma in questo caso di bambine e bambini, sempre più spesso ci porta al tema della violenza e delle molestie sessuali.

Non mi soffermo sulle ragioni sociali e culturali più generali che hanno portato il corpo femminile (e a volte anche quello maschile) a diventare un bene negoziabile e denso di segni fallici - basti pensare alla pubblicità -, e neppure mi soffermo sulle ragioni (psicologiche) che inducono dei maschi a fare violenza sessuale sulle donne, mi limito a registrare un aspetto sociale del fenomeno: nonostante i passi in avanti compiuti tanto a livello normativo quanto a livello culturale, continua a esserci una sottovalutazione del problema, sottovalutazione che porta la donna a essere doppiamente vittima. E in questo atto di violenza colpisce, ancor di più, il fatto che l’essere doppiamente vittima riguardi una bambina di 9 anni, prematuramente e dolorosamente diventata donna senza volerlo.(a.m.)

(*) La Nuova Sardegna


18 gennaio 2007

Ci aveva pensato il Re, nei primi decenni dell’Ottocento, a dare un segno concreto nel proposito sempre interrotto di collegare i due Capi dell’isola, Cagliari con Sassari fino al  porto di Torres.

I 235 chilometri di strada, larga 7 metri, furono realizzati in un tempo di circa 6 anni, conclusi nel 1829 con tecniche più evolute di quelle in uso nel Settecento, grazie all’investimento di 4 milioni di lire nuove: una somma considerevole a carico del bilancio dello Stato. Una volta nella storia della Sardegna al tempo dei viaggi a cavallo, mai valutata dalla storiografia con la dovuta attenzione.

Oggi per andare da Sassari a Cagliari si usa normalmente l’auto nel percorso che ricalca all’incirca quello della vecchia strada reale; una soluzione arretrata specie per  l’insicurezza in grandi tratti.   

Con il treno  da Milano a Roma  (quasi 600 Km) si arriva in 4,30 ore. Chi non deve fare soste usa la ferrovia  meglio dell’aereo, così com’è in tutta Europa con punte di eccellenza  del trasporto su ferro  in alcuni Paesi.

Oggi per  spostarsi  in treno nel tratto  SS-CA se va bene ci vogliono 3,30 ore. La notizia buona, del mese scorso, è che la Regione metterà in funzione sulla tratta treni di costruzione spagnola che consentiranno di ridurre fino a 2 ore e mezza i tempi di percorrenza. All’incirca quanto ci mette un automobilista prudente  per andare da un Capo all’altro della Sardegna. E sarebbe una grande svolta; ma se ne parla pochissimo. Sarà per scetticismo, per sottovalutazione, oppure perché continuano ad essere numerosi quelli che credono che sia una cosa da poveracci usare il mezzo pubblico. Ma c’è anche chi pensa cha mai rinuncerà ad usare un’auto che, se poi è blu, fa sentire più importanti.

Prodi usa il treno per andare da Bologna a Roma e a qualcuno sembra una stravaganza.

Modernità e Rinascita - parole ‘magiche’ che ricorrono anche in questi giorni - è anche avere collegamenti rapidi e con un basso impatto ambientale. Ma bisogna ricordare che abbiamo saltato qualche passaggio, che siamo già nella postmodernità senza essere entrati del tutto nella modernità. Se questo intento di Soru andrà avanti saremo più vicini all’Europa: perché la  continuità territoriale, delle reti corte, serve a impedire la crisi di senso che ci assale quando scopriamo che  stiamo molto meglio se dobbiamo andare a Londra o a Barcellona che a Nuoro. (S.R.)


7 gennaio 2007

Tra il finire del vecchio anno e l’inizio del nuovo riceviamo molti calendari. E giacché il calendario ci deve tener compagnia per 365 giorni, ognuno di noi lo vuole che sia adatto alle proprie esigenze: deve essere visibile da lontano, magari colorato, che ci si possa scrivere su, e così via.

Mia madre ha da sempre - che io ricordi - quello di S. Antonio da Padova, il Santo del 13 Giugno, giorno della mia nascita e ragione del mio nome. All’università prevalgono i calendari delle librerie, tutti anonimamente uguali, cambia soltanto il nome del donatore per ragioni di pubblicità più che per generosità. Il nostro ateneo non fa calendari ma agende da tavolo e agendine che poiché arrivano ‘puntualmente’ in ritardo, finiscono per giacere, dimenticati, tra la polvere in qualche angolo della stanza. Nella mia casa c’è il calendario de “L’Erbolario”, da salutista quale io sono ma con eccessi cioccolatari.

Il giorno dell’Epifania il quotidiano La Nuova Sardegna ha distribuito un calendario così denominato: “POR SARDEGNA 2000-2006. 12 PROGETTI REALIZZATI CON IL POR SARDEGNA PER UN’ECONOMIA FONDATA SULLE RISORSE UMANE, SULLA CONOSCENZA E SULLE DINAMICHE DI COMPETITIVITA’”. Un calendario con alcune belle fotografie, rovinate da didascalie del tipo: depurazione e risanamento, oppure “previsione e controllo”, e via cantando.. Un calendario grande, 34 X 48 cm, difficile da collocare su una libreria o su una parete senza rovinare l’una e l’altra. Eppure, nonostante la grandezza, vi sfido a scriverci sopra i vostri appunti, o ad individuare i giorni da una distanza ragionevole.

Le motivazioni con cui si scelgono i calendari sono tante: religiose, artistiche, naturalistiche… persino auto-celebrative, se però sono i nostri familiari o il nostro hobby preferito l’oggetto della celebrazione, ma che sia la Regione ci diverte, almeno fino a che non pensiamo a quanto deve essere costato l’aver fatto un oggetto tanto inutile.

a.m.


6 dicembre 2006

La civiltà urbana si fonda tra l’altro  sui  progressi di tipo igienico – dalla cloaca massima ai regolamenti ottocenteschi – con l’obiettivo di migliorare o meglio di allungare la vita ai cittadini.

La questione essenziale, fino dall’antichità, è stata quella  di disporre da parte di comunità insediate in modo  più meno concentrato, di acqua pulita;  e ovviamente di allontanare i liquami dai centri urbani. La democrazia delle fogne è alla base della convivenza civile, mira ad  annullare le differenze tra chi sta a monte e chi sta a valle (e anche tra ricchi e poveri);  le regole e le tecnologie  servono  per impedire che le acque che sgorgano fresche e limpide dalle fonti e nei ruscelli,  incontrando la città arrivino a valle “d’odore malvagio e sapore immondo”,  come scriveva  chi si occupava di queste cose sotto l’ impressione  di terribili epidemie.

Una parte grande dell’urbanistica delle origini fonda sull’idea di curare le patologie urbane a partire dalle tesi sui miasmi, sino ad esprimere la vigorosa retorica della salubrità  che è servita a legittimare standard sanitari sempre più evoluti.

Sassari ha cominciato a rispondere a questa esigenza, realizzando nel primo Ottocento il “ gran condotto” nel percorso della via omonima nel quartiere di Sant’Apollinare,  che inaugura l’era della lotta alle malattie che dura fino a 50 anni fa . L’edificazione sparsa degli ultimi decenni sta  oggi evidenziando i problemi prevedibili: originati dalle soluzioni individuali – i buchi in terra –  che non offrono, casa per casa,  adeguate garanzie igieniche. Il rischio – gulp! –  di inquinare il reticolo idrografico in modo irreversibile è serissimo. La città diffusa ha moltissime controindicazioni alcune molto pericolose. Propone un dedalo di questioni di ordine sociale, economico e sanitario, che i pianificatori dovranno considerare in modo prioritario. Direi che quello dell’edificazione sparsa è il primo tema che il Puc dovrebbe affrontare. Su “La Nuova Sardegna” sono state pubblicate due interessanti  riflessioni di Sante Maurizi e Marcello Madau che non hanno suscitato il dibattito che sarebbe necessario. Le proponiamo. (S.R.)


13 dicembre 2006

Piani strategici e di sopravvivenza

Digitando «piano strategico», su Google appaiono 462.000 risultati. Praticamente qualunque ente locale italiano è da qualche tempo alle prese con una propria strategia: di sviluppo, di riconversione, di identità territoriale, di coinvolgimento degli attori sociali, eccetera. L’obiettivo comune è (prendo a caso) «costruire il futuro in modo condiviso». Nientemeno.

La modalità è semplice. Una volta che un comitato di esperti ha tracciato grandi scenari (c’è un passato glorioso in decadenza, una monocultura da superare o una vocazione da sviluppare) iniziano i «workshop», nei  quali «facilitatori» operano su schemi “punti di forza / di debolezza”,  “visione negativa / positiva”, e simili, mettendo attorno a un tavolo i cosiddetti attori sociali per la formalizzazione di idee, percorsi, e fonti di finanziamento.

Si è in genere reticenti sulla valutazione in corso del processo o sui reali livelli di partecipazione; il messaggio è: «lavori in corso» (corollario: non disturbate i manovratori).

È difficile non vedere in ciò ulteriori sintomi della politica come marketing del consenso. Tratte dai metodi di composizione dei conflitti, tali procedure - su indicazione dell'UE - devono ormai obbligatoriamente far parte dei percorsi di formalizzazione della spesa pubblica. Ma quando il processo è top-down, è inevitabile che esse si specifichino come meccanismi di controllo sociale. Non è un caso che la moda prenda piede dopo che è passato nel senso comune il lavaggio del cervello relativo al maggioritario, al rafforzamento dell'esecutivo, alla concentrazione di poteri nei vertici, in particolare nelle figure del sindaco e del cosiddetto governatore.

Tali figure moderne dell'assolutismo si circondano inoltre di comitati di esperti, di «indirizzo», «tecnici», ecc., ai quali affidano l'elaborazione di piani e progetti. Il risultato della quale è il classico tomo di centinaia di pagine che nessuno leggerà mai: ma su di esso il governante salirà come su un piedistallo a mostrarci la luminosa strada del futuro, e a usarlo come giustificazione delle decisioni che prenderà, servendosi degli organismi elettivi come di meri passaggi formali. Una proiezione verso il futuro particolarmente appassionata in chi non ha alcuna intenzione di applicare il principio partecipativo alla vita presente dei cittadini. O in chi ha pensa di risolvere le difficoltà quotidiane dell’amministrare con un bel transfert terapeutico.

Ma il nocciolo, parafrasando un celebre titolo di Gregory Bateson («Perché non si può mai dire a qualcuno ‘Gioca!’»), è che non si può dire a qualcuno ‘Partecipa!’. Ed è qui che la riflessione sulla latitanza del conflitto sociale, sullo stretto legame fra bisogni, desideri e partecipazione, soprattutto in tempi di governi amici, pare insufficiente. E inesistente chi se ne voglia politicamente far carico. (S.M.)


03 dicembre 2006

Di  turismo si parla molto in Sardegna, e come scriveva un giornalista de ‘La Nuova Sardegna’ nel lontano 1954: “qualsiasi scusa è buona per magnificare bellezze incomparabili, per rappresentare gli effetti dell’attrazione, per trarre conclusioni sul futuro benessere delle popolazioni”. Salvo poi dimenticarci rapidamente di queste bellezze incomparabili quando si associa il turismo alle richieste di aumentare l’offerta turistico-albelghiero dalle coste del sud a quelle del nord-Sardegna, per non parlare delle vecchie proposte di Master Plan in Costa Smeralda che, non potendo più essere riproposte in termini di piano, puntualmente ridiventano oggetto di ricostruzione ‘nostalgica’ anche in convegni recenti.

Eppure il turismo in Sardegna si è sviluppato in diverse direzioni, non solo in quella balneare, anzitutto verso il mondo rurale e verso la riscoperta delle tradizioni locali. Sviluppo che ha coinvolto pienamente popolazioni, enti locali, categorie di lavoratori. Ma pensare che il turismo possa risolvere i mali dell’Isola significa costruire un’illusione. Il turismo tanto più è forte quanto più sono forti gli altri settori: dall’agricoltura all’industria, dalle piccole imprese all’artigianato.

Considerare il turismo come unica possibilità di sviluppo significa avere fretta di trarre dei vantaggi economici. Chi ha fretta è anche portato a considerare le regole un ingombro. E  questo sì è nell’immediato, e non solo in prospettiva, un limite persino al turismo.

Ultima postilla: l’atto vandalico compiuto ad Olzai, non solo va respinto con fermezza ma ci ricorda che l’orizzonte della stupidità è molto più ampio di quanto non si pensi. (a.m.)


20 novembre 2006

Sassari 2006.
Ci siamo rassegnati alla scomparsa di belle palazzine dei primi decenni del Novecento. Negli anni ‘80 in rapida sequenza ne hanno spazzato via una ventina, in aree centralissime: esempi della buona cultura della borghesia sassarese  di allora molto attenta al decoro della città. 

Le hanno demolite senza interrogarsi (eclettiche,  liberty, decò?), con la chiarezza di idee e la determinazione che serve  in questi casi: togliere  un fabbricato piccolino per farne un altro 4-5 volte più grande, 10-20 volte più brutto. Sono le zone “B”, bellezza! Se in centro e nelle zone semicentrali la densità sembra elevata e pochi i servizi  è proprio per questa furbesca,  reiterata  operazione: che non richiede il cimento e l’ingegno di grandi imprenditori. La versione aggiornata, ingentilita, eccola  in via Carlo Alberto e in piazza Fiume. Dietro veli pietosi due edifici fine Ottocento primo Novecento in corso di ristrutturazione: si  lascia la buccia, o peggio si ricostruisce falsa, e si  ricava dentro tutto ciò che ci sta. Grande buco in terra per superparcheggio. Così non vale, si dice per i giochi sleali. Non vale svuotare un’architettura mantenendo le pareti: è come lasciare la copertina di un libro di cui si sono state strappate le pagine. Non vale sul piano urbanistico, perché il contenuto di quei fabbricati peserà  sulle adiacenze e oltre le adiacenze.  Se queste cose le consente ancora il vecchio generoso  piano regolatore – ancora ? ! –   c’è da preoccuparsi.  Questa nuova Amministrazione, non c’entra nulla.  Ma è il caso di chiedere a questo governo che manifesta attenzione per la città vecchia,  se pensa di fare qualcosa. Se sì, dia un’occhiata subito, con l’obiettivo di salvare quello che resta della città di ieri, mentre si decide la strategia per la città bella e forte di chissà quando. Subito, perché aspettare il Puc potrebbe essere un po’ in ritardo. (S.R.)


16.10.2006

E' bene non sottovalutare le reiterate intimidazioni alla dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Lanusei, capoluogo dell’Ogliastra, regione bellissima tra mare e montagna della Sardegna meno conosciuta. Minacce, dicono i giornali,  in relazione a mancate autorizzazioni per case in agro. Tutto farebbe pensare che si tratta di piccole cose, reazioni di balordi alle regole che il Piano paesaggistico e il Piano di assetto idrogeologico hanno introdotto di recente in Sardegna. Ma così si comincia, una minaccia tira l’altra. E si sa come vanno le cose in questi casi, quale è il rischio quando le istituzioni non replicano tempestivamente e adeguatamente. Lo ha fatto il sindaco del Comune ed è sembrato un po’ isolato. E l’impressione è che la cosa possa finire nei prossimi giorni nell’archivio delle notizie di secondo piano. Lo sdegno dura poco. In Sardegna ci sono stati brutti segnali negli anni scorsi. Più volte sono stati denunciati interessi della mafia nelle zone più belle. Il magistrato della Procura di Tempio Valerio Cicalò ha da poco riferito di investimenti sospetti in Gallura in immobili di pregio; “ ma sinora non siamo riusciti a capire – ha detto il magistrato – da dove arrivano i capitali. E siccome il presupposto fondamentale è che si individui la fonte, e la fonte e all’estero, per ora non abbiamo chiuso il cerchio. Indagando su alcune persone, siamo solo riusciti a trovare collegamenti con ambienti russi […]”. Che cosa dire ? La Sardegna è una regione povera ma la democrazia qui è un valore, la gente è onesta eccetera. Ma c’è da tenere alta l’attenzione, credo.

PS. Le cose che ha detto Briatore domenica pomeriggio a Lucia Annunziata della Sardegna (e di altro) fanno sorridere ma un po’ mi preoccupano. (S.R.)