Ultimo aggiornamento
01/02/2010
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26.01.10
La triste vittoria del Situazionismo
Nei primi giorni di questo 2010 sono stato a Torino e ho
deciso di visitare, colpevolmente per la prima volta, la GAM – Galleria
di Arte Moderna e Contemporanea. Bello l’edificio, buona
l’organizzazione dell’allestimento, allucinate e suggestive le opere al
suo interno. Una frase che vi campeggia sulla facciata “Every art has
been contemporary”, per sbeffeggiare chi storce il naso di fronte “a
certe cose”.
E tra un Picasso, un Manzoni (quello vero, Piero) e un
Cattelan ecco che mi imbatto in un lungo corridoio costellato delle
opere di alcuni degli esponenti del Movimento Cobra (poi diventato
Bauhaus Immaginista, poi ancora, prima di congedarsi, Internazionale
Situazionista). Due fra tutti: Asger Jorn e il piemontese Giuseppe
Pinot-Gallizio, e le loro opere che potrebbero sembrare futuriste, ma
che, al contrario sono assolutamente situazioniste, collocate nell’area
intitolata “Infanzia”. “Infanzia?”, mi chiedo. Sì, “infanzia” perché in
esse prevale il colore, distribuito casualmente sulla tela, solo a
stimolare negli occhi e nell’animo di chi guarda i sentimenti e le
curiosità dei bambini di fronte a situazioni colorate e divertenti o, al
contrario, cupe e angoscianti. Ma “infanzia”, anche perché
contrariamente a Mondrian e Le Corbusier i situazionisti ipotizzavano –
negli anni Cinquanta – una città “movimentata, appassionante, fatta di
situazioni”, appunto, nella quale l’uomo potesse riscoprirsi bambino,
viverla – attraversandola a piedi – e sorprendersi dinanzi a scorci
sempre nuovi, strade inaspettate, colori rinfrancanti, spazi in grado di
accogliere e creare le mille situazioni di cui l’animo umano – che è
sociale e politico – ha fisiologicamente bisogno. E quelle opere
vogliono significare appunto questa idea.
La storia, penso tra me e me mentre cammino piano sul
parquet del museo semivuoto, ha preso tuttavia un’altra traiettoria. Le
città, proprio a partire dagli anni Cinquanta, di fronte al bivio tra
“passione, movimento e colore” e “razionalità ed economicismo” hanno
evidentemente scelto la seconda strada. E la seconda strada non ha
significato solo una città “a linee rette”, ma ha significato
soprattutto la straziante vittoria degli spazi privati su quelli
pubblici, più in generale (e ancora peggio), del diritto privato su
quello pubblico.
Con tutti questi ragionamenti per la testa, scendo al
piano inferiore, nella videoteca dello stabile. Cerco quindi
“situazionismo” nei motori di ricerca dei computer a disposizione dei
visitatori. Trovo pochi record per la verità, ma uno mi colpisce più
degli altri, per il suo titolo macabro: “La triste vittoria del
Situazionismo”.
Lo guardo. È un filmato di venti minuti, dove i bravi
attori interpretano alcune scene del vivere quotidiano. Gli spazi in cui
vengono girate le riprese sono le nostre suburre, ma non riesco a capire
se si tratti di Torino, o di Sassari, o di Roma o di Agrigento. A ben
guardare, forse, non fa molta differenza. Le persone passano, non si
guardano, quelle che si guardano è perché si sono conosciute in altri
luoghi, i pochi luoghi rimasti pubblici o addirittura si sono viste al
supermercato o al centro commerciale; alcune si scambiano poche
meccaniche battute. “Buongiorno”. “Buongiorno a lei”. “E come sta?”.
“Mah, l’altro giorno sono stato assai male”. “Un’aspirina e tutto
passa”. “Non credo servirà”. “Arrivederci”. “Arrivederci”.
Mi alzo con un senso di sconforto. Le città che si sono
sviluppate dagli anni Cinquanta ad oggi non sono riuscite nell’intento
di offrire spazi per la formazione di “cittadini”, ma solo di comparse
(o consumatori, poco cambia) che non sanno che per i mali del cuore
un’aspirina non serve, che non sanno dialogare, che sono indifferenti? È
ovvia e scontata la risposta (e un po’ infantile la mia auto-domanda).
Dobbiamo veramente rassegnarci all’idea che i Situazionisti abbiano
vinto? È forse terribilmente vero ciò che Asger Jorn scrisse nel 1954,
ossia che “il protestante modulare Le Corbusier, l’imbrattatele di
croste cubiste, fa funzionare la macchina per abitare per la maggior
gloria di Dio che ha fatto a propria immagine le carogne e i corvi.
Eccolo, appunto, il programma: la vita definitivamente frammentata in
isolati chiusi, in società sorvegliate; la fine delle possibilità di
insurrezione e di incontri; la rassegnazione. Bisogna essere ben
sciocchi per vedervi un’architettura moderna”. La città odierna non è
più politica, perché i suoi abitanti non hanno più luoghi per dare corda
al proprio istinto di animale sociale (e politico). L’unica politica che
ancora vi sopravvive è quella dei giochi politici, tra palazzinari e
amministratori: quella effettivamente va a gonfie vele. Ma la prima e la
seconda, evidentemente sono inconciliabili, tanto quanto diversi e
inconciliabili sono i significati stessi della parola “politica”.
Due giorni fa l’incontro con l’urbanista Vezio De Lucia
(Aula Rossa, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari) ha
seminato in me molti dubbi. L’obiettivo più alto che un relatore possa
perseguire: complimenti dunque al relatore. La storia dell’urbanistica
italiana è una storia brutta: ascoltarla rattrista, poi fa sentire
impotenti, rassegnati. In qualche modo, però, chi come me è giovane deve
sentire prioritario il senso di responsabilità critica dinanzi ai gravi
dissesti perpetrati sul territorio da lustri di malgoverno. I guasti sul
territorio, infatti, riguardano tutti noi perché significano negazione
dello stato di diritto, della democrazia: la città dovrebbe essere –
come insegnato dagli illustri ateniesi – il primo luogo in cui l’uomo
diviene cittadino, in cui spazi pubblici significano educazione e
formazione alla cittadinanza, alla diversità culturale e in cui la
predominanza degli spazi privati genera, al contrario, omologazione,
rimbecillimento, prevalenza di un pensiero unico, di un’unica moda, di
un’unica ideologia.
Chi oggi studia le scienze politiche e sociali ha il
dovere imperativo di guardare alle cose del mondo con occhi critici, di
trarre beneficio dal dubbio, come ha insegnato il nostro illustre papà
Norberto Bobbio. Se è mafioso chi gestisce il territorio (che per
definizione è di tutti) avendo come unico fine il proprio arricchimento
(e dunque privato), anziché il bene comune, lo è allo stesso modo chi
guarda e passa, chi vive ignavo, apatico, chi crede che le cose non
potranno mai cambiare, né se ne assume le responsabilità.
C’è poco da scherzare. “Non c’è da essere ottimisti”, ha
detto De Lucia. C’è, però, da lavorare.
Federico Zappino (Dottorando in Scienze Sociali –
Università di Sassari) |
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16.12.09
VENGO ANCH’IO … NO TU NO!
Cronaca di un normale confronto
politico-sindacale?
È notizia di questi giorni che il
Ministro Renato Brunetta abbia deciso di non invitare la CGIL al tavolo
delle trattative per il rinnovo dei contratti nella Pubblica
Amministrazione. La motivazione di tale esclusione risiede nella non
sottoscrizione da parte della CGIL dell’Accordo sulla riforma del
modello contrattuale siglato, invece, con altre organizzazioni
sindacali.
Se il clima nelle relazioni tra
governo e sindacati non era poi così tranquillo, la decisione di
Brunetta accentua la distanza che separa le due posizioni.
L’intento
pare chiaro: rompere l’unità sindacale per fare accordi “con chi ci
sta”. Nonostante qualcuno ritenga che Brunetta abbia una vera e propria
intolleranza a tutto ciò che possa richiamare alla mente l’ideologia
comunista, credo che il Ministro abbia un obiettivo molto più ambizioso,
appunto quello di scardinare l’attuale assetto delle relazioni
industriali a cominciare dal terreno nel quale agisce direttamente, la
P.A. Anche se in tal modo, esasperando gli animi, il Ministro, forse,
potrebbe avvantaggiare i sindacati aiutandoli a recuperare posizioni sul
piano dei consensi.
Non credo che Brunetta si debba
agitare tanto, anche perché la crisi del sindacato in Italia è profonda
e ha origini lontane, prima ancora che i neoliberisti si affacciassero
sulla scena politica. La crisi di rappresentatività, con la conseguente
nascita di numerose sigle autonome in diversi settori, e la difficoltà a
rispondere alle nuove sfide del mercato del lavoro i sindacati la vivono
da molto tempo. Ma, senza dubbio, di tutti questi la CGIL rimane sempre,
soprattutto in alcuni importanti settori come la P.A., il sindacato più
rappresentativo e più radicato tra i lavoratori.
Se il Brunetta non vuole agire al di
fuori delle prassi istituzionali più conosciute e condivise, proprio da
quei Padri riformisti e socialisti ai quali dice di rifarsi, o del
consolidato orientamento giuridico degli ultimi sessant’anni, sarà il
caso che riveda la lista degli invitati.
Quale
efficacia potrebbe avere un contratto sottoscritto dai sindacati che
rappresentano un terzo della categoria? Quali riforme possono essere
attuate senza alcuni dei protagonisti?
Purtroppo il clima non consente di
affrontare il vero problema, quello di una legge sulla
rappresentatività; dopo la chiusura del Ministro e del governo verso la
CGIL e il clima da muro contro muro non è più garantita la neutralità,
l’imparzialità, la giustezza e l’obiettività di una norma che vada a
regolare la partecipazione democratica dei lavoratori attraverso i
propri rappresentanti, tanto che c’è da augurarsi che non si pensi a
lavorare all’attuazione costituzionale proprio ora.
Alberto Valenti |
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26.11.09
Alcune riflessioni sull’attuale
movimento gay e lesbico
Le tristi vicende balzate, qualche
mese fa, agli onori delle cronache e relative agli efferati pestaggi di
Roma e Napoli di persone omosessuali, devono essere (per più di un
motivo) motivo di riflessione per tutte le persone che hanno la fortuna
di poter fare dello studio e della ricerca sociale la propria ragione di
vita.
Certo, i fatti si sono verificati già
da qualche tempo e non sono così freschi da poter giustificare un
ulteriore pezzo sulla faccenda. Ma è vero anche che le riflessioni – e
non la mera e talvolta becera cronaca – necessitano a volte di una
sedimentazione più lenta, proprio per non incorrere nel rischio di
sorvolare su alcune questioni che invece andrebbero prese in
considerazione e che ne rappresentano la chiave di volta.
Mi rendo conto, tuttavia, che
l’argomento sia troppo complesso da poter essere liquidato e sentenziato
in poche righe. Ciò che credo, però, è che se continuiamo a legittimare
l’ignoranza come essenza delle cose – delle cronache, dei governi, della
comunicazione, finanche del movimento gay e lesbico – allora non
usciremo più dal circolo vizioso che avviluppa tutta questa brutta
faccenda: la triste condizione – subita, necessitata, voluta – delle
persone omosessuali, riguarda infatti una serie infinita di altre
questioni che ci toccano da vicino e a prescindere dal nostro
orientamento sessuale, come ad esempio l’universalismo, l’eguaglianza di
tutti davanti alla legge, la diversità e la diseguaglianza, il paradigma
redistributivo della giustizia, eccetera eccetera.
Ciò che mi dispiace rilevare,
purtroppo, è che i primi a non accorgersene siano proprio le persone
omosessuali stesse, o meglio, le persone omosessuali che stanno a capo
delle associazioni omosessuali, le quali evidentemente dimostrano di non
detenere sufficienti risorse – intellettuali, sia ben chiaro – per
orientare la lotta per il riconoscimento in canali comunicativi che
siano anzitutto dialogici, democratici, liberi, e di conseguenza sensati
e non ridicoli.
Lungi dal giustificare il
comportamento di chi i pestaggi li ha fatti (e che si credeva
appartenessero ormai ad un’altra epoca), qualora fosse necessario, mi
sembra però che sia proprio il modo di porsi delle associazioni gay a
non essere “pacifico” (per utilizzare un brutto aggettivo), ma anzi che
abbia come unico obiettivo l’accrescimento del conflitto. Mi sembra, in
sostanza, che l’attuale movimento gay e lesbico impieghi sistemi di
azione un po’ demodé, che calzerebbero a pennello se il movimento fosse
al suo statu nascenti. Ma così non è affatto. Il filosofo Gianni Vattimo
negli anni Settanta era già per le strade a fare battaglia per il
riconoscimento della dignità di gay e lesbiche, e con ben altri metodi:
il movimento omosessuale, quindi, non è cosa nuova. Forse, per strada,
avrà perso la sua iniziale capacità di critica sociale, la sua capacità
(necessitata) di elevare la questione nel cielo dei principi della
politica: ne sono esempio i Quaderni di critica omosessuale del Cassero
di Porta Saragozza di Bologna, che a rileggerli a trent’anni di distanza
non se ne avverte la pregnante attualità, bensì il rimpianto di una dote
persa.
In cosa consiste invece, oggi, il
movimento gay e lesbico? Rischierei di risultare impopolare se dicessi
subito la mia su questo quesito, quindi preferisco rifarmi all’opinione
di Pierre Bourdieu (e nascondermi dietro ad essa), il quale, una decina
d’anni fa (ne Il dominio maschile, Feltrinelli) notava come il movimento
facesse largo uso di “pratiche collettive di superficie” a discapito
dell’uso del grande capitale culturale interno al movimento stesso.
Tali “pratiche collettive di
superficie” mi viene da interpretarle – e mi perdonino quelli che stanno
leggendo disgustati – con tutte quelle discutibili attività che
oggigiorno sembrano essere, purtroppo, le uniche attività con cui le
associazioni gay si trastullano, a partire dall’organizzazione di
eccessive festicciole – omosessuali – in locali – omosessuali –,
passando per i discutibilissimi gay-pride (il cui senso rischia di
perdersi tra i piumaggi e le labbra ipertrofiche, anche perché la
manifestazione in sé avrebbe tutto un altro senso se avesse tutto un
altro spirito), fino ad arrivare alle fasulle lotte ideologiche di cui a
volte i grandi capi delle associazioni si riempiono la bocca, senza però
mai proferire una parola dotata di senso logico.
Mi chiedo – anche per smorzare il
tono di questa sentita invettiva –, c’è qualcosa di democratico
nell’individuare un locale da far diventare “gay” per farci al suo
interno delle feste “gay”? Ha qualcosa a che fare con la democrazia il
quartiere gay di Londra o di San Francisco? E ancora, i quartieri gay
fanno di una città una città “plurale” o solo una città con dei “ghetti”
– voluti, dalle associazioni gay, e ben accettati, ovviamente, dalla
restante società-etero-civile – e dall’equilibrio precario?
Sono forse l’unico ad immaginare una
società democratica nella quale gli eterosessuali e gli omosessuali
vanno a ballare tutti nelle stesse discoteche “democratiche”? Non è
forse questa la democrazia? Se gli esponenti dei movimenti gay e lesbici
non sono in grado di indirizzare la protesta in queste direzioni, che se
ne tornino a casa: la loro presenza non è più desiderabile proprio
perché fino ad oggi si è rivelata totalmente fallimentare, altrimenti
non staremmo qui a interrogarci sulla questione.
In una società in cui imperversa
l’ignoranza, l’unico modo per combatterla è porre in essere azioni
dotate di senso, lastricare insieme le vie dell’integrazione e non
innalzare i muri dei ghetti, perché a quel punto sarà inevitabile che
chi vive nella bambagia dentro il ghetto, fuori da esso sarà diverso,
emarginato, fragile, immediatamente riconoscibile ed esposto quindi ad
ogni sorta di misconoscimento sociale, da quello più subdolo a quello
più sanguinario.
La storia, quella di pochi anni fa,
quella del cuore del triste Novecento, ce lo dovrebbe aver insegnato
bene, in fondo.
Federico Zappino
Dottorando in Scienze Sociali – Scienze della governance
e dei sistemi complessi
Università degli studi di Sassari |
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31.10.09
Mode d’Oltremanica!
Nel
corso di una lezione del Dottorato di ricerca tenuta dal Prof. Moore[1]
(Università di Cambridge) siamo venuti a conoscenza di una singolare
normativa in campo sociale che da alcuni anni è stata adottata nel Regno
Unito.
Qual
è l’ultima fobia del Regno Unito? Quel Regno Unito in cui da decenni
convivono pacificamente etnie diverse, dove sono stati superati gran
parte dei pregiudizi culturali, dove la multiculturalità è un valore,
dove è considerato cittadino inglese una persona con origini e
tradizioni indiane o mussulmane e così via?
L’ultimo spauracchio del Regno Unito sono i giovani minorenni, quei
giovani che non seguono una condotta degna di un “piccolo lord”, ma che
al contrario suscitano nuovi timori tra le generazioni più mature, quei
giovani che dovrebbero rappresentare il futuro del Paese.
Da
quando è salito al potere, il partito laburista capeggiato da Mister
Blair ha identificato nella riduzione dei comportamenti antisociali e
nella paura del crimine uno dei cavalli di battaglia del suo programma
politico, introducendo una serie di misure punitive come risposta al
problema: gli ASBO (anti social behaviours orders). I soggetti presi di
mira dagli ASBO sono prevalentemente i minori le cui attività sono
considerate equiparabili a quei comportamenti antisociali che potrebbero
sfociare in azioni criminali.
Tali
misure, a quanto pare, hanno accresciuto la paura del crimine tra gli
adulti. Paura, la cui conseguenza principale è un maggiore controllo
informale da parte della comunità e una maggiore distanza generazionale
che impedisce una conoscenza vera e propria attraverso il dialogo
reciproco e il superamento dei conflitti.
Le
misure restrittive sono indirizzate a comportamenti antisociali che da
noi sarebbero definiti semplicemente “disturbo della quiete pubblica” o
“schiamazzi notturni” (vedi Anti-social Behaviour Act 2003).
Oltremanica, invece, comportano il divieto di aggregazione in
determinati spazi urbani, il divieto di accattonaggio, lo scrivere sui
muri dei writers e così via. La risposta del governo Blair è stata
quella di punire tali azioni mettendole alla stessa stregua di quelli
che possiamo definire veri e propri atti criminali. Infatti i minori
accusati di aver commesso comportamenti antisociali, in automatico,
sono soggetti a misure punitive, sono segnalati alla comunità attraverso
una sorta di affissione pubblica con tanto di foto del minore e data di
scadenza dell’ordine di restrizione. Una misura oltremodo
stigmatizzante, quasi come l’essere messo alla gogna o essere un
soggetto ricercato dalla legge, dunque pericoloso!
Uno
dei motivi principali del disagio giovanile è la noia, l’assenza di
interessi, la mancanza di politiche che si impegnino ad ascoltare e
valorizzare le risorse dei giovani; tutto ciò potrebbe essere una
possibile causa dei comportamenti antisociali della maggior parte dei
giovani, che in qualche modo comunicano un malessere.
Malessere trasformato dalla politica e dalla società in paura per la
propria sicurezza e la propria tranquillità, da tenere sotto stretto
controllo e frenare con misure punitive, senza domandarsi minimamente
quale sia il vero motivo di tali comportamenti caso per caso, cosa stia
succedendo nella società e quali soluzioni sarebbero da adottare per
dare una risposta positiva e soprattutto quali strumenti offrire per
superare momenti di conflitto. Per esempio attraverso il dialogo
pacifico e il confronto e la creazione di una relazione sociale tra i
giovani e la comunità.
In
conclusione, è necessaria un’ulteriore riflessione che invece ci
riguarda da vicino: in Italia il medesimo atteggiamento e l’adozione di
sproporzionate misure punitive sono stati adottati nei confronti del
fenomeno dell’immigrazione clandestina identificando lo straniero
extracomunitario in un delinquente a prescindere dai reali motivi per i
quali queste persone siano costrette ad abbandonare i loro Paesi.
Stefania
Frongia
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09.10.09
Donne
e uomini «pensanti» per rompere il muro del silenzio
Da snob
mi consento diverse cose, ormai è «facile» si è snob nel confidare nella
ricchezza culturale piuttosto che in quella anti-culturale, e/o nel
nutrire disinteresse per lo «scambio tra corpo e carriera», e/o
nell’esprimersi contro il cinismo. Mi consento di guardare poca Tv
orwelliana, sfogliare quotidiani inglesi, indignarmi: è evidente anche a
me che le donne (ma non tutte le donne) stiano impiegando ogni risorsa
per esibirsi con fare sguaiato, valorizzare un corpo porno–soft (o
hard), concepirsi alla stregua di effettivi oggetti sessuali (in quanto
oggetti, si vendono e acquistano a «prezzo di mercato »), vivere la
propria sessualità in funzione della gratificazione maschile (non di
tutti i maschi), agognare denari e successi facili. Già le donne (ma non
tutte le donne) aspirano all’uggiosa omogeneità delle letterine,
modelle, troniste, veline e, recentemente, escort. Recentemente? Dai
tempi di Eva? Senza trascurare che, banalmente, benché spogliarmi sia un
mio diritto (si badi bene: non un mio dovere), rimane vero che vi sono
nudità e nudità: alcune belle, pure, non strumentali, altre orribilmente
pornografizzate. Il privato si è trasformato in pubblico e il pubblico
in privato. C’è privacy e privacy, pubblico e pubblico. Si promuove la
lotta contro la violenza sulle donne, ma si promuovono anche le escort.
Il denominatore comune: esternare. Eppure rido con Roberto Begnini a
radio Rtl: «Parleremo anche di cose leggere, escort, mignotte e
ballerine, tutte cose pubbliche. Non vorrei, Silvio, toccare temi
privati come la crisi e la disoccupazione». Rido perché Begnini è un
comico, e non un comico riciclato in un politico, né un politico
camuffato da comico (le troppe gaffe di George Bush non mi facevano
affatto ridere). Un riso amaro perché permane il dubbio che tutto questo
si connetta (come?) a un vecchio slogan femminista: il privato è
politico, è pubblico. Nella nostra presente società, scurrile e volgare,
gli interpreti e le interpreti dello slogan ormai eccedono: non vorrei
discettare con loro di Kate Millett (chi era costei?), meglio qualche
«gossip» sui modelli femminili assoluti della contemporaneità: Victoria
Beckhman, Paris Hilton, e via dicendo, quando va bene.
Perché
non reagire? Reagire a cosa? Non reagiamo a noi stesse che sbeffeggiamo
la democrazia, astenendoci dal votare per la fecondazione assistita, la
diagnosi preimpianto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non
reagiamo quando gli intellettuali tessono le lodi dell’irrazionalità,
col risultano che la dicotomia femmina/maschio, donna/uomo (dicotomia
sessista) viene a rafforzarsi nell’immaginario collettivo, con i
maschi/uomini che permangono nell’essere giudicati non solo animali
umani razionali, ma anche attivi e oggettivi, in opposizione a donne che
risultano non solo animali non umani (in quanto oggetti sessuali) ma
anche irrazionali, emotive, passive, soggettive. Non reagiamo di fronte
ai sinonimi di «uomo» e di «donna» che troviamo nella versione 2007 di
Microsoft Office Word. Sinonimi di «uomo»: «essere umano, persona,
individuo, genere umano, il prossimo, umanità, gente, maschio, adulto,
addetto, operaio, tecnico, giocatore, atleta, soldato, militare,
elemento, unità, un tizio, un tale, uno, qualcuno. Sinonimi di «donna»:
«femmina,gentil sesso, bel sesso, sesso debole, signora, signorina,
donna di servizio, domestica, cameriera, collaboratrice familiare, colf,
governante, dama, regina. Manca «escort»: peccato! Il referendum, il
fascino dell’irrazionalità, i sinonimi Microsoft appaiono innocui
rispetto a «culi, fighe, peni, tette» sbattuti ovunque, oltre che in
prima pagina. Apparentemente innocui. Perché se irrazionali, emotive,
passive, soggettive, le donne non riescono a nutrire fiducia nelle
proprie capacità intellettive, ad aspirare, per merito comprovato, non
per «gnoccheria», a posizioni scientifico-culturali di spicco, ove il
corpo non debba venir mercificato.
Per di più, prima di reagire in quanto donne, e non in quanto donne e
uomini consapevoli nonché pensanti, occorre sollevare qualche semplice
domanda: cosa abbiamo in comune noi donne, oltre il sesso d’appartenenza
– sempre che con «sesso» ci si riferisca a qualcosa di univoco?;
l’appartenenza a un sesso e/o a un genere è «naturale», nel senso che,
se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), rimani tale per la tua
intera esistenza? Sostenendo che tutte le donne appartengono al medesimo
sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile non
risultiamo ciechi nei confronti delle tante differenze che sussistono
tra le stesse femmine/ donne e tra gli stessi maschi/uomini, rischiando
di sottolineare e condizionare indebitamente comportamenti e competenze
declinate al «maschile» e al «femminile»? Perché ingabbiare le nostre
individualità, le nostre singole peculiarità? In Italia domina la
cosiddetta filosofia della differenza sessuale, su un piano anche
socio–politico e religioso: le donne sono essenzialmente simili, e da
ciò ne deriva, volente o nolente, che tutte le donne sono (o debbono
essere?), più o meno, dolci, empatiche, sensibili; adatte a compiti di
cura, e non a quelli dirigenziali, intellettuali, militari, politici,
scientifici; umili e deferenti; poco assertive; fisicamente e
psichicamente deboli. E perché non anche necessariamente provocanti, con
una nuova ermeneutica inconsapevole del «questo corpo è mio e me lo
gestisco io», o forse solo un’estrosa interpretazione del «my body is my
own business »? È l’essenzialismo, non solo gli uomini di potere e le
loro escort, a trasmetterci, almeno a livello teorico, la convinzione
che ciò che è virtuoso nel femminile è patologico nel maschile, e
viceversa. È virtuoso l’uomo con le rughe, che si circonda di escort,
mentre è patologica la donna con le rughe che si circonda di escort; è
virtuoso l’uomo duro, patologica la donna dura - fortuna che le realtà
ogni tanto smentiscono le fantasie: per esempio, alla fine le rughe di
Hillary Clinton hanno prevalso su quelle di John McCain, mentre a capo
degli istruttori dell’US Army vi è il sergente maggiore Teresa King.
In
verità, apparteniamo in modo fluido al mondo, in quanto donne e uomini
in carne e ossa; non possiamo esentarci dalle nostre responsabilità
individuali, schermandoci dietro la schematicità delle essenze.
Responsabilità che concernono anche la preferenza sessuale: desideri,
sogni, fantasie, identità, atti, scelte, riconoscimenti privati e
pubblici, non invariabilmente eterosessuali, anzi, nonostante
l’imperante eterosessismo e la crescente irragionevole omofobia. Se il
silenzio deve essere violato, non potrà, in fondo, esserlo che da donne
e uomini, consapevoli e pensanti. La donna non è che pura apparenza, al
pari de l’uomo, uno strumento coercitivo per imporre a singoli individui
determinati comportamenti, legittimare determinate pratiche e
delegittimarne altre. Ruoli culturali, professionali, sessuali e sociali
distinti? Se rispondi in senso negativo, non sei una «vera donna» - o un
«vero uomo»? La disapprovazione contenuta nel «Tu non sei una vera
donna» ci interessa sul serio? Le «vere» donne ormai (escort o madonne,
che siano, nella vecchia classificazione, non affatto desueta) non
risultano, forse, donne solo a causa di desideri sessuali, che
corrispondono a quelli che la donna deve avere, donne che frequentano
certi palazzi e certi uomini? Come reagire? Con una comunicazione,
fisico-verbale, ove non sussiste equivalenza tra sessualità e genialità,
con una corrispondenza in cui si esplora se stessi/e e l’amato/a in
un’eroticità anticonformistica, in cui le donne(almeno alcune)
travalicano, anche da tempo, lo stereotipo logorato dell’oggetto da
assoggettare, consumare. Donne e uomini, consapevoli e pensanti, possono
relazionarsi tra loro da veri e propri individui, rispettarsi, per
evidenziare le molteplici differenze che corrono tra donne, al di là di
quelle insulse omogeneizzazioni che le desiderano comunque silenti. Pur
ricordando che anche il silenzio è una forma di comunicazione, rompiamo
il silenzio, sì, insieme agli uomini pensanti, seguendo la stupenda
mente androgina di Virginia Woolf (chi era costei?) nelle Tre ghinee:
«Ci troviamo qui… per porci delle domande. E sono domande molto
importanti; e abbiamo pochissimo tempo per trovare la risposta. Le
domande che dobbiamo porci… e a cui dobbiamo trovare una risposta in
questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse,
la vita di tutti gli uomini e di tutte le donne, per sempre… È nostro
dovere, ora, continuare a pensare… Pensare, pensare, dobbiamo... Non
dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci
troviamo a vivere?». Difficile accusare Virginia Woolf e la sottoscritta
di bigottaggine; per quanto mi riguarda, sono solo una vecchia signora
posata, di quarantasei anni, che cerca di adempiere al proprio dovere.
Nicla Vassallo
(L’Unità 12 settembre 2009) |
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14.09.09
L’Aquila 4 mesi dopo
Spazio e economia urbana
Arrivando a L’Aquila dall’autostrada la
prima cosa che incontri è la zona industriale con i suoi centri
commerciali rimasti in piedi dopo il sisma. C’è il “Globo”, shopping
mall di abbigliamento sportivo e calzature con sedi in tutta Italia.
Se qui chiedi a qualcuno: “dov’è il Globo” tutti in città sanno a cosa
ti riferisci. Nel parcheggio del centro commerciale c’è uno dei cento
campi della protezione civile che insieme raccolgono ancora oggi 20.000
sfollati aquilani, con le loro tende blu e i loro sebach, come
tutti qua chiamano i bagni chimici.
Altri 20.000 sfollati invece sono alloggiati in alberghi nella costa
abruzzese. I panni stesi dal 4 aprile ci ricordano che in tanti non sono
ancora rientrati in casa, neanche una volta, e anche chi a casa rientra,
spesso non ci dorme e preferisce la tenda o farsi piazzare un container
in giardino. Allo stesso tempo la forma urbana si modifica
profondamente. Con la chiusura delle fabbriche, tra le quali spiccava
l’ITALTEL
sede oggi di due campi, l’economia della città era fortemente incentrata
sull’università: 20.000 studenti fuori sede, che influivano in maniera
significativa su una popolazione di 70.000 residenti. Grazie
all’università la città ha investito molto sulla cultura e sul suo
centro storico anch’esso diventato luogo di consumi culturali. Il centro
ora è completamente chiuso, tutto zona rossa. Dappertutto spuntano case
in legno, prefabbricati che vanno a sostituire gli esercizi commerciali
danneggiati dal sisma, le roulotte e i camper. In questa situazione di
forte precarietà, ecco esplodere l’economia classica di Adam Smith:
domanda e offerta. Da un lato la “mano invisibile” si presenta in tutta
la sua durezza. Basta pensare al costo dell’affitto degli appartamenti
che, dal 6 aprile ad oggi, è più che raddoppiato. D’altro lato le
pubblicità e i cartelli affissi sulle strade sono un buon indicatore di
economie nuove. Ne troviamo uno che pubblicizza un’esposizione di
roulotte, che puoi affittare per comodi venticinque euro al giorno
oppure quelli che pubblicizzano prestiti per ricostruire la casa o
ancora il servizio di trasloco dei mobili. Poi ci sono tanti cartelli di
plastica che, precari come la città, sono legati ai pali della luce,
agli alberi o alla segnaletica stradale. Quasi tutti segnalano
l’apertura di esercizi commerciali, ovvero la riapertura là dov’era una
volta oppure in una nuova sede, sul suolo pubblico in un container,
oppure in casette di legno collocate lungo via della Croce Rossa, fino a
poco tempo fa una via periferica de L’Aquila.
L’aspetto della città è profondamente
modificato, banche, uffici postali e uffici pubblici spostati nei
container, tutto quasi surreale tra la periferia americana e la città
sotto i bombardamenti, un po’ campo profughi e un po’ come una delle
città invisibili di Calvino, “che riceve la sua forma dal deserto a cui
si oppone”.
Gli attori sociali
Nella città de L’Aquila si muovono nuovi
attori sociali. Il primo, il più importante se si osservano le relazioni
di potere, è sicuramente l’intero apparato di governo della crisi,
guidato dalla protezione civile e più precisamente dal DI.Coma.C.
(Dipartimento Comando e Controllo) che ha preso su di sé la titolarità
dell’azione degli enti locali, commissariati dopo il sisma, coordinando
l’azione dei vigili del fuoco, delle forze armate e di polizia. In
secondo luogo gestisce l’amministrazione del territorio, in modo
particolare quella dei campi e degli sfollati. La presenza della
protezione civile è segnalata da cartelli stradali presenti solo qui, di
colore rosso e blu che indicano la presenza di un campo oppure di uno
dei 7 C.O.M (Comando Operativo Misto), le unità amministrative in cui è
stata ripartita l’area colpita dal terremoto. Questo apparato porta con
sé una popolazione urbana fatta di volontari e professionisti
dell’emergenza che collaborano con gli operatori locali.
Parallelamente si assiste alla comparsa di
comitati e movimenti sociali urbani. Emblematico è il caso della rete di
coordinamento 3 e 32, che prende il nome dall’ora del terremoto. Subito
dopo il terremoto un gruppo di giovani ha deciso di non andare nei campi
piazzati dalla protezione civile ma di autogestirsi. Installati nel
Parco dell’Unicef, ora chiamato piazza 3 e 32, hanno aperto uno spazio
sociale con l’aiuto e le donazioni della rete dei centri sociali, dove è
stata costruita una casetta in legno adibita a sala computer per la
connessione ad internet, un’altra casetta è uno spazio di informazione
per le donne chiamato Magnitudo Lady, infine un tendone polifunzionale
che funge da palestra, sala prove, sala convegni. Al 3 e 32 si
organizzano spettacoli, discussioni pubbliche sui problemi della città e
della ricostruzione e si progettano (e si avviano) modalità alternative
di ricostruzione. Da qui è partita la protesta per la mancata
assegnazione delle case sfitte che ha avuto grande risonanza durante il
G8 sotto lo slogan “Yes we camp, but we don’t go
away”. Anche il presidente della Regione Gianni Chiodi (PdL) è
passato qua ad incontrare il gruppo del 3 e 32 e, nonostante le
differenza di posizione, si è trovato ad ammettere che qui sta nascendo
la nuova classe dirigente aquilana.
Il programma del governo per la
ricostruzione, meglio noto come progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici
Sostenibili Ecocompatibili), ha portato in città molte ditte del nord
Italia vincitrici delle gare d’appalto per la realizzazione dei
quartieri dormitorio antisismici che vanno sotto il nome di “New Town”.
Con le ditte sono arrivati anche gli operai dalla Puglia, dal Veneto
dalla Lombardia. La mattina non è strano vedere arrivare e ripartire
pullman carichi di operai che provengono da fuori. Si tratta di una
popolazione che sembra viva in città quasi esclusivamente per gli orari
dei turni di lavoro, dormendo in capannoni appositamente allestiti. Gli
operai lavorano fino a notte con turni eccezionali e non mancano gli
incidenti sul lavoro.
Infine i turisti sismici, coloro che vengono
a visitare la città, a fotografare le case cadute oppure a percorrere
l’unica strada del centro messa in sicurezza, che porta dalla Villa
Comunale a piazza Duomo, visitabile solo di giorno, e presidiata dagli
alpini la notte. “Quello che ci infastidisce del turista sismico - mi
spiega un gruppo di amici aquilani che lavorano come psicologi volontari
nei campi - è che L’Aquila era una città d’arte, con opere considerate
patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ma non aveva turismo. Ora vengono
qua a fotografarla, quando ormai L’Aquila bella non ci sta più”.
Questioni politiche?
Quello che avviene a L’Aquila a 4 mesi dal
terremoto merita qualche considerazione di tipo politico. Nei precedenti
terremoti che hanno colpito il Paese l'azione è stata quella di dare
quasi nell'immediato dei moduli abitativi temporanei in attesa della
ricostruzione. Questa era la richiesta fatta da parte della società
civile aquilana. Invece assistiamo ad un intervento sui generis. Le
persone dopo 4 mesi dal sisma sono perlopiù ospitate in alberghi sulla
costa o nei campi, in attesa della costruzione delle case, o meglio in
attesa della realizzazione del progetto C.A.S.E. fortemente voluto dal
governo e dalla protezione civile. L’idea di poter restituire
immediatamente alle persone un’abitazione evitando i moduli abitativi
temporanei, che chiamiamo container con una nota di stigma negativo, ha
portato alcune conseguenze che vanno tutte a pesare sulle spalle della
popolazione colpita dal sisma. In primo luogo, alloggiate negli alberghi
e nei campi le persone sono state allontanate dai loro contesti di vita
e dalla città. E quei panni ancora stesi alle finestre ci ricordano che
sono in molti a non essere più rientrati nella casa. Quello che rende il
progetto CASE drammaticamente farraginoso è una mancata considerazione.
La città non è la somma degli edifici che la compongono. Non si è tenuto
conto dell’importanza delle relazioni sociali, delle condizioni
materiali dell’esistenza e dell’importanza del coinvolgimento delle
persone nella ricostruzione. Si è scelto invece di istituzionalizzare
quasi la metà della popolazione nei campi recintati, dove vigono spesso
regole ferree su orari di ingresso e uscita, dove non è possibile
cucinare nelle tende ma bisogna mangiare nella mensa. Un’istituzione
dove spoliazione del sé e l’oggettivazione delle persone ricordano da
vicino quello che ci ha insegnato Goffman sulle istituzioni totali.
Questa scelta di controllo sociale forte, probabilmente dettata dal
voler prevenire le situazioni di conflitto sociale che possono scoppiare
a settembre quando i campi dovranno essere chiusi (mentre non è ancora
chiaro chi avrà la casa e chi no), non ha considerato la necessità della
partecipazione, della ri-acquisizione di capacità dei residenti
(lavorative in primis) e della costruzione di un tessuto sociale coeso
che avrebbe contenuto le situazioni di conflitto in modo sicuramente più
efficiente.
Una considerazione conclusiva merita il
rischio sismico e le sue conseguenze sulla popolazione. Secondo la nota
teoria del sociologo tedesco Ulrich Beck nella società del rischio
assistiamo a “rischi democratici” che colpiscono indipendentemente,
dallo status o dalla classe sociale. Alla luce di quello che avviene a
L’Aquila negli ultimi mesi c’è da domandarsi se le conseguenze del
terremoto (che ha colpito tutti indifferentemente), non andranno invece
a riversarsi sulle fasce più deboli della popolazione, su quelle con
meno strumenti per affrontare la situazione come i pensionati e i
disoccupati aquilani. Bisognerà attendere i prossimi mesi per avere un
responso a questo quesito, nella speranza che gli errori fatti non
rechino fin da ora una risposta quasi scontata.
Daniele Pulino
AGOSTO 2009
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13.07.09
Il first-man della terra.
Tutti conoscono Michelle Obama, Carla Bruni,
Sarah Brown, Veronica Lario (ormai ex first-lady) ma nessuno conosce il
first-man della Cancelliera tedesca. Nell’Italia gossipara la cosa non
poteva passare inosservata, ma dietro questa vicenda potrebbe celarsi
una qualche discriminazione di genere, magari indiretta o alla rovescia?
Il “G8 rosa” doveva forse prevedere la prima quota azzurra per Herr
Merkel?
Joachim Sauer, famoso scienziato,
sessantenne accademico, “sconosciuto” marito di Angela Merkel, alla fine
ha rinunciato all’udienza privata con Papa Ratzinger, in compagnia delle
due più famose ministre della Repubblica (on.li Carfagna e Gelmini), ai
pranzi di Stato riservati alle first-ladies, perdendosi anche la foto di
rito.
Ha accompagnato in Italia per il G8
dell’Aquila la moglie Angela Merkel, ma non ha partecipato alla visita
ai Musei Capitolini, alla colazione in Campidoglio con la padrona di
casa Isabella Rauti, signora Alemanno, al tea del Quirinale offerto
dalla signora Clio Napolitano, ma soprattutto non ha sfruttato
l’occasione per fare shopping nel centro di Roma, con i personal shopper
schierati dall’organizzazione dell’evento; tutti appuntamenti in qualche
modo al femminile, organizzati dalle mogli dei personaggi politici o
dalle stesse donne della politica.
Simpaticamente, da una parte, rivendichiamo
il diritto del professor Sauer a essere coinvolto agli eventi proposti
in modo paritario con le colleghe first-ladies o almeno partecipare ad
appuntamenti che possano ugualmente divertire e intrattenere gli uomini
compagni o mariti delle donne politiche. Dall’altra, denunciamo ancora
una visione della politica maschilista che non corrisponde alla timida
evoluzione politica che oggi vede al vertice di alcuni Paesi Capi di
Stato donne.
C’è da augurarsi che nell’agenda del
prossimo G8, organizzato da una Presidente del Consiglio italiana,
magari a L’Aquila ricostruita, si metta all’ordine del giorno la “festa
dei mariti e compagni” delle Capo di Stato, da discutersi tra un serio
impegno per la pace nel mondo e un rilancio della tutela ambientale.
Alberto Valenti |
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18.05.09
Spesso
si dice che in Sardegna si capovolge l’assetto della geografia economica
mondiale. Difatti, se solitamente le zone che stanno nel Nord del Mondo,
nel Settentrione del Paese, sono di gran lunga più sviluppate, la
Sardegna registra un rovesciamento della ricchezza tra il “capo di
sopra” e quello “di sotto”. Con tutta l’imprecisione di una
generalizzazione di questo tipo, anche perché anche la nostra Isola ha
il suo Nord-est (Olbia), si può comunque affermare che la Sardegna in
generale vive un momento molto difficile e non solamente per la crisi
che colpisce l’intera economia mondiale ma anche per una “povertà”
istituzionale e strutturale che risulta essere tutta locale.
Si
registra, infatti, un’incapacità di scelta che viene da lontano per cui
chi ora autorevolmente utilizza espressioni del tipo “Svegliati
Nord-Sardegna”, avendo governato in questi ultimi cinquant’anni,
dovrebbe quantomeno porsi il quesito “ma dove ho sbagliato?”, visto che
il presente e il futuro vanno letti come il risultato di un’operazione
di somma algebrica delle cose fatte fino a oggi. John Kenneth Galbrait
sosteneva che in economia (e in politica), come nella vita gli effetti
delle scelte operate nel passato le viviamo nel presente, perciò quelle
del futuro derivano in gran misura da quelle che riusciamo a prendere
nel presente.
E
diciamocelo, il nostro presente è un quadro a tinte fosche che prelude a
un futuro ancora peggiore.
Facendo una rapida ricognizione della situazione ci accorgiamo che il
sistema sardo è sempre stato in equilibrio precario: togliere qualcosa
nella struttura significa perdere sempre più, se poi si toglie
contemporaneamente in più parti la situazione precipita. A oggi sembra
che la situazione sia già precipitata, senza peraltro che le Istituzioni
abbiano rischiato alcunché per evitare che venisse decretata l’ora del
decesso.
E
però, siamo proprio sicuri che questo decesso sia ineluttabile?
È di
pochi giorni la notizia della prossima apertura della multinazionale
dell’arredamento (auto componibile e standardizzato) IKEA nella zona
industriale di Truncu reale. L’insediamento di una realtà commerciale
così imponente ha, evidentemente, una pluralità di significati. Il primo
ci pare positivo perché si propone come elemento di controtendenza: in
un territorio dove si smantella e si va via, c’è un colosso
internazionale che arriva e che, senza ombra di dubbio, ha fatto le
proprie valutazioni economiche e investe in questa parte dell’Isola.
È
possibile che solamente l’IKEA, con la situazione di crisi che
imperversa, individui elementi sufficienti per compiere un tale
investimento e ne colga l’opportunità di un proficuo futuro? E ancora, è
possibile che non ci siano imprenditori sardi capaci e lungimiranti che
abbiano una forte capacità di rischio perché sorretti da una visione del
futuro? E le nostre istituzioni che ruolo hanno in questa
sollecitazione?
Ad
esempio, in merito alla notizia dell’IKEA, ci sembra difficile credere
che ancora oggi le amministrazioni locali non facciano leva su
normalissime misure di controllo e tutela della situazione locale
dell’occupazione e di protezione sociale. È vero che si creeranno dai
400 ai 600 posti di lavoro, vitali quanto l’acqua nel deserto, ma non si
pongono, per esempio, dei paletti fondamentali circa l’assunzione di
determinate categorie di lavoratori, in prevalenza di donne, di
assunzione di impegni per il rispetto delle normative in materia di
maternità, di regole di prossimità alla residenza e di tutto quello che
invece le altre amministrazioni locali dei Paesi europei esigono dalle
multinazionali del commercio (un esempio molto attuale, l’imposizione
delle Comunità autonome spagnole che hanno imposto a El Corte Inglés
l’adozione di alcune misure ulteriori di protezione sociale e che la
Società ha recepito sia come risultato di un accordo che come campagna
di promozione e d’immagine per l’adesione a buone pratiche di
Responsabilità Sociale d’Impresa).
In
conclusione, la debolezza principale della Sardegna continua ad apparire
più politica che economica, o meglio, sono i soggetti che governano gli
esseri umani e le cose a dover in primo luogo avere un’idea del futuro,
e poi, in un contesto chiaro di regole, quelli economici devono
assolvere alla loro parte.
Centro Studi Urbani dell’Università di Sassari |
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13.05.2009
Sulla proposta della facoltà di
Giurisprudenza di conferire una Laurea honoris causa al colonnello
Gheddafi sentiamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro dissenso e
invitare a esprimersi in merito i colleghi di tutte le facoltà e in
primis i candidati alla carica di Rettore. E’ infatti l’Ateneo nel suo
complesso che conferisce una laurea honoris causa, ed è quindi su
ciascuno di noi – e non solo sui proponenti - che ricade la
responsabilità del messaggio culturale e politico che ogni laurea ad
honorem veicola e che viene amplificato dalla notorietà delle persone a
cui si attribuisce.
Non è in dubbio, per quanto ci
riguarda, il valore di proseguire, rafforzare, allargare il dialogo con
il mondo islamico, e in particolare con i popoli e le culture con cui
condividiamo il Mediterraneo. Diciamo però ai colleghi di
Giurisprudenza, che portano il contributo a questo dialogo come
motivazione della laurea al colonnello Gheddafi, che non è questa la
strada giusta. I colleghi certamente non ignorano le violazioni del
diritto internazionale che hanno caratterizzato a lungo la politica
estera del leader libico, e oggi vedono come noi le violazioni ai
diritti umani delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e fame, e ai
diritti dei detenuti politici e non, giusto per fare qualche esempio.
Certo, il dialogo si fa ed è utile soprattutto con chi non la pensa come
te, con chi si muove in altre direzioni. Ma una politica del dialogo
deve saper usare modi e sedi appropriate ai diversi attori, altrimenti
possono prodursi mistificazioni avvilenti o esiti paradossali, ed è
questo, secondo noi, il rischio che correrebbe l’università di Sassari
laureando in Giurisprudenza un uomo che usa la legge e governa come il
colonnello Gheddafi fa da decenni.
Luigi Bua
Antonio Fadda
Maria Grazia Giannichedda
Antonietta Mazzette
Camillo Tidore
Patrizia Patrizi |
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21.04.09
Una questione di bandiera
Qualche giorno fa, curiosando, come abitualmente faccio, nel sito della
Regione Sardegna, ho notato un particolare che forse ai molti sarà
sfuggito, anche perché, apparentemente, non rappresenta nulla di che, o
almeno nulla su cui valga la pena di spendere qualche riflessione.
A
me invece ha colpito molto e ci ho costruito sopra molto di più che
qualche riflessione.
Mi
riferisco al “nuovo” logo della Regione che domina la home page, tutte
le pagine del sito, le circolari e le carte intestate dell’ente
regionale. Ed è il logo che ritroviamo ovunque, quello che rappresenta
la nostra regione anche nelle semplici brochure, nelle locandine degli
eventi culturali nostrani, nei comunicati stampa istituzionali, etc. Da
qualche giorno, infatti, la semplice bandierina “soriana” (di Soru, si
dice così?) è stata sostituita dal logo classico della Sardegna, quello
istituito nel 1952, ossia il gonfalone ovale nel quale la bandiera dei
quattro mori è incastonata in una cornice dall’aspetto rococò.
Grandi parole e litri d’inchiostro sono stati versati da autorevoli
sociologi, antropologi, filosofi sull’importanza dei simboli e sul loro
significato. Lungi dal volerli accademicamente citare – ma ai quali
rimando – l’idea guida delle teorie sulla simbologia è che un semplice e
piccolo logo (o disegno, o scarabocchio, o monile, o statuetta) sia in
grado di rappresentare una comunità e i suoi ideali, i suoi valori, la
sua storia, ma è anche la luce che rischiara la strada sugli scenari
futuri, un faro sempre acceso che ricorda a tutti i componenti di quella
data comunità quale sia la loro identità. Questo avviene per la croce,
nella quale il cristiano che vive ad Osidda vi legge un valore, un
ricordo e una prospettiva che lo accomunano e lo avvicinano al cristiano
che vive a Caracas. Avviene per la falce e il martello, nei quali
l’impiegato di fede politica comunista della bassa ferrarese vi si
identifica tanto quanto il poeta maledetto di San Pietroburgo. Questi
esempi ci indicano, quindi, quale sia la forza suggestiva del simbolo,
che è capace non solo di avvicinare persone spazialmente distanti in
virtù della sua universalità, ma anche di rappresentare graficamente
l’idea, il concetto, la filosofia, la storia, la cultura di un luogo,
una religione, un movimento politico, un’azienda. In una parola, è la
rappresentazione grafica di una identità.
E
“identità” è un termine che in Sardegna ha sempre assunto connotati di
delicatezza, una questione a sé, accomunabile a poche altre simili
realtà nel mondo, un capitolo sempre aperto che, però, nessuno si prende
mai la briga di concludere.
Lo
stemma dei quattro mori, nei quadranti della croce rossa di San Giorgio
su campo bianco è il simbolo identitario della Sardegna: lo conosciamo
tutti, e tutti lo conoscono nel mondo; forse non tutti nel mondo sanno
cosa rappresenti, ma i sardi lo sanno. Nel corso dei secoli, poi, questo
simbolo ha assunto diverse forme, pur restando inalterato nel suo
significato: durante il regno sardo-piemontese, solo per citare la
storia recente, aveva attorno a sé tutto un ghirigori barocco dorato
(efficace trasposizione grafica della situazione storico-politica).
Qualche anno fa, l’ex presidente Soru decise di modificarlo. Via i
fronzoli rococò: lo stemma era, da qualche tempo a questa parte, una
semplice bandierina rettangolare, con i quattro mori, la croce e il
campo bianco, semplificato nel suo impatto visivo, senza più i rimasugli
di un passato magniloquente – ma solo sulla carta – ormai divenuto
anacronistico. Soru spiegò il gesto sostenendo che l’assenza del citato
gonfalone rococò stava a simboleggiare “un segno importante del
cambiamento in atto all’interno della amministrazione […] una Regione
aperta e trasparente, che comunica con semplicità e chiarezza”,
accompagnando a questi enunciati un paper dal titolo “Linee guida
sull’identità visiva istituzionale”, pubblicato sul sito internet. È per
volere di Soru, altresì, che tale sito sia esteticamente bello,
funzionale, ricco di immagini e di materiale scaricabile, che ha
ottenuto il riconoscimento per essere il sito più chiaro e interessante
di tutte le amministrazioni regionali italiane. E la scelta del sito,
esattamente come la scelta del simbolo senza gonfalone di sabaude
memorie, non era solo una strategia di marketing o di comunicazione.
L’ex presidente, infatti, conosceva bene l’importanza dei simboli e
tutte le opportunità che la modifica grafica di uno stemma poteva
offrire, a partire dalla risistemazione quasi gerarchica delle materie
in seno ad esso. Chiunque abbia visitato con attenzione il sito
istituzionale si sarà accorto del peso che vi assume il tema della
cultura popolare, dell’istruzione, della ricerca scientifica,
dell’ambiente e del territorio. Con quel sito (e quel logo semplificato)
Soru si era posto l’obiettivo di proporre una nuova idea di Sardegna, da
mostrare al mondo grazie ai miracoli di internet, e quindi una nuova
declinazione dell’identità sarda. Cultura, ricerca e ambiente erano
peraltro i cavalli di battaglia del programma politico del governo Soru,
tutte cose che in sessant’anni di autonomia erano inevitabilmente
restate in secondo piano perché, apparentemente, non redditizie: ma non
voglio assolutamente usare questa sede per esprimere apprezzamenti o
critiche al suo operato, né a quello degli illustri ex presidenti.
Dieci anni fa, Salvatore Mannuzzu scrisse uno dei saggi più ben riusciti
sulla storia sociale della Sardegna contemporanea, Finis Sardiniae (o
la patria possibile): venti pagine di fulminante verità, dosata
nelle suggestioni evocative che solo una penna di razza sa produrre.
Ringrazio la professoressa Maria Grazia Giannichedda per avermelo
suggerito nella lettura e, di rimando, lo consiglio a chi non l’abbia
ancora letto.
Mannuzzu, in poche parole, interrogandosi sul problema dell’identità
sarda (e correlando il tema a tutto il resto: sviluppo economico,
progresso sociale e culturale, industrializzazione, etc.), arriva a
concludere che in Sardegna vi sia “un’esasperazione del chi siamo?”,
e che l’identità sia l’ultima roccaforte ectoplasmatica nella quale
ripararsi proprio perché ci rendiamo inesorabilmente conto che
quell’identità sarda sta venendo meno. Continuiamo tranquillamente ad
associare l’identità sarda alla sua identità criminale – dalla quale
deriva tutto un sistema e un certo tipo di capitale sociale –, e
facciamo in modo che questa idea si tramandi nel tempo, giustificandola
nella sua millantata “simbolicità”, ma non siamo ancora riusciti a
salvaguardare ciò che, invece, costituisce la nostra identità genuina,
delle piccole cose: e Mannuzzu è formidabile nell’individuare in questo
le mele Appiu e le Miali, il maiale sardo, quello vero, le lattughe
grandi e bianche “cumenti criadduri”, i canti a tenore, il nostro
paesaggio. Se i maiali, con le mele Appiu e Miali nel grugno e le
lattughe di contorno, li abbiamo fatti scappare dai nostri recinti tempo
addietro – suvvia, le cene sarde che fanno al Cala di Volpe non sono a
base di porceddu sardo, anche perché porceddu è un neologismo milanese –
siamo però ancora in tempo per salvare il nostro inestimabile patrimonio
culturale, prima che marcisca al ritmo del fruscìo delle audiocassette
che troviamo sulle bancarelle della Cavalcata sarda o a Sant’Efisio,
così come c’è ancora tempo per tutelare il nostro martoriato paesaggio.
Pochi, infatti, nel corso della storia regionale, avevano osato produrre
un ragionamento realistico e razionale circa la tutela dell’identità
culturale. In quel sito, di cui parlavamo poc’anzi, ci sono invece i
primi timidi tentativi di digitalizzare la nostra cultura (con
interessanti archivi fotografici e multimediali), insieme ovviamente a
tutti i regolamenti sul Piano paesaggistico regionale. Non so se Soru
avesse letto Mannuzzu, ma nell’operato del primo non posso fare a meno
di leggervi le parole del secondo: “ […] quelle nostre cose non cambiano
se non le cambiamo noi. Dunque se insieme non cambiamo noi: è solo
questa la possibile conciliazione col moderno. Se non cambiamo noi
spendendo quanto chiamiamo identità – con una parola che diventa brutta,
retorica, egoistica, perfino reazionaria. Se non investiamo questa
identità, senza perderla, in un divenire di solidarietà generale, di
presenza nel mondo e nella storia – di presenza che sia anzitutto
intelligenza”. Ed è così che vi leggo l’attenzione di Soru nei riguardi
della cultura e del suo sogno di far diventare la Sardegna un polo di
ricerca scientifica all’avanguardia, il suo recupero della tradizione,
quella sana, l’imprescindibile rilievo dell’ambiente come cornice di
tutto ciò.
E
mi auguro che il nuovo ed acclamato presidente Cappellacci voglia
continuare nell’impresa. Ma cosa vuole comunicarci, invece,
ripristinando lo stemma della regione che risaliva al 1952? Una pura
scelta stilistica o una scelta identitaria? Non so, sinceramente quanti
sentano la mancanza della Sardegna ’50-style, dei sequestri di persona,
della miseria che generava ignoranza che generava stagnazione economica,
sociale e culturale.
Forse le uniche cose che ci mancano del 1952 sono, appunto, il maiale
sardo, le mele Appiu e le Miali. Ma non credo che quelle cose possano
mai ritornare. Possono, invece, tornare tranquillamente e
pericolosamente sulla scena una errata e fallimentare idea di sviluppo,
l’ignoranza delle masse, la speculazione edilizia, il deturpamento
dell’ambiente.
Il
tutto contornato da un gonfalone rococò, si intende.
Federico Zappino
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31.03.09
La ranita de la suerte
Simbolo “ironico” della città, ma soprattutto
dell’Università di Salamanca, la rana della fortuna è nascosta nel
bassorilievo della facciata dell’edificio storico dell’Università più
antica di Spagna. Si dice della rana che … quien
la encuentra le trae suerte, ma è veramente
difficile trovarla!!! Io l’ho vista, grazie a un turista giapponese che
me l’ha indicata. Secondo la tradizione, per avere buona fortuna avrei
dovuto individuarla da solo, anche se credo molto di più a quel tipo di
fortuna che scaturisce dal cogliere le opportunità che la vita offre.
Infatti, credo moltissimo nell’esperienza che sto compiendo in Spagna.

(Sede dell’Università)
Mi trovo a Salamanca per un periodo di ricerca e studio
presso la Facultad de Derecho; ho scelto questa città quasi per caso,
quando il mio tutor ha invitato per un ciclo di lezioni al nostro
dottorato un suo collega spagnolo che proveniva proprio dall’Università
di Salamanca. Così abbiamo pensato fosse un’opportunità studiare un
progetto di ricerca che includesse un periodo di lavoro all’estero
appunto in Spagna, a Salamanca.
Dalla seconda metà di febbraio vivo in questa città
splendida, a dimensione di studente che dell’Università ha colto lo
spirito originario di universalità del sapere e della quale,
contemporaneamente, ne ha fatto la principale risorsa economica.
Mi piace descrivere i luoghi con quello che sento dentro
e posso definire Salamanca con una parola: “dorata”, sia per il colore
tipico della pietra che riveste gli edifici di questa città e che
all’imbrunire brilla, sia perché così la definisce (..dorada
Salamanca mia..) Miguel de Unamuno, personalità della cultura
internazionale, filosofo, poeta e rettore della stessa Università che
più di altri ne ha vissuto le vicende e le emozioni.

(Facultad de Derecho)
Mentre ci si addentra nelle vie che portano al centro, ci
si rende conto di essere in un vero e proprio splendore architettonico:
ogni facciata, ogni portale, chiostro o angolo di strada merita di
essere ammirato in tutti i suoi dettagli. A un certo punto ci si ritrova
in Plaza Mayor, il cuore pulsante della città, un vero punto di incontro
di residenti, studenti e turisti che ne sono i protagonisti. La cosa che
più colpisce è la naturale integrazione tra i momenti di vita quotidiana
dei salmantini con le abitudini degli studenti universitari e dei
numerosi turisti che passano per la città.
Una combinazione nella quale difficilmente si avvertono
corpi estranei: si passa dagli studenti che girano con i libri e l’I.pod
diretti verso le aule delle facoltà, gli abitanti in giro per le
commissioni o per lavoro o gli anziani che eseguono esercizi di
ginnastica dolce all’aperto in mezzo alle truppe di turisti con il naso
all’insù.
Una città vissuta che la sera concede momenti di
socializzazione, divertimento e locali ma anche spazi ideali per una
passeggiata o per una manifestazione culturale.
Vedere i luoghi più preziosi della città fruibili dagli
studenti per le loro attività didattiche, dagli abitanti per le spese
quotidiane o per le attività di lavoro giornaliero mi ha fatto pensare a
quanto le nostre città sono chiuse ai loro “cittadini”.

(Plaza Mayor)
Alberto Valenti |
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23.03.09
Le elezioni da sempre rappresentano una causa scatenante
di cambiamento e di fermento all’interno di una società. Così è successo
in occasione delle recentissime elezioni regionali sarde, con una
campagna elettorale molto intensa e coinvolgente, da entrambe le parti.
“La Sardegna al bivio” (Edizioni dell’Asino), raccolta di
saggi di alcuni degli intellettuali più conosciuti ed amati del panorama
isolano attuale, curata dal giornalista Costantino Cossu, è uno spaccato
della nostra terra com’è oggi, quando, qualche mese fa, si è trovata ad
un bivio della sua e della storia della Penisola.
La Sardegna è in bilico tra modernità e tradizione, tra
globalizzazione e nazionalismo, tra passato e futuro. La Libreria
Internazionale Koiné, in collaborazione con la Facoltà di Scienze
Politiche, vuol far conoscere al grande pubblico questo interessante
libro, e ha messo a punto un incontro, coordinato da Giacomo Mameli, con
Costantino Cossu il prossimo mercoledì 25 marzo, alle ore 18,30
nell’Aula Rossa della Facoltà di Scienze Politiche, al Quadrilatero
(viale Mancini). Insieme al curatore, interverranno alcuni degli
autori dei saggi: Salvatore Mannuzzu, Manlio Brigaglia, Sandro Roggio,
Antonietta Mazzette, Andrea Massidda, Simonetta Sanna. |
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05.03.2009
La memoria crollata di Colonia
«Perché gli edifici cadono?»,
si chiedeva Mario Salvatori – noto ingegnere italiano che lavora a New
York – nel suo libro del 1997.
E se a porsi questo
importante quesito è un ingegnere che conosce e pratica le leggi delle
strutture quotidianamente, a maggior ragione dovrebbe chiederselo chi,
di nozioni strutturali è digiuno. Chi non sa nulla di scienza delle
costruzioni ma che comunque ogni giorno vive e frequenta questi piani
di materiali, formule statiche, pareti, travi
e pilastri, che sono legati da strette relazioni di equilibrio,
intrecciate in modo apparentemente inspiegabile, ma che per qualche
misteriosa “magia” reggono al proprio dovere.
A volte qualcosa non
funziona come dovrebbe. Un palazzo che per tanti anni ha ospitato
persone, libri, documenti, un edificio che impassibilmente, per molto
tempo ha osservato orgoglioso la propria città dalla sua specifica
collocazione, improvvisamente sembra stancarsi e cedere sotto il proprio
peso.
A Colonia il 3 marzo
scorso è successo proprio questo. L’edificio che ha ospitato l’archivio
storico della città per quarant’anni, improvvisamente ha ceduto.
Ha abbandonato il suo
compito.
Si è spento su se
stesso in una gran nuvola di polvere.
Ha chiuso per sempre i
battenti, non solo su se stesso ma su tutta la storia e la memoria della
città.
Le perdite umane,
riportate dai quotidiani di tutta Europa, sembrano essere di un certo
rilievo: si parla di tre feriti e nove persone attualmente ancora
disperse.
E se il costo umano è
alto, quanto può essere stimato invece, il prezzo della perdita della
propria memoria?
Sicuramente potrà
essere corretta la valutazione in cifre tonde, proposta dal responsabile
dell’Assessorato alla Cultura di Colonia, che afferma che i documenti
danneggiati - che testimoniano circa 1000 anni di storia - hanno un
valore di 400 milioni di euro.
Questa perdita
culturale può davvero essere risarcita dal denaro? È davvero possibile
pensare che oggi tutto è acquistabile e consumabile, e dunque che, persa
una memoria se ne può ricreare un’altra, magari artificiale?
Al momento non sono
note le ragioni del crollo. Questo è quanto sostengono i funzionari
incaricati delle analisi del disastro. Ma ben altre parole stanno
circolando attorno ai detriti: tutto ciò poteva essere evitato, perché
qualche anno fa i lavori di scavo per la metropolitana di Colonia hanno
fatto presagire quanto è accaduto oggi.
Si cerca il colpevole,
forse si troverà o forse no. Ma anche questo non risarcisce la perdita
della memoria storica di un luogo e della sua cultura.
Forse non occorre
domandarsi perché un edificio è crollato a cose fatte, ma piuttosto
sarebbe più utile interrogarsi costantemente sul valore, sul
funzionamento e sulla potenza fisica che occorre riconoscere agli
elementi che costituiscono le nostre città.
Se si è in grado di comprendere “perché
gli edifici cadono”, allora dovremmo anche essere capaci di valutare i
rischi che l’agire materiale sulla città può comportare in tal senso, e
cominciare anche a chiederci “Perché gli edifici stanno in piedi?”.
Roberta Prampolini
Dottoranda
in Scienze della Governance e dei Sistemi Complessi
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13.02.09
La violenza sulle donne del
presidente Berlusconi
Ha detto una cosa giusta e
importante Berlusconi l’altro ieri a Sassari quando, richiesto di
commentare gli stupri recenti, ha affermato che “anche in uno stato il
più militarizzato e poliziesco possibile, una cosa del genere può sempre
capitare”. Certo, sarebbe stato più onesto, da parte sua, esprimersi
così anche sui fatti analoghi che hanno segnato la campagna elettorale
per le politiche, e poteva farlo: i dati sulle violenze contro le donne
sono noti da tempo, ed evidenziano in modo inequivocabile che più che lo
sconosciuto in un angolo buio noi donne dovremmo temere il marito
possessivo, l’ex fidanzato, l’amante respinto, l’amico occasionale che
vuole di più di quello che sei disposta a dare pur nell’euforia di una
notte di Capodanno. E dunque, se le violenze, inclusi gli stupri e la
morte, arrivano alle donne, nella stragrande maggioranza dei casi, da
uomini che fanno parte della loro normalità di vita, come si può pensare
di inscrivere questo problema nella cornice della sicurezza e
affrontarlo con soldati e poliziotti? Berlusconi ha ragione, e
francamente avrei voluto sentire argomenti di questo genere anche da
parte di Veltroni e di altri leader democratici, che invece hanno
riproposto, anche in questi giorni, il mito di una sicurezza che lo
Stato potrebbe garantire alle donne tramite repressione e controllo,
magari impiegando mezzi improbabili quali il “braccialetto anti stupro”,
una sorta di antifurto che Rutelli propose lo scorso aprile, in piena
campagna elettorale, in occasione dello stupro di una studentessa a
Roma.
Berlusconi conosce il problema della
violenza contro le donne meglio dei suoi avversari politici e vuole
discostarsi dalla sua maggioranza? Le cose purtroppo non stanno così, e
lo dimostra la sua successiva notazione sull’impossibilità di mettere un
soldato a guardia di ogni bella donna. Una “innocente galanteria” che
tradisce, in realtà, una lettura dello stupro sbagliata e fuorviante,
che al fondo lo giustifica o perlomeno lo minimizza. Lo stupro sarebbe
l’esito di un desiderio soverchiante, di bellezze provocatrici, di
ormoni tracimanti e siffatte cose. Una lettura non nuova, che anzi è
stata a lungo prevalente ma che sembrava finita in soffitta, grazie alle
lotte delle donne e anche a un patrimonio di ricerche che evidenziano
come lo stupro abbia ben poco a che fare con l’eros, e nasca piuttosto
da un’antica, antichissima ideologia sul corpo della donna, che non è
quella donna ma è un oggetto che lei si porta appresso, al pari del
portafoglio o di un gioiello. Se l’oggetto non è ben custodito, o se
l’uomo è superiore fisicamente, o se si è organizzato per esserlo, ecco
che questo corpo-oggetto può essere posseduto da altri anche se lei non
vuole, anche senza cercare il suo consenso. Questa cultura ha radici
profonde, anche giuridiche: sino a ieri lo stupro era un delitto contro
la morale e non contro la persona, la “vis grata puellis” ( lei dice di
no perché vuole essere costretta ) è stata a lungo un’attenuante
riconosciuta, mentre una sentenza recente argomentava che il jeans
attillato forse provocava e certo indicava che lei aveva contribuito a
sfilarlo. Mettere lo stupro insieme con la bellezza di donne impossibili
da custodire, significa essere conniventi con questa cultura
dell’oggettivazione che fonda la violenza, e significa al fondo
giustificarla, per di più rappresentando gli uomini come dei minus
habens determinati dai propri ormoni. Berlusconi ha così svelato che,
dietro quella sua uscita felice, c’era in realtà la solita paccottiglia
misogina. Ma il valore della prima parte della sua argomentazione resta,
e va ripresa con chiarezza e con forza: inscrivere il problema della
violenza contro le donne nella generica ( e per molti versi assai
discutibile) cornice della sicurezza è un grave errore, che va contro
tutte le evidenze di scienza ed esperienza. La violenza contro le donne
accomuna, nei fatti, uomini assai diversi per colore della pelle,
religione, cultura, condizioni economiche e abitudini di vita: questo è
il problema sociale che siamo chiamati a capire e su cui dobbiamo
intervenire. Amplificare le ( poche) violenze di cui sono responsabili
i maschi “alieni” e sottacere le ( molte ) violenze inflitte dai
“nostri” significa contribuire a una costruzione sociale del problema
che è sbagliata e che impedisce di capirlo e di affrontarlo.
Cosa si può fare allora? Politica e
informazione devono guardare dalla parte giusta, innanzi tutto. Devono
guardare alla vita quotidiana di milioni di donne che, anche nel nostro
paese, stanno trasformando la loro vita, studiando anche più degli
uomini, assumendosi responsabilità pubbliche nonostante resistenze e
ostacoli pesanti, cercando di costruire relazioni di coppia e di
famiglia che vadano oltre la logica del possesso e della subordinazione.
Questi ricchi e difficili processi di trasformazione sono ovviamente
costosi per gli individui, donne e uomini. Ma le donne pagano spesso i
prezzi più alti, e a volte pagano con la vita. In questi processi di
trasformazione delle forme di vita vanno cercati i nessi con la violenza
contro le donne, che oggi appare più evidente di prima. Fingere che essa
sia riducibile a quella degli immigrati significa impedirsi di capire e
di agire. I nuovi arrivati non sono più colpevoli verso le donne degli
uomini “nostri”, e i più poveri e disperati non sono più pericolosi
degli integrati: i dati lo dicono con una chiarezza tale da non
richiedere, alla politica e all’informazione, un coraggio leonino per
ribadirli. Le lampadine nelle strade di periferia servono certo a
migliorare la vita, e servono più dei soldati, come ha detto l’altro
giorno al telegiornale una signora di Primavalle, il quartiere romano di
uno degli ultimi stupri. Servono anche interventi sociali intelligenti
che aprano i ghetti e controllino il loro riformarsi. Ma deve essere
comunicato in modo chiaro – da chi fa politica, da chi insegna, da chi
lavora nell’informazione ecc.- che povertà, cultura altra, disperazione
non sono cause né scusanti della violenza contro le donne. Questo
problema ci riguarda tutti e dobbiamo tutti, vecchi e nuovi abitanti di
questo paese, precari e garantiti, fare insieme una grande battaglia
culturale e politica per combatterla.
Maria Grazia
Giannichedda |
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02.02.09
GUARDATE BENE, SARDI, GUARDATE BENE
DURUDURU
(TIRITERA) ELETTORALE
di Bruno
Tognolini
Noi siamo piccoli, noi siamo
sardi
Piccoli uomini che fanno
lunghi sguardi
Passano i secoli, con piccoli
passi
Noi siamo piccoli però non
siamo bassi
Non siamo bassi perché in
cuore siamo scalzi
Non ci mettiamo né tacchi né
rialzi
Noi stiamo zitti
Guardiamo il mare
Secoli fitti che si vedono
arrivare
Arrivano dal mare i soliti
Baroni
Arrivano dal mare i Presidenti
ed i Padroni
I sardi sono piccoli
I grandi sono fessi
I nomi son diversi ma i Baroni
son gli stessi
Arriva da lontano, per dirci
chi votare
È un Barone
Non si riesce a moderare
I sardi sono arcaici
Con sopracciglia folte
Per farcelo capire lui ritorna
nove volte
Cannoni di sorrisi
Granate di parole…
Se siamo piccoli, però, perché
ci vuole?
Se siamo piccoli, però, di che
ha paura?
Ha paura
Del mulo pelle scura
Ha paura
Dell’asino nascosto
Del cuore di quest’isola che
sta in un altro posto
Di qualche spaccatura
Che sta nascendo altrove
Di qualche mulo che si sveglia
e che si muove
Di qualche cosa che lo faccia
moderare
Gli sappia fare guerra
Lo metta a piede in terra
Qualcosa che è lontana, che a
Roma non si sente
Però quest’isola
È un altro continente…
Noi siamo piccoli
Col pepe nelle vene
Noi siamo piccoli però
guardiamo bene
Andiamo a votare
Da chi farci comandare
Però c’è un modo strano di
rispondere ai comandi
Noi siamo piccoli
Ma abbiamo gli occhi grandi
Guardate bene, sardi
Io guardo e miro
Guardate bene, sardi
Io guardo e spero
Se si può fare
Un presidente nero
Si può fare anche un
presidente vero |
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24.01.2009
La Sardegna e la sfida della presa in carico
Il Piano regionale dei Servizi Sanitari 2006-2009 della
regione Sardegna, approvato nel gennaio 2007, ha incluso la "Salute
Mentale" tra i 5 obiettivi prioritari di salute. Si tratta di una scelta
significativa per due ordini di ragioni. In primo luogo perché la legge
di riforma del settore che ha stabilito la chiusura degli Ospedali
Psichiatrici la L. 180 del 1978, è sostanzialmente una legge-quadro che
riconosce alle Regioni ampia autonomia nella pianificazione, gestione e
amministrazione dei servizi. In secondo luogo per i cambiamenti che
hanno attraversato la Sanità in questi ultimi anni portando ad una vera
è propria regionalizzazione della politica sanitaria stessa, che
rappresenta un’importante voce di bilancio delle regioni. Dunque la
regione è una sede di governo fondamentale per attuare la realizzazione
di innovazioni nei servizi, valutare la capacità di una politica
pubblica nel ridurre le fratture sociali, in quel campo complesso, tra
sociale e sanitario, rappresentato dalle istituzioni di cura e
assistenza della “malattia mentale”. Ma a queste ragioni occorre forse
aggiungerne una terza. Il processo di pianificazione della regione
inizia nel 2005 proprio quando, nel febbraio dello stesso anno, 52
ministri dell’area europea dell’OMS firmavano ad Helsinky una
dichiarazione e un successivo piano d’azione in cui, oltre ad “assumersi
la responsabilità di sostenere i diritti umani delle persone malate di
mente”, si propongono di dare luogo a politiche pubbliche che pongano i
servizi comunitari nei luoghi di vita delle persone, ovvero servizi
aperti 24 ore 7 giorni alla settimana.
Il piano, tra le altre cose, prevede appunto l’individuazione del Centro
di Salute Mentale (CSM) come struttura che, in un dato territorio,
coordina tutte le attività di prevenzione, cura e riabilitazione e
l’individuazione di 3 aree in cui sperimentare CSM aperti sulle 24 ore;
la qualificazione delle strutture residenziali, dei servizi ospedalieri
(Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura).
Ora è tempo di bilanci. Il convegno “I percorsi della
cura e dell’accoglienza” tenutosi a Cagliari venerdì 16 gennaio,
coordinato dal Direttore Generale della ASL di Cagliari Benedetto
Barranu, è stata dunque l’occasione per presentare il “1°Rapporto
regionale sulla salute mentale in Sardegna” . Presenti, l’assessore
regionale alla sanità Nerina Dirindin, il Direttore dell’integrazione
socio-sanitaria dell’assessorato Pierpaolo Pani, il farmacologo Gian
Luigi Gessa, la direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari
Giovanna del Giudice nonché Giuseppe Dell’Acqua Direttore del DSM di
Trieste. Al dibattito ha partecipato anche Paolo Crepet, psichiatra noto
per la sua partecipazione a
diverse trasmissioni televisive che, in un breve intervento ha
sottolineato come la Sardegna si muova nella giusta direzione e ha
ricordato abolizione del manicomio e delle scuole speciali come riforme
tra le più importanti fatte nel nostro paese.
L’assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin,
ringraziando tutti coloro che si sono prodigati per l’applicazione del
“Progetto strategico Salute Mentale” (utenti, familiari, operatori), ha
ricordato gli sforzi che in questi anni hanno visto la messa in campo di
nuove risorse economiche e di personale nel settore e il rinnovamento
delle strutture di assistenza territoriale. Pierpaolo Pani ha illustrato
i primi risultati ottenuti, sottolineando come in questi anni sia
aumentata l’offerta quantitativa e qualitativa delle strutture
territoriali e ospedaliere, nonché il numero del personale. Diminuito
invece il ricorso al Trattamento Sanitari Obbligatori (TSO) sul
totale dei ricoveri. Se in passato il numero di TSO in Sardegna era
doppio rispetto alla media nazionale, l’opera di questi anni ha portato
ad una riduzione del 50% dei TSO sul totale dei ricoveri. Segno della
giusta direzione intrapresa, ma anche della capacità dei servizi di
prevenire e accompagnare i momenti di “crisi”delle persone.
Gianluigi Gessa ha invece sottolineato come le più
recenti scoperte scientifiche nel capo delle neuroscienze, siano del
tutto compatibili con gli interventi di tipo sociale rispondendo in
questo modo a chi, negli ultimi anni, ha criticato le scelte della
regione sostenendo l’a-scientificità degli interventi di natura sociale
proposti.
Il lavoro fatto nel Dipartimento di Salute Mentale di
Cagliari è stato invece presentato da Giovanna Del Giudice che ha
ripercorso, attraverso l’apertura di nuovi servizi: i Centri di Salute
Mentale aperti 24 ore, in cui accanto alle attività terapeutiche e
riabilitative e di socializzazione è possibile offrire un’accoglienza
diurna-notturna rivolta alle persone che vivono l’esperienza della
sofferenza mentale. Tra le importanti innovazioni di questi anni anche
l’apertura di un secondo SPDC a Cagliari. Apertura che se da un lato
risana una situazione di illegalità che durava da trent’anni,
dall’altro si propone di lavorare con porte aperte e senza contenzione,
pratiche seppur prive di un fondamento giuridico,
ancora faticano a scomparire e che il Piano sanitario si propone invece
di superare.
Giuseppe Dell’Acqua, che collabora con la Regione
Sardegna in tema di politiche sociali, ha tratto le conclusioni della
giornata. Dell’Acqua ha ricordato come la politica della Regione
Sardegna sia in linea con le disposizioni dell’Unione Europea, in
particolare con il Libro Verde sulla Salute Mentale elaborato su
iniziativa dell’eurodeputato del PPE Jhon Bowis. Tra le cose ancora da
fare entro il 2009, l’apertura di altri 4 CSM sulle 24 ore a Nuoro,
Alghero, Selargius e Assemini. Stop exclusion “Dare to Care”, la sfida
della presa in carico. Era questo lo slogan della Campagna del OMS sulla
Salute Mentale. La Regione Sardegna sembra oggi aver accolto questa
sfida.
Daniele Pulino
dottorando in Scienze della governace e dei
sistemi complessi
Riferimenti internet:
Piano dei servizi sanitari della regione
Convegno del 16 gennaio e rapporto sulla salute mentale
in Sardegna
Libro verde sulla salute mentale in Europa
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05.01.2009
E' uscito il numero 65 sulla ruota dell'Europa.
Sulle pagine economiche dei quotidiani di quest'ultimo
periodo abbiamo avuto modo di leggere due notizie dal sapore
dolce-amaro: in ordine di tempo, il 13 novembre, la sentenza della Corte
di Giustizia europea in materia di età pensionabile delle donne
pubbliche dipendenti e la bocciatura della proposta di direttiva, il 17
dicembre, per l'allungamento dell'orario di lavoro settimanale.
Due notizie accomunate dal numero 65, poiché la proposta
di direttiva prevedeva la possibilità di portare fino a 65 ore la
settimana lavorativa e la sentenza della Corte, invece, indicava l'età
pensionabile a 65 anni per lavoratori e lavoratrici, condannando
l'Italia alla violazione degli obblighi di parità retributiva tra uomini
e donne del pubblico impiego.
Sembra sufficiente argomentare con due brevi riflessioni
la proposta di direttiva sulle 65 ore settimanali di lavoro, affermando,
con un certo grado di certezza, che la bocciatura del Parlamento europeo
(421 Si, 273 No, 11 astensioni) ha evitato di tornare indietro di un
secolo. Superare il limite delle 48 ore (ordinarie e straordinarie) di
lavoro avrebbe comportato una preoccupante marcia indietro della
politica sociale dell'Unione europea e avrebbe azzerato quelle norme di
tutela minima in materia di sicurezza e salute dei lavoratori.
Lascerei alle parole del relatore spagnolo Alejandro
Cercas (PSE), abbracciato da tutti i colleghi parlamentari alla
conclusione del suo intervento, il commento finale: "Questo è un trionfo
per tutti i gruppi del Parlamento europeo ed è l'occasione per il
Consiglio di cogliere questa opportunità per rendere la nostra agenda
più vicina a quella dei cittadini europei".
Diverso e più articolato il discorso sulla sentenza della
Corte di Giustizia; la Corte ha affermato che il sistema pensionistico
italiano, relativo ai dipendenti pubblici, non può prevedere che le
donne vadano in pensione a sessanta anni mentre gli uomini a
sessantacinque, poiché viola gli obblighi imposti dalla normativa
comunitaria, creando una condizione di disparità d'età a seconda del
sesso.
Inoltre, la decisione è stata accompagnata dalla costante
giurisprudenza comunitaria che, ai sensi dell'art. 141 CE, vieta
qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra i lavoratori di
sesso maschile e di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che
genera questa ineguaglianza.
Il tema non è nuovo a scontri tra favorevoli e contrari;
da ultimo, il ministro Brunetta ha strumentalizzato l'attualità della
sentenza per portare l'ennesimo attacco al settore dei, a suo dire,
“privilegiati” lavoratori della Pubblica Amministrazione. Ma anche altri
noti commentatori (vedi Emma Bonino)
ritengono “anacronistica” questa differenza dell'età fra uomini e donne
per quanto riguarda la pensione di vecchiaia. Se da un lato è vero che
la diversità è da ricondursi a situazioni di discriminazione contro le
donne per il carico aggiuntivo al lavoro procurato dalla cura dei figli
e della famiglia, dall'altro, per rispondere concretamente a questo tipo
di problematiche, sarebbe più efficace un intervento su quegli istituti
che possono davvero sostenere le donne, non nel momento della pensione,
ma nei periodi di maggiore impegno familiare e per le funzioni di cura
dei figli e degli anziani. In altri Paesi europei, dove il welfare
è centrale per la tenuta economica e sociale, sono riconosciuti alle
donne congedi e contributi figurativi utili a fini pensionistici.
In realtà un innalzamento dell'età di pensionamento, da 6
a 9 mesi, per le lavoratrici è stato comunque introdotto nel nostro
sistema con le cd. finestre per le donne che abbiano raggiunto i 60
anni.
Le norme nazionali dovrebbero contribuire ad aiutare la
donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto
all'uomo, mentre la fissazione di un'età pensionistica diversa non
giustificherebbe questa finalità. Un sistema tale non è sufficiente a
compensare tutti gli svantaggi dei quali le lavoratrici subiscono, in
più, con cinque anni di meno di lavoro, le donne percepiscono pensioni
inferiori agli uomini. In un certo senso la diversa età pensionabile tra
uomo e donna non sarebbe una discriminazione per la donna, ma una
possibilità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.
Sarebbe auspicabile, invece, l'introduzione di elementi
di flessibilità dell'età pensionabile; ne gioverebbe il sistema
contributivo poiché la flessibilità in uscita potrebbe essere l'unico
strumento idoneo per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo
e donna con la possibilità di esercitare scelte individuali senza
penalizzazioni.
Alberto Valenti
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11.12.08
I muri ben visibili
Sarebbero tanti gli spunti di riflessione offerti dal
convegno “Le persecuzioni di ieri e di oggi. Muri invisibili difficili
da abbattere”, tenutosi giovedì 4 dicembre nella facoltà di Scienze
Politiche e organizzato dal Centro studi urbani.
Partendo dal libro di Elisabetta Chicco Vitzizzai, Dio
ride, si è doverosamente parlato ancora una volta delle persecuzioni
e deportazioni naziste nei confronti del popolo ebraico, dei dissidenti
politici al nazismo, degli zingari. E si è arrivati anche a
fronteggiare, con molta meno dovizia di particolari e con molta più
ingenuità, i nuovi muri invisibili che nelle nostre città generano
discriminazioni, segregazioni, ghettizzazioni: e quindi i cinesi, le
prostitute nigeriane, gli immigrati.
Mi sembra utile ricordare, però, un dato che durante il
convegno è stato omesso, ossia che durante le persecuzioni naziste
vennero arrestati anche più di 100 mila omosessuali, 15 mila dei quali
vennero deportati nei campi di concentramento e sterminati nella
soluzione finale, in quanto colpevoli di “diffondere una malattia
altamente contagiosa, che avrebbe messo a rischio la procreazione e la
crescita della popolazione tedesca, oltre che minare lo Stato dalle
fondamenta” (dal discorso segreto del Generale del Reich, Heinrich
Himmler, alle SS).
Pertanto, anche 15 mila omosessuali conobbero i campi di
concentramento. E questo tema merita tutta la nostra attenzione poiché,
a distanza di settant’anni, le aperte discriminazioni nei confronti
degli omosessuali, alimentate peraltro da pure e fertili menzogne,
godono di ottima salute: è cosa tristemente nota che oggigiorno gli
omosessuali si scontrino quotidianamente contro i muri invisibili
dell’ignoranza, difficilissimi da abbattere, poiché l’ignoranza è essa
stessa un fondamento degli Stati; contro i muri della discriminazione,
che crescono di qualche sampietrino ogni giorno.
Il libro di Chicco Vitzizzai prende il nome da un detto
ebraico, “quando gli uomini pensano, Dio ride”. Ebbene, io credo
fermamente che Dio rida anche del fatto che gli uomini, invece, spesso
non pensino affatto alle conseguenze delle proprie parole, dei propri
atti, dei propri rifiuti. Giusto per alimentare le discriminazioni
contro gay e lesbiche, infatti, lo stato della Città del Vaticano ha
pensato bene di non firmare la petizione presentata dalla Francia a nome
di tutta l’Unione Europea all’ONU per la depenalizzazione
dell’omosessualità dagli stati in cui ancora è reato, in cui si viene
messi in carcere o pubblicamente lapidati solo perché non sì è liberi
di essere, né liberi di amare.
Io credo, e mi assumo la responsabilità di questa
opinione, che il fatto che la chiesa cattolica continui a condannare
l’omosessualità come deviazione, corruzione morale, malattia
psichico-affettiva, non sia un fatto rilevante in sé, né deve diventarlo
più di tanto: il fatto, però, che uno stato sovrano della comunità
internazionale (perché il Vaticano è questo), nella persona del suo capo
di stato, Benedetto XVI, esprima ancora una volta il suo ieratico non
possumus alla depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo, non fa
altro che negare i principi sui quali il cristianesimo stesso si fonda,
pietà, carità, solidarietà, fratellanza, oltre che rappresentare una
minaccia per gli equilibri degli assetti internazionali. Trovo, infatti,
che sia di una gravità inaudita il fatto che uno stato si opponga
strenuamente alla promozione e all’estensione dei diritti umani, alla
stregua di uno stato totalitario.
E credo, purtroppo, che nemmeno la vittoria di Vladimir
Luxuria all’Isola dei famosi, né la sua partecipazione al sit-in di
protesta in piazza san Pietro, siano sufficienti ad abbattere questi
muri ben visibili.
Da Via della Conciliazione, a Roma, si vedono benissimo.
Federico Zappino
Specializzando in Scienze Politiche, Università di
Sassari |
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19.11.08
Esta tarde ha tenido lugar en el aula
rossa de la facultad de ciencias políticas un encuentro de puertas
abiertas para hablar de la problemática que en estos días acontece sobre
la Sardegna, dicho encuentro se ha llamado La Sardegna una isla que se
abre.
Este seminario partía de un libro escrito
por Giacomo Mameli, en este libro se tratan temas como la producción
artesanal y tradicional, que en ningún caso debe estar reñida con la
posibilidad de esta isla de abrirse al mundo, la posibilidad de entrar
en este juego que es el mercado competitivo.
La jornada se ha abierto con la actuación
musical de un clarinetista famoso llamado Angelo Bargiu, ha comenzado
con una pieza que mezclaba sonidos típicos de Sardegna con una marcha
militar y una canción alegre francesa, esta era la introducción y estaba
enlazada con el encuentro en el modo en que esta pieza narra la historia
de un muchacho que se marcha de aquí para andar a París, es la historia
de alguien que emigra.
Tras esta bonita pieza ha sido el turno
de una estudiante, que gracias a un duro trabajo ha logrado mostrar a
todos los asistentes un mapa bastante concreto sobre la actividad
productiva que se desarrolla en esta isla, cambiando la manera de pensar
sobre la isla que muchos de los allí presentes podían tener.
Esta isla produce gran cantidad de
productos que la gente desconoce, sólo porque no son consumidos aquí, en
contraposición se importan demasiados productos, y esto no favorece al
enriquecimiento del lugar, produce el efecto contrario, esta región de
Italia no es más rica porque no explota mejor sus recursos naturales.
Este libro sobre el cual se harán una
serie de reflexiones a lo largo de la jornada de hoy, se basa sobre
testimonios reales, sobre gente que a partir de una idea ha sido capaz
de crear un negocio y cómo esa idea ha proliferado hasta el punto de ser
imitada por otros, esta capacidad de decisión es lo fundamental para
empezar a subsanar el problema que esta tarde acontece.
Sardegna no es una isla cerrada, sino
todo lo contrario es una isla dinámica, que podría disfrutar de un mejor
puesto si hiciese uso de los recursos antes mencionados, abierta al
mundo y las ideas de sus habitantes han de ser explotadas sin miedo a
fracasar siempre con la vista puesta en la mejora.
En la intervención de la profesora Bruna,
hemos podido descubrir cómo el cambio que está experimentando Sardegna
es un cambio interno, surge de los propios habitantes situación muy
positiva ya que si la gente se conciencia de las cosas que son capaces
de afrontar podrán realizar mejor este trabajo. Todavía es pronto, y
mucha gente emigra para hacer riqueza que de otro modo aquí no podría
suceder.
Existe un problema fundamental en
Sardegna que es la excesiva preocupación por los turistas, esta isla, su
producto interior bruto se alimenta principalmente de esta fuente de
ingreso que son los turistas, en estos años proliferan las tradiciones,
en cierto modo inventadas, para atraer a dichas personas.
Sardegna debe experimentar un proceso de
modernización en el cual se debería dejar de prestar tanta atención a la
gente que está de paso para centrarse en la gente que habita aquí,
recuperar y reconocer la identidad propia de algunos productos para
después comercializarlos, es una manera de enriquecer esta región, y
sólo se podrá realizar uniendo la tradición con el proceso de
modernización, con la tecnología. Debe formarse un tándem perfecto entre
el que conoce el proceso de producción tradicional, desde el principio
hasta el fin y aquel que posee los conocimientos tecnológicos para
facilitar dicho proceso de industrialización que en el fondo será
traducido siempre en un gran proceso de progreso.
Tras estas intervenciones, se han
sucedido otras que hablaban de la emigración de los procesos de
producción, de gente que había asistido al encuentro, estas
intervenciones son interesantes desde el punto de vista de la
experiencia, pero no aportan las soluciones que se están buscando a la
problemática entorno a la cual se ha montado este encuentro.
Casi para finalizar Giacomo Mameli, autor
del libro verso al cual han girado todas las intervenciones, ha hecho
uso de la palabra para romper una lanza a favor de los pueblos sardos,
en los cuales se produce más que en las grandes ciudades, y este estilo
de vida de los pueblos ahora es el mejor reclamo, ya que se empiezan a
imponer un gusto por el silencio, y esto sólo se puede encontrar en
pequeños pueblos, “la tradición es como una llama que ha de mantenerse
siempre encendida”.
Siempre atento ha hecho una breve
referencia al caso de que en estos momentos la presencia femenina en los
puestos de trabajo está proliferando, y que además estas mujeres en
múltiples ocasiones suelen estar mejor cualificadas que los hombres.
Sardegna ahora es más ética, ha cambiado
de política y también ha cambiado la inmigración.
Para finalizar con un buen sabor de boca
nada mejor que una dulce sinfonía a cargo del compositor y clarinetista
Angelo Bargiu, dejando a los presentes una sensación de tranquilidad que
ayudará a muchos de ellos a hacer una mejor reflexión acerca del tema
tratado y buscar soluciones a partir de lo que se ha dicho en este
seminario de puertas abiertas.
Jennifer Sanz Martín
studentessa (Erasmus) |
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03.11.08
Il 22 ottobre nell’Aula
Magna dell’Università di Sassari si è svolta la prima giornata di
Formazione Interforze dei Nuclei di Polizia Giudiziaria in materia di
dichiarazioni menzognere e falsa testimonianza.
L'incontro è stato l’occasione per condividere i
risultati di una ricerca svolta in collaborazione con l’Arma dei
Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato che, attraverso
gruppi di lavoro condotti dai ricercatori, si sono confrontati sugli
strumenti e sulle competenze necessarie alla raccolta delle
dichiarazioni di indagati e testimoni nel corso delle indagini
investigative. E’ stato il primo confronto su un nuovo approccio durante
gli interrogatori. La ricerca, che proseguirà coinvolgendo Polizia
Municipale, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale e Polizia Penitenziaria,
intende promuovere e coordinare tavoli di lavoro interforze per la
predisposizione di linee guida condivise, e confrontate a livello
nazionale, sulla gestione dell’interrogatorio e la raccolta della
testimonianza: strumenti per la polizia giudiziaria a garanzia delle
indagini e a tutela del cittadino.
Nel suo saluto di apertura, il Magnifico
Rettore prof. Alessandro Maida ha condiviso con i partecipanti la
rilevanza di queste forme di collaborazione, sostenendo l’importanza di
progettualità integrate fra operatività, ricerca scientifica e
formazione permanente.
Tali finalità sono state
riprese dalla prof. Patrizia Patrizi, responsabile scientifica della
ricerca e di correlate iniziative in corso, che ne ha approfondito le
finalità di ordine più generale con specifico riguardo alle utilità
applicative del progetto. Sono quindi intervenuti i componenti dello
staff di ricerca. Il dott. Giovanni Caria, Sostituto procuratore della
Repubblica presso il Tribunale di Sassari, che da anni collabora
attivamente nella realizzazione di ricerche e iniziative proposte dal
Centro Studi Urbani in materia di criminalità, ha approfondito gli
aspetti tecnico-giuridici dell’interrogatorio. Il dott. Eugenio De
Gregorio ha illustrato paradigmi teorici e metodologia della ricerca,
sostenendo la rilevanza di quei metodi che coinvolgono direttamente
soggetti e sistemi cui la ricerca intende rivolgere il proprio
contributo. La sottoscritta ha ripercorso le tappe realizzative
dell’indagine e argomentato i principali risultati sia sotto il profilo
dell’analisi dei dati che del confronto con gli operatori di polizia
giudiziaria che hanno partecipato alla prima fase del progetto.
Erano presenti all’incontro tutte le forze dell’ordine
con una nutrita rappresentanza di agenti, ufficiali e autorità locali,
fra cui il colonnello Paolo Carra, comandante dei Carabinieri, il
vice-commissario Antonello Brancati, comandante della Polizia
Penitenziaria di Alghero, il comandante della Polizia Municipale dott.
Antonio Careddu e il vice-comandante dott. Gianni Serra,
la dott.
Giusy Stellino dirigente della squadra mobile della Questura,
l’arch. Francesca Conti, funzionario del comando provinciale dei Vigili
del Fuoco.
I partecipanti hanno manifestato ampio interesse
dibattendo intorno a tematiche come l’ascolto del minore vittima di
reato. E’ stata messa in luce la necessità di
metodi formalizzati e di protocolli operativi capaci di integrare
le specifiche
competenze e professionalità della polizia
giudiziaria: la preparazione, la professionalità e la
responsabilità del singolo operatore, le sue abilità e predisposizioni
costituiscono infatti una preziosa risorsa se inquadrate in una
metodologia operativa standardizzata capace di integrare le competenze
acquisite e gli apprendimenti provenienti dalla pratica professionale.
La ricerca, che rientra in un progetto di
internazionalizzazione con le Università di Bergamo e di Portsmouth (UK),
è stata realizzata nell’ambito delle iniziative del Centro Studi Urbani
del Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società. Da anni la Sezione
Giustizia e Politiche d'Intervento del Centro attiva scambi
internazionali accogliendo nell’Ateneo turritano i massimi esperti in
indagini investigative e analisi della testimonianza, consulenti
dell’FBI e di Scotland Yard, come David Canter, che a maggio di
quest'anno ha partecipato al convegno "Prevenire il crimine", e Aldert
Vrij che nel 2007 è intervenuto al convegno "L'intervista
investigativa".
Anna Bussu - Dottoranda in Scienze della
Governance e Sistemi complessi - Dipartimento di Economia, Istituzioni e
Società dell’Università di Sassari. |
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20.10.08
Il flusso turistico cresce di circa
il 7% nella provincia di Cagliari. La notizia, su La Nuova Sardegna del
18 ottobre, è data priva di commenti. Eppure dice molto, a ridosso
della campagna referendaria per abrogare tutto ciò che è andato sotto
il titolo di salvacoste. Conferma in modo inconfutabile che il Piano
paesaggistico non ha bloccato lo sviluppo turistico, come hanno provato
a farci credere, e come ha detto pure un moderato come l'ex ministro
Pisanu. Si potrebbe dire a occhio, visto che soprattutto la città di
Cagliari registra un sensibile aumento delle presenze di turisti, che il
blocco dell'edilizia costiera ( ma questo non è poi così vero) ha
premiato le aree urbane. Quindi benissimo, dato che diciamo da un po'
che un buon modello di accoglienza è quello incardinato sul sistema dei
centri urbani esistenti. Se, come pare, il prezzo delle case al mare è
diminuito notevolmente in questa temperie, occorrerebbe fare 2+2. Si
arriverà a riconoscere che la sviluppo turistico non c'entra nulla, ma
proprio nulla, con l'aumento del numero dei cantieri edili in costa ? (s.r.) |
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10.10.08
Chi è più bastardo?
Lo
ammetto, ho sempre guardato con aria di sufficienza alle classiche
missive che i lettori inviano ai loro quotidiani preferiti, segnalando
quasi sempre problemi o disagi del proprio quartiere o della propria
città, non perché credevo fossero inutili, ma perché ho sempre pensato
che sarebbero rimaste lettere inevase e anche un po’ naif.
Stavolta,
invece, mi ritrovo a scrivere io stesso una lettera di quel genere,
naif, spinto da un forte bisogno di senso civico. Anche quello che
segnalo è un problema urbano: parlo del randagismo (e sue implicazioni;
e sue conseguenze; e sua mancata regolamentazione; e inutili bugie a
riguardo). Il randagismo, specialmente nelle nostre città sarde
rappresenta una questione irrisolta: a Sassari, branchi di cani randagi
popolano anche le zone attigue alla centrale Piazza Castello, per non
parlare delle zone più dismesse di Platamona dove, oltre a popolarla, la
difendono strenuamente da visitatori esterni. Gli esempi potrebbero
essere molti, ma non è di questo che voglio parlare; né ho intenzione di
impelagarmi nelle questioni etiche, psicologiche e affettive in
relazione al rapporto secolare e amichevole tra l’uomo e il cane.
Vorrei, invece, proporre una riflessione di tipo politico e segnalare
alcune incongruenze in merito alla regolamentazione italiana del
problema.
L’Italia
è un paese che ha adottato nel 1978 la Dichiarazione universale dei
diritti degli animali, la quale promuove il benessere di tutte le specie
e auspica uno stato di serena convivenza tra l’uomo e tutti gli altri
animali; nel 2004, inoltre, ha introdotto una legge (la n. 189) che
dispone sanzioni severissime (sanzioni pecuniarie, carcere) contro chi
maltratta, uccide, abbandona, commercia illegalmente, viviseziona
animali di qualunque specie, con particolare menzione agli animali
domestici. Fin qui tutto scorre e lodi all’Italia.
Ma
provate voi a trovare un cane in mezzo alla strada e a decidere di
salvargli la vita. Se potete tenerlo con voi, nessun problema. Se invece
abitate in una casa piccola, o lavorate tutto il giorno, o più
semplicemente non potete o non volete accudire un animale domestico, e
volete però fare in modo che il vostro Stato (quello che ha ratificato
la Dichiarazione universale e che ha varato leggi penali a riguardo) si
prenda cura di una bestia di sua competenza, che in quel momento
rappresenta un pericolo perché vaga in mezzo alla strada di notte (il
randagismo causa 4.000 incidenti mortali all’anno), allora la cosa si
complica. Nonostante la legge preveda misure molto severe in merito
all’istituzione di un canile all’interno di ogni comune, la realtà dei
fatti è ben diversa, dato che i canili scarseggiano o sono
sovraffollati: per parlare della nostra zona, il solo canile di Santa
Maria la Palma deve sopperire ai randagi di Alghero, Porto Torres, Sorso
e Sennori, ossia di alcuni tra i centri più estesi della provincia. Ma
non finisce qui. Se avete raccolto un cane randagio, non potete
provvedere autonomamente a consegnarlo al canile: dovete denunciarlo ai
vigili urbani, i quali vi indirizzeranno all’ufficio comunale
competente, il quale, dinanzi all’impossibilità di internare la bestia
nel canile (perché è già pieno o perché il comune non ha un canile), nel
migliore dei casi vi risponderà “esiste un modo per sistemare il cane,
ma non glielo posso dire!”. Allora il vostro senso morale vi indurrà a
non mollare: avete tra le mani un essere vivente, “un individuo nella
sua soggettività”, come lo definisce la Dichiarazione universale (che
l’Italia, ci tengo a ribadirlo, ha adottato). Vi recherete, quindi,
stremati, dai responsabili del Servizio veterinario provinciale, i
quali, in qualche modo, hanno competenza sui cani randagi del
territorio: loro vi spiegheranno, anche un po’ seccati, che non è affare
loro, anzi, se il comune vi ha già detto che non si occuperà della
bestia, loro non possono farci nulla… “non è un problema nostro!”.
Alcuni, quelli più furbetti, vi diranno di abbandonarlo nei pressi della
Lida (l’associazione per la difesa dei diritti degli animali, presente
in tutte le città), in modo da compiere pur sempre un abbandono, ma con
responsabilità.
Questa
storia che ho raccontato, avvalendomi di testimonianze reali e di fonti
ben attendibili, non ha una fine e sicuramente non cambierà la
situazione esistente: i discorsi, anche un po’ da bar, a riguardo
sarebbero innumerevoli (mancano canili, mancano soldi, ma manca
soprattutto il senso civico). Il bello è che, però, il nostro Stato ogni
anno spende tanti soldi per le operazioni di facciata, per mettere in
piedi patinate campagne di comunicazione sociale per sensibilizzare i
cittadini a non abbandonare i propri animali domestici, specialmente nei
mesi estivi. Quest’anno l’ha commissionata addirittura a Oliviero
Toscani.
“Chi è
più bastardo?” ci chiedeva la campagna.
Io una
risposta ce l’avrei.
F. Z.
Studente del corso di laurea magistrale in Scienze
Politiche, Università di Sassari |
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08.10.08
Non serviva proprio a nulla il
referendum contro la legge salvacoste. Non avrebbe prodotto alcun
effetto, come è stato ampiamente spiegato fra gli altri da eddyburg.it
nei giorni scorsi.
E' andata meglio delle più
ottimistiche previsioni. L' affluenza alle urne non è andata oltre il
20%. I sardi non hanno votato, nonostante la campagna capillare e
dispendiosa che ha potuto contare sul contributo di Confindustria che
in Sardegna è ben rappresentata dai costruttori.
Serviva alla destra lo spot pagato
con denaro pubblico, utile prova generale, in vista della campagna
elettorale prossima. Come ha spiegato Corrado Augias (ieri su La
Repubblica ) i cinque postulati della destra ( tra cui quello di
“prevalenza del privato sul pubblico”) c'entrano con il caso sardo: la
Sardegna è un bene comune, diciamo noi, un patrimonio d'interesse
nazionale che alcuni soggetti da decenni stanno usando per fini privati
con grandi tornaconti: un affarone le coste sarde nel mercato globale.
Una casa in Sardegna con buona location si può vendere per una ventina
di milioni di euro: un migliaio di queste case valgono un pezzo di
finanziaria dello stato, tanto per capire i potenziali dividendi che
fanno girare la testa agli immobiliaristi di tutto il mondo e prima
ancora ai faccendieri di casa.
L'appello di Berlusconi ai sardi per
andare al voto è stato quindi disatteso, ma resta la grave, irrituale
interferenza dello “statista” in un affare regionale, di una Regione
autonoma, come se niente fosse, come se non si sapesse dei suoi
interessi d'imprenditore nelle coste sarde, di quella sua proprietà in
Gallura dove aveva progettato un mostruoso investimento edilizio che le
leggi sarde hanno impedito. L'amico della Sardegna pensa anche in questo
caso agli affari suoi, non agli effetti che i provvedimenti del suo
governo avranno sulla povera comunità sarda, quelli sulla scuola ad
esempio.
E' andata bene, nonostante
Berlusconi, anche se la nostra destra spiega oggi perché ha vinto. Non
è così, eppure qualche ragione emerge. Ho già scritto della scarsa
convinzione della maggioranza che sostiene Soru sulle scelte di buon
governo del territorio, la poca propensione a dibattere su questi temi è
spiegata con l' autoritarismo del PPR e di Soru ( nella cui azione ci
sarà qualche difetto ma non è questo il punto). Sarebbe il caso di
capire una volta per tutte quanto questa questione assai lucrosa – del
fare o non fare altre case nelle fasce costiere – pesi nel conflitto
anti-Soru. Il quadro politico sardo è confuso, specie a sinistra e ci
sono zone d'ombra . Si pensi che tra le adesioni al referendum promosso
dalla destra ci sono quelle del Partito Sardo d' Azione ( il glorioso
partito di Emilio Lussu), ci sono i socialisti, e pure i verdi ( sì, i
verdi del “Sole che ride” !) che in extremis hanno dato ai loro elettori
libertà di voto ( gulp!), con una posizione molto ambigua su un
argomento per il quale dovrebbero esistere.
A volte si ha l'impressione che la tutela del territorio
dagli egoismi della rendita non sia più un valore, un attributo dei
partiti e movimenti della sinistra. Rischia di essere una antinomia di
questo tempo, tra le tante. Un altro indizio della frammentazione della
società di cui parlano autorevoli commentatori: lo
specchio
rotto che riflette in ogni frammento interessi particolari su cui si fa
abilmente rifluire l'attenzione.
Sandro Roggio
www.eddyburg.it
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30.09.08
Se i liberisti statalizzano meglio un welfare
forte
Alla fine
c’è voluto l’intervento pubblico per ridare fiducia a un sistema
economico che rischiava il tracollo. La cifra che il Congresso
statunitense sembra pronto a stanziare contro la crisi dei mutui si
aggira sui 700 miliardi di dollari. Con i capitali cinesi e arabi
all’assalto della finanza made in USA, il piano di salvataggio
lanciato da Bush può essere letto anche come un modo per riaffermare una
centralità della politica americana che va inesorabilmente declinando.
Se
persino i più liberisti di un Paese tradizionalmente liberista hanno
preferito intervenire con decisione per evitare che il sistema
autoregolatore del mercato potesse fare ancora più danni, significa che
è il momento di ristabilire i ruoli tra politica e finanza, tra Stato ed
economia, tra pubblico e privato. È necessario il ripensamento di un
capitalismo in cui quando c’è da vincere vincono i soliti pochi e quando
c’è da perdere perdono invece tutti gli altri. Un capitalismo riformato
è necessario se si vuole evitare che venga meno ciò che permette alla
borsa di crescere, alle economie di svilupparsi, alla società di non
sgretolarsi, in una parola: la fiducia.
Un
sistema di regole più rigido accompagnato da una maggiore promozione
delle realtà solide virtuose è l’unica strada per incentivare incrementi
armonici ed evitare tracolli ciclici. Un maggiore e migliore ruolo dello
Stato nella società garantisce i più deboli e incentiva l’innovazione
grazie a un sistema di protezione a salvaguardia dei singoli che
rischiano in proprio nell’interesse di tutti. L’unico modo per
allontanare disastri economici e disordini sociali è un welfare forte
coi soldi di tutti a vantaggio di tutti.
Gianluigi
Piu*
*Studente
della specialistica in Scienze della Comunicazione pubblica, sociale e
politica presso l‘Università di Bologna
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19.09.08
18 settembre 2008, “sciopero della pagnotta”
Si è
svolto a Roma, a piazza di Monte Citorio, e nelle principali città
italiane, lo “sciopero della pagnotta”: la manifestazione indetta dalle
Associazioni dei consumatori, con l’adesione di Coldiretti, CGIL e UIL,
per contestare e sensibilizzare il Governo e le Istituzioni sul “caro
vita”.
Adoc,
Adusbef, Codacons e Federconsumatori, al termine dell’incontro, hanno
contattato circa 2.500 famiglie in tutta Italia, per chiedere loro se
avessero o meno partecipato alla protesta: il 54% circa dei consumatori
ha affermato di aver rinunciato all’acquisto di pane e pasta, come forma
di adesione simbolica allo sciopero. L’8% circa degli intervistati ha
dichiarato di non aver fatto la spesa, mentre il 9% non ha utilizzato
l’auto ed il cellulare.
Questo il
commento dei Presidenti delle quattro Associazioni: "La massiccia
adesione dei cittadini alla protesta contro i rincari dimostra come
l'aumento dei prezzi, soprattutto dei beni alimentari e dei prodotti
energetici, sia un fenomeno fortemente sentito dalle famiglie, che non
vogliono più subire passivamente le speculazioni. Il Governo non può non
tenerne conto, e deve intervenire concretamente e con celerità
accogliendo le istanze dei consumatori italiani".
I dati
forniti dal servizio sms consumatori (www.smsconsumatori.it),
quelli dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe del Ministero dello Sviluppo
economico (www.osservaprezzi.it)
mettono in luce le inefficienze del mercato e della filiera produttiva,
la grande differenza tra il prezzo al produttore e quello pagato dai
consumatori. E’ per questo che l’Antitrust ed il Garante per la
sorveglianza dei prezzi (Mister prezzi) si sono attivate, anche con
l’ausilio della Guardia di Finanza, per accertare eventuali speculazioni
o prezzi “anomali”. Ricordiamo che l’Autorità Garante della Concorrenza
e del Mercato, il 4 giugno 2008, ha sanzionato l’Unione Panificatori di
Roma e Provincia, per aver messo in atto un’intesa restrittiva della
concorrenza, divulgando indicazioni di prezzo minimo o di aumenti minimi
consigliati, per tutte le tipologie di pane vendute dai panifici attivi
nella zona, favorendone l’allineamento su un livello superiore a quello
che sarebbe potuto risultare in un contesto di libera competizione
(provvedimento n. I695ch,
www.agcm.it). Proprio sul costo del pane Coldiretti ha svolto
un’analisi dalla quale è emerso che a Napoli il pane costa il doppio che
a Milano: 1,93 euro al chilo contro 3,61 euro, mentre nelle altre città
i valori variano tra i 3,47 euro al chilo a Bologna, 2,71 euro al chilo
a Palermo, 2,47 a Torino, 2,28 a Roma e 2,39 a Bari. Precisa Coldiretti,
poi, che le quotazioni del grano tenero per il pane si sono ridotte
dall'inizio dell'anno del 40% per raggiungere il valore di circa 0,20
euro al chilo e che, secondo il servizio Sms consumatori del Ministero
delle Politiche agricole, diventano 0,36 euro quando si trasforma in
farina all'ingrosso e in 2,80 euro al chilo quando diventa pane, con un
aumento di quasi il 1300% dal campo alla tavola''.
Come
sappiamo tutti, però, la raffica degli aumenti riguarda non solo il
pane: pasta +26%, pollo e patate +40%, gasolio +20%, benzina +10% e
l’elenco sarebbe molto lungo.
La
risposta dei consumatori per contenere il caro vita sembra che sia
quello di fare la spesa ai discount, tanto che questi hanno registrato
l’incremento dei volumi del 70% a fronte di una flessione del 2% dai
canali tradizionali (iper, super e negozi di vicinato). In una nota di
Assolowcost, infatti, si legge che una famiglia di 4 persone che
effettua i propri acquisti nei discount può risparmiare anche 2.000 euro
l’anno. Il prodotto più acquistato, ad esempio, è il latte a lunga
conservazione in sostituzione del latte fresco, con un risparmio di
circa 80 centesimi al litro, che si traduce in circa 25 euro al mese e
300 euro l'anno. Stesso discorso per le acque minerali, con un
risparmio di circa 90 e i 120 euro l’anno.
Gianluca Di Ascenzo
Vice presidente Codacons |
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18.08.08
Insegnanti con la pistola e città armate
Docenti armati nelle scuole del Texas,
militari per le città d’Italia. Contesti diversi, culture distanti, un
medesimo obiettivo: la sicurezza. Bizzarro autoinganno delle menti
ideative e di quanti plaudono il “progetto” immaginandosi meno
vulnerabili. Come se le condizioni dell’insicurezza, dai comportamenti
violenti dei giovani ai disordini urbani, fossero dati ontologici,
indipendenti dai quei processi sociali che, sempre più impegnati in
strategie di contrasto reattivo, smarriscono il senso autocritico della
propria capacità generativa di disagio sociale e criminalità.
Commentiamo con una storia.
Un giorno un uomo si ferma al fondo di
una terrificante cascata, la cui acqua scorre velocemente lungo le
rocce. In cima ci sono dei bambini, ne vede cadere alcuni e si decide a
soccorrerli perché essi cadendo si feriscono. Provvede alle cure mediche
e chirurgiche e offre loro tutto ciò di cui hanno bisogno per
sopravvivere. Sono così tanti i bambini che precipitano che l’uomo si
sente costretto a costruire un ospedale. Lavora a lungo e intensamente,
accoglie e medica tutti i bambini, e ciò gli procura onorificenze e
medaglie che la gente della città gli assegna spontaneamente. Poi
l’uomo, osservando meglio cosa succede in cima alla cascata, si accorge
che ci sono bambini che cadono perché spinti e altri che cadono mentre
spingono. Questi ultimi, pensa l’uomo, devono essere puniti. Costruisce
per loro una prigione e ve li rinchiude. Così, egli possiede un ospedale
ed una prigione; alcuni bambini vanno in ospedale, altri in prigione.
Non vi è certo differenza tra questi
bambini: ospedale o prigione, essi sono tutti caduti, anche se alcuni si
sono fatti male perché spinti ed altri perché, nello spingere, sono
caduti.
E poi, un giorno, giunse un altro uomo,
più probabilmente una donna, che disse: “Perché non vai in cima alla
cascata ed eviti che si spingano?”. E l’uomo rispose: “Non c’è tempo,
molti bambini hanno bisogno di essere curati, molti bambini hanno
bisogno di essere puniti. Per me sarebbe troppo costoso costruire una
scala che vada dal fondo della cascata alla cima, non lo posso fare.
Resterò qui!”. Perciò, l’uomo continua a lavorare a modo suo; ma
l’intera popolazione, la Società, lo segue e costruisce, continua a
costruire molti ospedali e molte prigioni.
Questa è una storia triste poiché i
bambini continuano a precipitare lungo il margine della cascata.
(Kenneth A. Dodge, 2001, in Giovani a rischio.
Interventi possibili in realtà impossibili a cura di Dario Bacchini
e Paolo Valerio, Franco Angeli, Milano)
Patrizia Patrizi |
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14.08.08
“Le molestie russe”
garantiscono la sopravvivenza della
specie!!
Parrebbe al quanto bizzarro eppure la
cronaca internazionale ci riporta che pochi giorni fa un giudice russo
ha respinto la denuncia, per molestie sessuali su luogo di lavoro, di
una giovane donna di San Pietroburgo. E non è il primo caso…
La motivazione del giudice? “Le molestie
sessuali sul luogo di lavoro non possono essere condannate perché sono
utili a garantire la sopravvivenza della razza umana”
e “ se non esistessero le avances sessuali non ci
sarebbero bambini”. Il manager imputato “non ha tenuto un comportamento
criminale, ma ha chiesto alla giovane collega, con gentilezza, in
maniera esplicita e garbata,
di avere un rapporto sessuale con lei”. La reazione della vittima?
Completa incredulità e umiliazione dopo che non le è stato nemmeno
riconosciuto il reato subito…
Due anni fa Vladimir Putin, aveva
commentato, con ammirazione, le violenze sessuali, da parte del
Presidente israeliano Moshe Katzav nei confronti di una decina di sue
collaboratrici, complimentandosi con lui in quanto “vero uomo”.
La notizia si commenta da sola, ma forse
non tutti sanno che in
Russia l’argomento delle molestie è ancora tabù e che in 15 anni
solamente due donne sono riuscite a vincere la causa.
Le molestie sessuali nel posto di lavoro in questo Paese sono
frequentissime, ma il codice russo sanziona il reato solamente in caso
di “assalto” e “stupro” e comunque sono necessarie prove e testimonianze
dirette: difficilissimo ottenerle. Per questo motivo, e per non perdere
un’occupazione stabile in un Paese dove la disoccupazione femminile è
altissima, le donne russe accettano le avances del capo e non denunciano
il fatto.
Sebbene le donne italiane parrebbero
maggiormente “tutelate” in tal senso, anche nel nostro Paese per la
vittima denunciare di avere subito una molestia sessuale, tentata o
consumata, di un capo o di un collega non è comunque facile, per paura
delle conseguenze lavorative, per vergogna, per lo stress legato ad un
iter giudiziario che rischia di vittimizzarla due volte o perché
semplicemente caduta nell’autoinganno del senso di colpa per aver
“involontariamente” contribuito alla determinazione dell’evento.
Motivazioni che possono davvero convincere la vittima a non sporgere
querela o a rimetterla.
Amaramente
continuiamo a constatare che viviamo in un mondo pensato al
maschile nei luoghi di lavoro, cosi come nelle relazioni intime,
dimensioni che spesso, come in questo caso, si intrecciano e dove i
“ruoli” e il “gioco delle parti” sono purtroppo già stabiliti.
A.B.
Per approfondimenti …
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22.07.08
Leggo che
molti sindaci hanno deciso, tra applausi, polemiche e incomprensioni
varie, di applicare Tasse ambientali locali con parcheggi a pagamento,
soste limitate nelle spiagge etc.
Non
voglio entrare nel merito della questione anche se qualche dubbio mi
sorge sulle lamentele fatte a suo tempo per la famosa tassa sul lusso
regionale, ritenuta ingiusta, illegittima e chi più ne ha più ne
metta,mentre ora dovrebbero andar bene le tasse comunali. Mistero…
Comunque
sia, veniamo al dunque.
Io faccio
il sindaco in un piccolo paese dell’interno, ricco di amenità di ogni
tipo, cultura, storia, mamuthones, archeologia etc etc, però con un
piccolo difetto difficile da superare: non abbiamo mare, ne siamo
sprovvisti, insomma siamo nati così, con questo piccolo handicap e non
ci possiamo fare niente.
Succede
quindi che ci ritroviamo senza turisti e nella conseguente impossibilità
di far pagare loro qualsivoglia tipo di tassa o balzello.
Pensavamo
di rifarci con il pagamento di un pedaggio per tutti coloro, turisti o
meno, che transitano per le strade che attraversano il nostro
territorio, ma sembra che non sia possibile perché una è proprietà
dell’Anas, le altre della Provincia e a noi rimane ben poca cosa, giusto
qualche pastore che utilizza le strade comunali.
Una
soluzione l’abbiamo trovata ribaltando la questione: Mamoiada sarà il
primo e forse l’unico paese al mondo che pagherà i turisti!
Proprio
così, noi daremo un euro ad ogni turista che viene a trovarci.
Non se ne
può più del continuo tragicomico tentativo di vendere “il prodotto
turismo”, noi i turisti più semplicemente li compriamo.
A quel
punto voglio vedere chi rimarrà giù al mare facendosi spennare ad ogni
passo con la banale scusa che dopo il suo passaggio bisogna pulire.
Venite da
noi, ci guadagnate! È il nostro semplice slogan.
All’ingresso del nostro ameno e ridente villaggio vi verranno incontro i
nostri vigili urbani simpaticamente vestiti da mamuthones e issoccadores
che vi offriranno un bicchierone di cannonau più l’euro pattuito, tra
grandi salti e strepito di campanacci vari.
Aggiungo
solo un paio di particolari:
- saranno
considerati turisti avendo quindi diritto al loro euro anche gli
eventuali pastori e contadini dei paesi limitrofi che verranno a
trovarci, avendo cura di indossare almeno un variopinto cappellino e
pantaloncini corti, anche se in velluto;
- che
nessuno faccia il furbacchione entrando e uscendo più volte al giorno,
in quanto all’ingresso vi saranno fatte delle foto segnaletiche vestiti
da mamuthone che poi vi saranno regalate a fine giornata, alla partenza
da Mamoiada.
È tutto
qua, senza lotte, proteste, guerre per la divisione dei territori…
Ci rimane
una paura, che i soliti sindaci invidiosi rilancino offrendo due euro o
magari cinque.
Graziano
Deiana
(Sindaco Mamoiada) |
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14.07.08
Le vie della
discriminazione sono infinite.
Studenti, Docenti e
Presidi delle facoltà umanistiche rivendicate le vostre scelte e la
vostra importanza.
Leggo su tutti i quotidiani locali dell’interessante e condivisibile
iniziativa della Regione Sardegna di premiare con assegni di studio gli
studenti più meritevoli che si iscrivono all’Università. Il messaggio è
chiaro: la Regione investe sulla formazione e decide di farlo con uno
strumento idoneo a sostenere e a indirizzare il proprio capitale umano
verso la “migliore” specializzazione. Difatti, il bando determina che
gli studenti con buona votazione abbiano un sussidio economico ma
dispone anche che, a parità di graduatoria, siano preferiti gli studenti
delle facoltà scientifiche e tecniche.
È
proprio vero che il mercato, inteso nel modo più arido e invisibile,
muove tutto. Il mercato dice che abbiamo bisogno di ingegneri,
architetti, medici e matematici e si dimentica dei filosofi, storici,
politologi, sociologi e giuristi. Abbiamo da progettare e costruire il
futuro e decidiamo che il fututro dell’umanità abbia i tratti puliti,
sani, ordinati ed esteticamente perfetti di una costruzione disabitata
dall’umanità e dall’umanesimo.
Prima ancora di essere matematici Bertrand Russel o Einstein erano
filosofi; per fortuna nelle nostre facoltà di medicina, in alcuni corsi,
si studia ancora la metodologia dell’espistemologo Karl Popper.
Schopenhauer scriveva nel Mondo come volontà e rappresentazione
la testimonianza appassionante e illuminante di una crisi intellettuale
e morale che ancora oggi è lontana dall’essere risolta.
I
latini dicevano: Ubi societas ibi ius, ergo
ubi homo ibi ius. Quando, per esempio, mancano i bravi
giuristi, si è capaci di scrivere norme giuste in termini di principio
(mi riferisco a tutte le norme cassate in sede di verifica e controllo
giurisprudenziali) ma sbagliate nella forma.
La
Corte di Giustizia europea da qualche lustro si occupa quasi
esclusivamente di discriminazioni; ma senza scomodare le istituzioni
europee e farne semplicemente una questione legale, vorrei citare Kant:
da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può
costruire nulla di perfettamente dritto.
La
diffidenza verso le teorie troppo “dritte” rende consapevoli della
necessità di una società e formazione pluralista.
Alberto Valenti |
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17.06.2008
Verso il processo sul nuovo sacco di Roma
Berdini, Paolo
Dopo una pausa di riflessione
l’ex responsabile (sotto l’usbergo dell'ex sindaco) dell'urbanistica
romana querela chi lo ha denunciato. Qualche utile precisazione sui
fatti
Risale a quarant’anni fa il
processo intentato dalla potentissima Società generale immobiliare
contro l’Espresso di Arrigo Benedetti per la campagna di denuncie
di Manlio Cancogni sul sacco di Roma. Qualche giorno fa, l’ex assessore
all’urbanistica di Roma ha querelato Report di Milena Gabanelli
per il servizio sull’urbanistica romana firmato da Paolo Mondani.
Nella lunga memoria che
accompagna la querela si affrontano molte questioni con una singolare
premessa. Si contesta nel metodo la trasmissione perché affermava
esplicitamente di voler parlare del nuovo piano regolatore e ha fatto
invece vedere vicende precedenti al 2006, anno di approvazione del nuovo
piano. Eppure è lo stesso assessore ad affermare che il nuovo Prg “è
stato già attuato al 77%”. Evitiamo in questa sede di chiedere
attraverso quali misteriosi poteri un piano appena approvato sia già
pressoché concluso. Stupisce però la contestazione: per quindici
ininterrotti anni ci siamo sentiti ripetere che il pianificar facendo
era la chiave di volta della nuova urbanistica romana, poiché ogni
intervento anticipava il nuovo disegno urbano. E ora che una breve
trasmissione fa vedere il disastro urbanistico della città ci si offende
perché non si è parlato del futuro! E’ il presente, purtroppo, che
spaventa.
Nella stessa memoria si
continuano inoltre a citare come straordinari successi cose
assolutamente inesistenti. Vediamo. Si dice che le cubature previste
nelle centralità urbane sono state ridotte in modo drastico. Non c’è
stato nessun regalo alla rendita fondiaria, dunque. Ma non è affatto
vero. Le due più grandi centralità ancora da attuare, Romanina e
Madonnetta, avevano una destinazione pubblica nel precedente piano
regolatore. Servivano insomma per costruire un liceo o un ospedale. Il
nuovo piano regolatore ha trasformato quelle cubature da pubbliche a
private. Le volumetrie sono state diminuite ma era il minimo che si
dovesse fare e comunque sono state garantite enormi fortune private. Del
resto, è lo stesso proprietario di Romanina a confessare a Report
di aver acquistato nel 1990 l’area per 160 miliardi e che essa ne vale
oggi 5 o 6 volte di più. Analoga vicenda vale per la centralità della
Bufalotta. Anche in questo caso si afferma che le cubature sono state
ridotte senza pietà per la proprietà fondiaria. Grazie tante. In
quell’area si potevano fare soltanto capannoni e magazzini. E’ solo con
uno degli infiniti accordi di programma che quelle stesse cubature
–diminuite di poco- sono diventate ben più remunerative destinazioni
commerciali e residenziali. Il fatto è che a Roma ci sono stati in
questi anni due assessori all’urbanistica. Uno è quello “ufficiale” che
oggi si avventura in una temeraria querela. L’altro era addetto agli
accordi di programma e ne ha concretizzati molte decine, sempre in
variante e sempre con il consenso di tutta la giunte municipale.
Eppure, si continua ad
affermare che in questi anni alla rendita immobiliare sono stati inferti
colpi devastanti. Negli anni del sacco di Roma è invece avvenuta
un’inedita affermazione dei costruttori e immobiliaristi romani.
Francesco Gaetano Caltagirone oltre a possedere Il Messaggero e
il Mattino di Napoli siede nel cda del Monte dei Paschi di Siena.
Un esponente della famiglia Toti siede nel consiglio di amministrazione
di Rcs. Bonifici ha rilanciato e potenziato il quotidiano Il Tempo.
Un costruttore romano, infine, è a capo dell’associazione di categoria
nazionale. La rendita ha dunque trionfato. E non poteva essere
altrimenti, perché negli anni del precedente governo Berlusconi, Roma
insieme all’Istituto nazionale di urbanistica ha appoggiato convintamene
la devastante legge Lupi che consegnava alla proprietà immobiliare il
destino delle città.
Ancora. Per giustificare il
diluvio di cemento che è stato inflitto alla città (70 milioni di metri
cubi per una città che non cresce demograficamente!) abbiamo ascoltato
in questi anni fino all’ossessione che erano “stati vincolati per
sempre 88 mila ettari di preziosa compagna romana”. Stavolta il falso
era stato svelato dallo stesso comune di Roma. Fin dal 2002
l’assessorato ai lavori pubblici aveva infatti pubblicato uno studio
sullo stato della città che certificava che erano rimasti liberi 80 mila
ettari sui complessivi 129 mila. Eravamo in una data precedente
all’approvazione del nuovo piano regolatore e dunque già si partiva da
una quantità di campagna romana ben più piccola di quella sbandierata. A
seguito della edificazione dei previsti 70 milioni di metri cubi di
cemento verranno consumati non meno di 15.000 ettari di suolo.
Resteranno vincolati a campagna romana 65.000 ettari di territorio:
23.000 in meno di quelli spudoratamente sbandierati.
Ma il cemento non vola via con
i mantra, e i romani, mentre ascoltavano gli effetti annuncio di un
futuro di verde, vedevano quotidianamente spuntare le gru del delirio di
cemento armato che ci è stato propinato. Così hanno voltato le spalle a
questa dissennata urbanistica. Molta parte della sconfitta elettorale
sta qui. Basta guardare il voto in luoghi come Finocchio, dove a uno dei
furbetti del quartierino è stato permesso di fare tutto ciò che voleva.
O quello della Bufalotta, illusa di un meraviglioso destino e poi
lasciata cinicamente nelle mani del mercato.
E infine. Nella
periferia metropolitana di Roma, sono stati aperti in pochi anni
ventotto giganteschi centri commerciali. Gran parte di essi sono sorti
in deroga al piano regolatore utilizzando il grimaldello dell’accordo di
programma. Sono dislocati per lo più lungo il grande raccordo anulare e
impoveriscono le periferie perchè cancellano quel tessuto di piccolo
commercio che è il principale connotato della vita urbana.
Pochi mesi fa, un gruppo di
persone che attendeva lo scuolabus è stato investito da un’auto. E’
accaduto a Fiumicino, periferia abusiva metropolitana. Non c’era neppure
un marciapiede di protezione e sono morti tre bambine e due mamme. A
trecento metri brillano le vetrine del “Da Vinci”, uno dei più
grandi centri commerciali d’Europa, nato, come ovvio, attraverso accordo
di programma. Centinaia di ettari di terreno agricolo sono stati
destinati ad edificazione. I proprietari dell’area hanno guadagnato in
un solo colpo qualche centinaio di milioni di euro. Questa immensa
fortuna privata non ha neppure prodotto il miracolo di realizzare un
marciapiede che avrebbe potuto salvare cinque vite umane. Sono stati
accesi tanti megastore e si è spenta una città intera.
Quarant’anni fa era la più
potente società dei costruttori ad intimidire la stampa. Oggi è un
personaggio della politica traghettato senza traumi dalla sinistra
storica al centro che se la prende con una delle più libere e autorevoli
espressioni del giornalismo nazionale. E’ un segno dei tempi su cui
varrebbe la pena di riflettere: in entrambi i casi c’è di mezzo il sacco
urbanistico di Roma.
L'articolo è uscito su il
manifesto del 17 giugno 2008, col titolo Le gru
del delirio del cemento armato a Roma
Leggi
l'articolo su Eddyburg |
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05.06.08
«Ma dove vivi?», i nuovi spazi
urbani
Megalopoli e piccoli centri, tutti invasi e
strutturati dalla dimensione del consumo
La città, luogo di consumo, spazio vitale per
individui e collettività. La città, tema dei libri «La metropoli
consumata», di Antonietta Mazzette e di Emanuele Sgroi, e «Ma dove
vivi?», di Edoardo Salzano. Due volumi intorno ai quali l'altra sera ha
ruotato il convegno organizzato a Sassari dal Centro studi urbani
nell'aula magna della Facoltà di Scienze politiche. Un'occasione per
parlare e vedere da diversi punti di vista il bene comune che da sempre
attira i pensieri dei politici e catalizza l'interesse di urbanisti e
sociologi: la città. Dimora di molti e allo stesso tempo di nessuno e
che, secondo l'urbanista Salzano è spesso «poco conosciuta da coloro che
la abitano». Obiettivo principale del suo libro, infatti, è quello di
aiutare a comprendere la natura dei centri abitati. Perché è soltanto
attraverso la conoscenza dei concetti cardine dell'urbanistica e della
pianificazione territoriale che i cittadini possono concorrere alla
rinascita e alla trasformazione del proprio habitat. Conoscere per
migliorare la realtà nella quale si vive, in maniera tale che non siano
gli eletti di turno a decidere per la comunità, ma siano gli elettori a
divenire parte integrante delle politiche di governo e a far sì che il
territorio urbano non sia più una merce di scambio per pochi individui.
Una diversa analisi sul tema è quella dei docenti
di sociologia urbana Antonietta Mazzette ed Emanuele Sgroi, che nel loro
saggio concepiscono la metropoli del XXI secolo come casa del popolo dei
consumatori urbani.
Dimora del consumo che deve continuamente
rinnovarsi per essere competitiva in termini di attrazione e per
rispondere alle esigenze della società globalizzata. Una visione della
metropoli come spazio includente e allo stesso tempo escludente per il
soggetto urbano, che abita in un contesto architettonico e antropologico
in cui si assiste alla prevalenza dell'aspetto mercantile su quello
culturale e dei valori di scambio su quelli di uso.
Ma dato che la città oltre a essere oggetto di
studio è anche fonte di ispirazione, al convegno dell'altra sera,
coordinato dal giornalista Giacomo Mameli e dall'architetto Sandro
Roggio, hanno partecipato relatori di varie discipline: Arnaldo
Cecchini, professore di urbanistica ad Alghero, il critico d'arte
Giannella Demuro, la psicologa giuridica Patrizia Patrizi, il
giornalista Karl Hoffmann, il pittore e scultore Igino Panzino, il
musicista Angelo Vargiu, Camillo Tidore, sociologo urbano e l'attore
Sante Maurizi. Tanti punti di vista per parlare di un tema che si presta
a numerose interpretazioni.
Se si parla di Sassari ad esempio, la sua
dimensione urbana vista con gli occhi di un'artista come Igino Panzino è
rappresentata sia come cantiere aperto in perenne costruzione ed
espansione, sia come sede di luoghi chiusi e delimitati, come l'ex
manicomio Rizzeddu. Una contrapposizione spazio-tempo che si dilata o si
accorcia a seconda della prospettiva di chi guarda, come si evince dalle
parole della psicologa Patrizia Patrizi, quando parla di San Sebastiano:
«Nel carcere c'è molto tempo e poco spazio, nella città, invece, ci sono
molti spazi e poco tempo». Questo perché la prigione è una dimora del
niente, piuttosto statica, che nulla ha a che vedere con tutto ciò che è
dinamico e stimolante. Come la musica.
L'ambiente che ci circonda non cambia soltanto con
la costruzione di strade e palazzi, ma anche con impalcature fatte di
suoni. Costruzioni musicali capaci di dare nuova vita a scenari vecchi e
dismessi, a vie poco conosciute e apparentemente insignificanti. E così,
un concerto diventa il pretesto per animare e popolare scenari insoliti,
come è avvenuto nel mattatoio di Sassari, durante un'esibizione di
Angelo Vargiu. O come accade ogni anno a Berchidda durante il festival «Time
in jazz». Una rassegna capace di trasformare un tranquillo paese di
circa 3000 anime in un palcoscenico artistico, crocevia di culture e
linguaggi. «Time in jazz - dice Demuro - è un'architettura della
cultura. Un festival che popola i luoghi coi suoni e che ogni volta
cambia la realtà di Berchidda e dintorni, cercando però di conservarne
l'identità».
Bello o brutto che sia, dunque, ogni centro abitato
riflette l'immagine degli uomini che lo hanno creato e vissuto. Perché,
come sostiene Antonietta Mazzette «lo stare in un luogo lo modifica». E
a parere di Edoardo Salzano «un territorio si può cambiare semplicemente
conservando il preesistente». Ma per fare simili politiche bisogna
conoscere l'urbanistica. Materia che insegna Arnaldo Cecchini, secondo
il quale «la città è sempre più un punto dove persone diverse possono
incontrarsi e dove allo stesso tempo è difficile incontrarsi». Città che
è covo di contraddizioni anche secondo il giornalista Karl Hoffman, che
prendendo spunto dall'attualità parla di luogo degli altri (immigrati e
clandestini che vivono in Italia) e di luoghi di nessuno (si riferisce a
Scampia e Secondigliano, dove si convive con immondizia e degrado). La
realtà che supera la finzione e che ispira i film di oggi, come quelli
di ieri. Come i tre che prende ad esempio l'attore Sante Maurizi per
mostrare l'immagine della Sardegna e dei suoi abitanti: «I protagonisti»
di Marcello Fondato, «Sequestro di persona» (Gianfranco Mingozzi) e
«Disegno di Sangue» di Gianfranco Cabiddu. Pellicole che parlano di
turismo, rapimenti, speculazioni edilizie e che mostrano l'isola in
maniera spesso diversa da come la percepiscono coloro che vi abitano.
Marta Virdis |
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30.05.08
I diritti sofferti
Il Centro studi urbani ha organizzato
per martedì 3 giugno un seminario di studi su Interpretare i luoghi.
Eventi, immagini, parole, suoni.
Come luogo dell’incontro - che prende
spunto dai volumi “Ma dove vivi?” di Edoardo Salzano e “La
metropoli consumata” di Antonietta Mazzette ed Emanuele Sgroi - è
stata scelta l’Aula Magna dell’Università di Sassari.
Luogo, questo, privilegiato dal Centro
sia perché rappresenta simbolicamente la cultura scientifica della città
e del territorio vasto, sia perché è uno dei pochi spazi belli e aperti
che Sassari può offrire ai suoi cittadini.
Di
questo duplice significato eravamo tutti convinti. Ma Francesca Arcadu
ci ha evidenziato quanto riservata sia questa apertura, come mi ha
scritto in una sua dura ma giusta critica: “ visto che ci
conosciamo da qualche anno e non abbiamo bisogno di altri preamboli, mi
viene da pensare: ma il centro studi urbani una riflessione di almeno 5
minuti sul fatto che il diritto di cittadinanza passi anche attraverso
l'accesso, il vivere i luoghi e sentirsi parte di essi, l'ha mai fatta?
Il rispetto per i diritti umani si traduce anche nella partecipazione
civile di tutti i cittadini, nessuno escluso, come recentemente ribadito
dalla “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con
Disabilità”, adottata lo scorso marzo dagli Stati membri delle Nazioni
Unite, che considera le barriere architettoniche come violazione dei
diritti umani (artt. 9 e 30)”.
Il Centro ha raccolto questa critica e
l’ha fatta propria, cambiando rapidamente la sede dell’iniziativa e
spostandola in un’aula certamente meno prestigiosa e non bella come
quella di piazza Università (Aula magna della Facoltà di Scienze
Politiche, Viale Mancini, 1, presso il Quadrilatero), ma almeno
accessibile a tutti.
Consideriamo questo spostamento un
ripiego provvisorio e non una conquista civile. Accettiamo la sfida di
Francesca sulle istanze di inclusione che lei e molte altre persone
avanzano da anni in questa città, impegnandoci a non promuovere le
nostre iniziative nell’Aula Magna da noi molto amata, fintanto che non
verranno abbattute le barriere architettoniche.
Antonietta Mazzette
Coordinatrice del Centro
studi urbani |
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24.05.08
Contro la tortura. Ai
parlamentari sardi: difendete il territorio della civiltà
di Sante Maurizi
Territorio. È tornata di moda una
parola con la quale baldanzosi assessori in moto verso più alti
traguardi intitolavano negli anni ottanta mille convegni che trattavano
di «sanità e territorio», «istruzione e territorio», «ambiente e
territorio», «turismo e territorio». All’elenco mancava solo «territorio
e territorio», ma chissà: non è detta l’ultima parola, ora che gli
eletti dedicano sempre maggiore attenzione alle agenzie e agli uffici
stampa, i quali ripagano spesso con prodigiose invenzioni sintattiche.
In questo primo mese post-elezioni la parola magica è servita a spiegare
i successi degli uni e le cadute degli altri, anche se in una democrazia
parlamentare si è innegabilmente rappresentanti del popolo su base
territoriale, visto che da tempo il censo, il sesso o qualunque altro
criterio pare non contino più molto.
«Sugnu leghista!» dichiara con
orgoglio Angela Maraventano, vice sindaco di Lampedusa: «Ho dei progetti
ben precisi: promuoverò un referendum che annetta la mia isola alla
provincia di Bergamo». Non è una battuta di Achille Campanile. È sempre
lei, la Maraventano, quella che i telegiornali definiscono pasionaria di
Bossi, neo senatrice della Lega eletta in Emilia-Romagna. Nel paese che
tutti gioiscono a definire ormai normale (normalizzato: anche il fremito
d’orgoglio del presidente Napolitano per la veloce definizione della
squadra di governo fa parte del filone) ecco finalmente la definizione
di «territorio»: non è più uno spazio né una comunità, ma una proprietà.
Che posso spostare a seconda delle convenienze. Una merce. E le merci,
per definizione, prescindono dalla geografia.
Faccio una modesta proposta ai
deputati e senatori sardi. Un mese prima delle elezioni, i pm del
processo per i fatti svoltisi nella caserma di Bolzaneto durante il G8
di Genova, chiesero 76 anni di carcere per i 44 imputati di violenze nei
confronti dei fermati. «Violenze», giacché il reato di tortura in Italia
non esiste. Grazie a quelle requisitorie non fu più possibile mantenere
il silenzio calato sul processo, e finalmente i media parlarono di
quella vicenda e della scandalosa inadempienza dell’Italia: «la
violazione simultanea e flagrante di tre importanti trattati
internazionali che l' Italia aveva contribuito ad elaborare e si era
solennemente impegnata a rispettare - ha scritto Antonio Cassese sulla
‘Repubblica’ del 20 marzo: - la Convenzione europea dei diritti dell'
uomo del 1950, il Patto dell' Onu sui diritti civili e politici del
1966, e la Convenzione dell' Onu contro la tortura del 1984».
Malgrado 20 progetti di legge siano stati presentati in
Parlamento dal 1996, anche l’ultima legislatura si è chiusa senza che la
parola tortura sia entrata nel codice penale. «Non
ci resta che sperare - concludeva Cassese - che il prossimo Parlamento
sia meno inefficiente: il giorno in cui smettiamo di indignarci per
fatti come quelli di Bolzaneto, la democrazia è morta in Italia».
Gentili parlamentari sardi. Farete
senz’altro bene i rappresentanti dei vostri territori e dell’intera
Sardegna. Ma fatevi promotori, tutti e assieme, di una forte azione che
porti alla definizione limpida e inequivocabile del reato di tortura.
Anche per ricordare che poco più di un anno prima di Bolzaneto, nel
carcere di Sassari si commisero violenze inaudite con le stesse
modalità. Continuerete ad appartenere alla nostra isola anche
impegnandovi in una battaglia di civiltà. A furia di rimpicciolirle, le
appartenenze, finiscono per diventare di sangue o d’altare. |
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14.04.08
I grandi eventi portano spesso,
nel tributo all’efficienza, il rischio di mettere in mora la democrazia,
e, indebolendosi i controlli, quello degli abusi. Normative e procedure
di emergenza che indeboliscono le leggi di tutela del paesaggio e hanno
rapporto diretto con l’esecutivo le vedemmo per la prima volta con
Berlusconi: se non ricordo male, con la Protezione Civile. Proprio un
ottimo modello. Ma, soprattutto, sono noti i rischi di uno sviluppo
turistico sbilanciato sul lusso: lo scrisse parlando di La Maddalena
l’estate scorsa sul Manifesto Sardo Ignazio Camarda, già presidente
dell’Ente Parco e uno dei consulenti scientifici del PPR. In tal modo
si rafforzano, a contatto con un ecosistema delicato, presenze di
dubbia sensibilità ambientale e generalmente infastidite dalle regole.
Ma il sistema ‘parco’, possibile garanzia di fronte a tali rischi, è
oggetto di un feroce attacco, di una strategia di abbattimento dei
parchi nazionali in modo da avere esclusive competenze regionali e meno
problemi per i piani di ‘alto livello turistico’. Un conto è la
necessaria modifica della legge quadro sulle aree protette, poco
inclusiva delle popolazioni dei territori interessati, un conto è
rinunciare al sistema pubblico della tutela. Vi è ancora una tensione
inedita fra leggi speciali, Regione, norme di tutela nazionali e
paesaggi radicati nel Paese e nella sua Costituzione, spia di un
conflitto che rischia di aggravarsi nel prossimo scenario politico.
Si
capisce che una comunità in qualche modo abituata ai dollari e
all’esproprio permanente possa opporsi a qualsiasi pratica poco veloce
e incerta di sviluppo sostenibile, ma è necessario riflettere sui rischi
di uno sbilanciamento verso il turismo di élite, sul ripetere, in chiave
formalmente ‘progressista’, il modello Costa Smeralda, senza ragionare
su più equilibrati modelli “di successo”, alcuni - pur con diverse
criticità - disponibili nella stessa Sardegna (magari l’Algherese).
Nella fretta di costruire latita sia a destra che a sinistra,
soprattutto nelle forze tradizionali, una discussione sui modelli di
sviluppo. Ora si taglia alla radice, in omaggio ad emergenza, segreto di
Stato, poche firme dell’architettura e rapidissime associazioni
temporanee d’impresa.
L’Arcipelago della Maddalena (e l’Asinara) sono da tempo nella
tentative list dell’Unesco (n.ri 2008 e 5002) con altissime
valutazioni, e siamo certi che il destino migliore per le isole sarde, a
partire da Maddalena e Asinara tutelate da un rinnovato sistema di
parchi, stia nella valorizzazione dell’ambiente e nell’essere centri di
uno sviluppo diverso e sostenibile, visitabili dalle scuole di tutto il
mondo come esemplari luoghi di ricerca e didattica, per un target che
non occuperebbe per pochi mesi soggetti alle turbolenze delle mode
dell’euro i luoghi, ma il territorio con un flusso più costante e meno
aggressivo. Vi è migliore e più stabile lavoro nell’ipotesi alberghiera
di alto livello e relativa filiera, o in quanto ruota attorno allo
sviluppo sostenibile e alla Conoscenza? Mi sarebbe piaciuto vedere,
comunque, somme speciali per il Compendio Garibaldino di Caprera, per
il Museo Lamboglia (imperniato sul celebre relitto romano di Spargi),
per la tutela dei siti archeologici ed architettonici dell’arcipelago.
Renato
Soru ha pensato di aprire in occasione del G8 un dibattito mondiale
sull’ambiente e le energie rinnovabili: ma gli ospiti di questo inutile
consesso, eversori delle Nazioni Unite, sono i titolari del modello di
sviluppo che, incardinato ai destini del petrolio e dell’industria
militare, sta distruggendo il pianeta. Da Bush, principale responsabile
dell’affossamento del protocollo di Kyoto (ma Soru non ha avuto il
premio Kyoto 2012?!), pare logico aspettarsi, nella lettera e nello
spirito, orecchie da mercante. Dubito – anche se venisse catturata
qualche immagine di fascino fra Nobel disponibili – che un dibattito
all’ombra dei potenti del mondo possa essere credibile. Prestarsi a
questa sceneggiata significa dare alibi a lorsignori.
C’è da augurarsi che, sulla scorta delle migliori
esperienze del Forum mondiale, almeno i movimenti per la pace e gruppi e
persone capaci di critiche vere contro i rischi della globalizzazione
rilancino, sfuggendo alla sceneggiata militare e paramilitare per
lasciarla in toto a chi ce l’ha nel sangue, un dibattito
vero sulla difesa di beni comuni come i paesaggi, l’aria, l’acqua, il
lavoro liberato dagli orrori dell’industria militare. Un contro vertice
pacifico e globale delle competenze e dello sviluppo sostenibile che
proietti la migliore Sardegna verso il mondo.
Marcello Madau |
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04.04.08
Prove di Governance ….. Waiting for Godot.
L’incontro promosso nei giorni scorsi da Assoindustria e Organizzazioni
sindacali della provincia di Sassari è un segnale molto incoraggiante
per il futuro del Nord ovest della Sardegna.
A molti è apparso strano vedere l’associazione che rappresenta gli
interessi degli imprenditori e quelle che, da sempre, tutelano i
lavoratori seduti dalla stessa parte del tavolo per richiamare
l’attenzione sulla crisi di un intero territorio, per verificare lo
stato dell’Intesa istituzionale di programma con la Regione e per
proporre unitariamente un progetto di sviluppo.
In attesa della Regione i nostri “Vladimiro e Estragone” sociali
hanno intrapreso l’unica strada percorribile, unendosi e facendo la
“prima mossa”.
Siamo di fronte a quella che viene definita un’azione di Governance;
quella che nel resto d’Europa sta alla base di qualsiasi programma
di sviluppo del territorio. Un modello di pluralismo nuovo, o meglio, un
modello diverso di politica degli interessi, della loro rappresentanza e
mediazione. Uno strumento che individua l’obiettivo da raggiungere e
chiama in causa tutti gli attori protagonisti per concorrere al governo
delle dinamiche di sviluppo.
Non interessi contrapposti, ma coinvolti collegialmente per la
valorizzazione delle potenzialità intrinseche a ogni gruppo sociale.
Massimo D’Antona, tra i più grandi esperti di diritto del lavoro e
relazioni industriali, spesso utilizzava il termine “sussidiarietà
orizzontale” per identificare un impegno dei rappresentanti dei singoli
interessi in gioco per la Governance delle politiche di sviluppo.
Un metodo efficace, anche se rimane l’amaro in bocca per il solito
atteggiamento di attesa che le parti sociali hanno rispetto alla
politica. È sicuramente necessaria la presenza delle istituzioni tra i
protagonisti della Governance ma osservando lo stato delle cose
non è più il tempo dell’attesa di un segnale dalla Regione o dal
Governo.
È necessario fare autocritica; la parte meridionale della Sardegna
cresce, anche nel settore turistico tanto caro all’associazione
industriali del Nord dell’Isola, quanto quello dei servizi e delle PMI.
Questo perché hanno saputo rinnovarsi, praticare prezzi competitivi,
convogliare i soldi per le infrastrutture (si veda la situazione delle
strade e delle ferrovie), creare l’indotto e programmare a medio lungo
termine.
Alla base di tutto sta l’attenzione posta nella fase di formazione delle
decisioni da prendere e dell’analisi dei rapporti che intercorrono tra
interessi sociali e potere pubblico.
Chi più dei soggetti seduti a quel tavolo ha l’esperienza e le
competenze per fare tutto ciò?
Si propongano concertazioni territoriali (e non al ribasso come fatto
finora) per contrastare l’emergenza si dia agli imprenditori che
assicurano le garanzie e le tutele ai lavoratori (attraverso la
sottoscrizione di codici etici), si pensi a un programma di
partecipazione dei lavoratori alle imprese, si sfruttino davvero le
politiche attive del lavoro, la formazione, e si intensifichino i
controlli che garantiscono la salute delle imprese e dei dipendenti.
Si attivi un efficiente programma di collocamento, si concluda la
stagione dei contributi a pioggia e si incentivi l’impresa presso coloro
che vogliano veramente fare gli imprenditori. Infatti la strategia della
mano tesa o del ricatto elettorale è di breve periodo, deresponsabilizza
momentaneamente i veri protagonisti dello sviluppo individuando negli
amministratori pro tempore i “cattivi” del governo del
territorio.
Alberto Valenti |
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26.03.08
Olbia-Tempio e il vescovo
Ancora
fino a pochi decenni fa Tempio Pausania, ai piedi del Limbara, era il
capoluogo della Gallura, con titolo di città che non spettava a Olbia,
borgo cresciuto nei pressi di un approdo potenzialmente fortunato.
Poi,
per ragioni note, alla crescita frenetica di Olbia corrisponde il
declino di Tempio. La distanza del mare ha significato qualcosa nella
storia dell'isola e nella competizione tra centri urbani nella
Sardegna contemporanea: chi prefigurava il vuoto al centro, senza più presìdi, comincia ad avere i riscontri temuti.
La
notizia pasquale secondo cui il vescovo di Tempio sarebbe intenzionato a
prendere casa a Olbia non è di poco conto. Il riconoscimento autorevole
– di un processo inarrestabile – , assume un valore più che simbolico.
E' facile immaginare che la Chiesa abbia sempre ubicato le sedi della
amministrazione nei territori in relazione alla presenza e al movimento
delle anime ( pare che la prima diocesi gallurese fosse a Olbia nel
Medioevo). Ma sembra di capire che la dislocazione delle diocesi nei
territori sia stata (e sia), almeno nelle intenzioni pastorali,
indifferente alla geografia politica e ai flussi del denaro. Leggendo
l'articolo
viene il sospetto di qualche interferenza della politica
sulle scelte del vescovo di Tempio ( chissà a che serve una variante al
piano particolareggiato !!); e che tra le valutazioni delle gerarchie
ecclesiastiche sia sottintesa quella ultraterrena che riguarda la forza
e la capacità attrattiva della città di Berlusconi e del Billionaire.(SR)
Il vescovo prende casa a Olbia
Mele, Giandomenico
il Sardegna 22. 03.2008
Crolla la
chiesa ma è in arrivo una casa per il vescovo. A margine della caduta di
un cornicione nella chiesa di San Paolo, spuntano 500mila euro per
rimettere a posto il vecchio palazzo Achenza, destinato a diventare la
residenza di Olbia per il vescovo Sebastiano Sanguinetti. Una novità che
potrebbe rilanciare le voci circa un progressivo avvicinamento della
sede vescovile della diocesi di Tempio-Ampurias verso il capoluogo, la
città economicamente più importante della Gallura. Il Comune ha
stanziato i finanziamenti per ristrutturare il palazzetto signorile in
via Achenza, accanto alla chiesa di San Paolo, nel cuore del centro
storico di Olbia. La Curia attende solo una variante al piano
particolareggiato del centro storico per iniziare i lavori, previsti al
massimo entro l'estate. L'amministrazione ha deciso di accelerare i
tempi per dare compiutezza alla nuova sede vescovile. Scisma
sotterraneo, guerra tra campanili ecclesiastici? Di certo sotto la
cenere cova un po' di fuoco. La delibera è già stata approvata dalla
giunta comunale. La Conferenza episcopale italiana ha deciso di
stanziare altri 400mila euro per finanziare il recupero. Il progetto è
nelle mani di un pool di architetti che ha il compito di disegnare la
futura dimora a beneficio della massima guida spirituale del territorio.
Ufficialmente il Comune si è affrettato a smentire qualsiasi ipotesi di
scippo ai danni di Tempio, la funzione della sede sarebbe solo quella di
ospitare monsignor Sebastiano Sanguinetti durante le sue frequenti
visite in città, spesso per importanti impegni istituzionali,
sollevandolo da spostamenti sgraditi.
Una
sorta di sede di rappresentanza della quale, va detto, si parlava oramai
da anni. Ma, si sa, i rapporti tra i due campanili, sull' importante
questione del primato ecclesiastico, sono stati sempre tesi. Il palazzo
signorile di tre piani, tra via Achenza e via Cagliari, è adiacente alla
chiesa di San Paolo. È stato espropriato dal Comune, che ora vuole
trasformarlo nella sede della curia vescovile in città.
L'idea
era nata già con la giunta Nizzi, poi il progetto è stato raccolto
dall'amministrazione Giovannelli. Per il progetto sono arrivati anche i
contributi della Cei, una cosa normale dal momento che di solito gli
interventi dell'amministrazione nei luoghi di culto sono sostenuti dalla
stessa chiesa che si fa carico di una parte dei costi. Da parte del
Comune è stata valutata anche l'opportunità di restituire alla città un
palazzo di alto pregio architettonico. I provvedimenti burocratici
camminano su un doppio binario, fatto di atti concreti e diplomazia di
facciata. Da una parte il Comune prepara quella che, negli atti di
giunta, viene definita a tutti gli effetti “nuova sede
vescovile”, dall'altra cerca di ridimensionarla a mera residenza
ecclesiastica per brevi permanenze in città. Certo all'occhio
campanilistico di Tempio Pausania non potrà sfuggire il progressivo
spostamento del baricentro ecclesiastico verso Olbia, che non ha messo
tra le cose da fare solo la creazione del vescovado, ma una serie di
interventi per tutte le chiese di Olbia.
Con una
priorità: quella della chiesa di San Paolo, vicina di casa della sede
vescovile, dove impalcature stanno preservando lo svolgimento della
Settimana Santa da improvvise cadute di cornicioni dal soffitto. |
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18.03.2008
Stalking o
“semplici” molestie?
Anna Bussu (*)
Le molestie assillanti (o stalking) non sembrano
costituire un fenomeno criminale circoscritto e nascosto: lo dimostrano
recenti fatti di cronaca locale. Spesso il molestatore, a seconda delle
modalità utilizzate, finisce per vincolare la libertà e la sicurezza
personale della vittima, tanto da spingerla alla denuncia. La cronaca
propone il cliché del molestatore ex partner, il “respinto”, che
inizia la persecuzione dopo l’abbandono, tentando “goffamente” una
riconciliazione. L’abbandono rischia infatti di minare l’autostima del
molestatore e la vittima viene vissuta come una parte di sé perduta.
Nella maggior parte dei casi, le “molestie” denunciate
non sono assillanti, ma risultano comunque di disturbo e difficile
gestione da parte della vittima: un fenomeno, quindi, da osservare,
prevenire e monitorare per evitare che azioni episodiche vengano
reiterate nel tempo fino a configurarsi come vero e proprio stalking.
Nell’ambito delle attività del Centro di Studi
Urbani, e specificatamente della ricerca sulla criminalità in
Sardegna, coordinata da Antonietta Mazzette, abbiamo recentemente
condotto una ricerca regionale sulle molestie, supervisionata da
Patrizia Patrizi. L’analisi ha riguardato poco meno di 1000 casi, con
l’obiettivo di definire i profili del molestatore e della vittima, le
modalità e le dinamiche del reato. E’ emerso che nella maggior parte
dei casi si tratta di molestie telefoniche di cui, nello
specifico, circa un centinaio attraverso modalità che possono garantire
l’anonimato, ad esempio sms al cellulare. Due le principali tipologie di
molestatori telefonici: il disturbante muto, nel
caso in cui la molestia si limiti a telefonate mute o interrotte o a
semplici squilli telefonici, prima che l’interlocutore riesca a
rispondere e il disturbante inoffensivo,
quando l’intento è evidentemente quello di un banale scherzo, attuato
spesso da minorenni, realizzato magari solo una volta nei confronti di
una vittima il più delle volte casuale, che spesso denuncia subito il
reato. Le telefonate sono frequentemente caratterizzate da contenuti
ingiuriosi e minacciosi con l’intento di offendere e spaventare la
vittima, rumori senza parole, voci ansimanti e camuffate per non farsi
riconoscere. Le azioni disturbanti si realizzano un po’ in tutti gli
orari, con prevalenza, comunque, della fascia notturna, indubbiamente
più vulnerabile. Inoltre diverse molestie, quelle più gravose, sono
state agite di persona con appostamenti e sorveglianze o mediante
comunicazione scritta (lettere, bigliettini, fax, email, etc.), in
alcuni casi comunicazioni pubbliche, ad esempio mediante annunci in
quotidiani, riviste, internet, graffiti nei muri, per ottenere una buona
visibilità, ridicolizzando e mettendo in difficoltà la persona
molestata, o facendole doni non richiesti. Anche la scelta di "colpire"
in internet (il cyberstalking), mediante posta elettronica, sta
aumentando perché permette al molestatore di infastidire la vittima in
qualsiasi momento, velocemente e a basso costo, restando nell’anonimato.
Mediamente le molestie si realizzano in un arco temporale compreso tra
un giorno, in genere quando scatta subito la denuncia, a 5-6 mesi,
massimo un anno, e si interrompono autonomamente o perché la vittima
esasperata decide alla fine di segnalare il caso.
Dalla
ricerca emerge che il numero di molestatori uomini (70%) è
notevolmente maggiore rispetto a quello delle donne (30%). Il reo ha
un’età compresa tra i 18 e i 39 anni. Rispetto alla carriera criminale,
si evince che solamente ¼ del campione (106 su 424 casi) ha avuto
precedenti e comunque solamente una minima parte ne ha avuti per il
reato di molestia: si tratta, quindi, di incensurati che si trovano a
compiere molestie finalizzate a una sola vittima. La vittima tipo
della nostra indagine, generalmente donna, appartiene alla fascia adulta
che va dai 28 ai 48 anni. Il numero degli uomini è comunque elevato,
generalmente vittime di molestie telefoniche, minacce, ingiurie,
danneggiamenti e spesso comportamenti disturbanti e dispetti tra vicini
di casa. In una ricerca correlata abbiamo cercato di capire se la
vittima modifica abitudini o stili di vita per difendersi dal
molestatore. Generalmente utilizza stratagemmi personali, esce in
compagnia e cerca di farsi riaccompagnare a casa da qualcuno, oppure
informa un conoscente o un familiare dei suoi spostamenti. Se le
telefonate sono assillanti, cambia il numero telefonico o lo mette sotto
controllo registrando le chiamate con la segreteria telefonica.
Modifica, per disorientare il molestatore, gli orari e il percorso
abituale per rientrare a casa e, in alcuni casi, decide di imparare
tecniche di difesa personale per sentirsi più sicura. Solamente nei casi
più gravi di stalking, la vittima ha preferito cambiare residenza, a
volte anche città. Un aspetto preoccupante è la scelta di “tutelarsi”
con l’isolamento, che favorisce involontariamente lo stalker nel
raggiungimento dell’obiettivo: destabilizzare la vittima, impaurirla e
punirla. Condividere invece la propria situazione di disagio con la
propria rete di relazioni, richiedere l’aiuto delle Forze dell’ordine,
dei Servizi socio - sanitari e dei Centri locali antiviolenza può
costituire il primo passo per sentirsi più sicuri e per limitare il
“potere” del molestatore.
__________________________
Per approfondimenti sui risultati
della ricerca consultare il sito
www.centrostudiurbani.it
(*) dottoranda in Scienze della
Governance e Sistemi complessi |
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I morti sul
lavoro, la Costituzione e le elezioni
«L’Italia detiene il
primato europeo per numero di morti sul lavoro». Nel sessantesimo
anniversario della Costituzione niente come questo dato, diffuso ieri
dall’Associazione mutilati e invalidi del lavoro, precisa il vero
carattere nazionale, definitosi nei tre lustri della «lunga transizione
italiana»: la resa politica all’esistente. Il rapporto dell’Anmil, il
monitoraggio in un decennio delle morti bianche, evidenzia che il
quotidiano bollettino di «guerra a bassa intensità» mostra che non si
tratta di un fenomeno occasionale ma «profondamente innervato nel modo
di produzione». Peggiore epitaffio sulla nostra Carta fondamentale non
poteva esserci.
Mentre la sicurezza sul lavoro è espressamente definita in alcune
costituzioni europee, solo in quella italiana il lavoro «fonda» la
repubblica e la stessa democrazia. Siamo dunque anche i primi a fissare
la distanza fra le parole e le cose. Si dirà: non stiamo a misurare i
principi inapplicati o elusi, la Costituzione è una prospettiva, un tendere a-, stabilito inoltre in una fase
particolare della storia nazionale da una classe politica che aveva
allora altri orizzonti in un mondo totalmente diverso da quello odierno.
Certo, tutte le costituzioni interrogano ciascun essere umano su quale
sia l’immagine di sé, il progetto di sé come cittadino. Quella italiana
in particolare: si trattava di avviare un processo di fondazione
dell’Italiano dopo vent’anni di dittatura e una guerra perduta. Ma
riscontrare l’assenza di questa ambizione nell’oggi non è faccenda da
moralisti, e chi - soprattutto a sinistra - si prepara alla competizione
elettorale dovrebbe averlo ben presente, purché provi a convincere che
non chiede di essere nominato a consigliere di amministrazione di
un’azienda in pre-liquidazione.
Provo a dirlo con
un’immagine: quella del simbolo della Repubblica, sessantenne
anch’esso. Ricordate? Un ramo di ulivo e uno di quercia che circondano
una stella inscritta su una ruota dentata: la pace - la concordia - e la
forza - la dignità - del popolo italiano garanti del patto statuale (la
stella) fondato sul lavoro (la ruota). Un’Italia non più contadina che
legava alla ruota dentata - all’ingranaggio, alla fabbrica - l’idea
stessa del lavoro. È come se la fine del Novecento, delle grandi
narrazioni e delle utopie, abbia portato con sé anche la fabbrica, e con
essa, conseguentemente, sia scomparso anche il lavoro. Solo tragedie
come quella della ThyssenKrupp paiono restituire ad esso una centralità
nel discorso pubblico: questo è il prezzo forse più pesante che paghiamo
in questi anni, con effetti più durevoli di quanto accada per altri
peccati nazionali. Peggio di come, ad esempio, si faccia quotidianamente
strame del principio di uguaglianza di fronte alla legge: sia che si
proceda a nomine in aziende pubbliche o che si abroghi una legge sul
falso in bilancio per scamparne le conseguenze.
I segnali che vengono
dalle «dimenticanze» dei pomposi documenti del Partito Democratico non
sono incoraggianti anche per la Costituzione. La sensazione è che non
abbiamo ancora toccato il fondo, appena le prossime elezioni e gli
avvenimenti seguenti ci mostreranno ciò che - ancora una volta - sarà in
gioco: la liquidazione della nostra Carta fondamentale. Come buona parte
dei sessantenni, si prepari ad andare in pensione. (Sante
Maurizi) |
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06.02.08
Investimenti della malavita organizzata nelle coste
sarde, specialmente in Gallura. Non è una novità. Una circostanza che
torna ciclicamente, e anche casualmente, esito di inchieste che seguono
altre piste. La compravendita di aree fabbricabili o complessi
realizzati spesso per via di piani molto compiacenti agevola in molto
casi il riciclaggio di denaro sporco. Da almeno una trentina di anni,
come hanno riferito i magistrati in varie occasioni, somme considerevoli
transitano da queste parti per diventare pulite case a schiera. È facile
immaginare che tanto denaro abbia inciso in modo rilevante nei processi
decisionali. Un'altra ragione per sostenere fermamente le ragioni del
Piano paesaggistico: lo spreco di luoghi bellissimi è a vantaggio di
pochi e succede che che tra questi ci siano mafiosi e camorristi (s.r.)
La mafia a Pittulongu di Paoletta Farina in La Nuova
Sardegna del 3 febbraio 2008
OLBIA. Soldi delle armi e della droga della ‘ndrangheta ripuliti in
Svizzera e poi indirizzati verso investimenti immobiliari in Gallura
dove buona parte degli indagati era di casa. C’è uno spaccato
dell’appetito delle cosche mafiose per l’isola nell’ordinanza di
custodia cautelare del giudice delle indagini preliminari di Milano
Guido Salvini che ha raggiunto, su richiesta del pm Mario Venditti, nove
persone accusate di riciclaggio aggravato dal favoreggiamento mafioso e
dal reimpiego in attività economiche di somme provenienti da reati. Tra
loro nomi di spicco del mondo affaristico che nasconde i suoi segreti in
cassette di sicurezza e in conti riservati delle banche elvetiche e
dei paradisi fiscali, ma anche personaggi sardi o comunque di origine
isolana. Come Sergio Contu, 42 anni, lo skipper olbiese finito in
manette per un episodio legato alla vendita per 330mila euro di un
motoscafo Riva, (dietro la quale si nasconderebbe l’occultamento di
fondi illeciti), a Salvatore Paulangelo, 44 anni. Paulangelo è un altro
arrestato dell’inchiesta milanese, amministratore finanziario con villa
a Pittulongu che viene considerato uno dei nomi di spicco
dell’inchiesta. E ancora Paolo Desole, figlio di Gavino, anche lui
quarantatreenne, cittadino svizzero con alle spalle numerosi guai con la
giustizia per traffico di cocaina, e su un conto del quale sarebbero
transitati 47 milioni di dollari. E poi tutta una serie di nomi di
persone molto note a Olbia per essere imprenditori, proprietari di
terreni e hotel, alcuni di loro legati al mondo del calcio, che popolano
le 269 pagine del provvedimento di arresto.
Uomo
chiave e deus ex machina dei traffici l’avvocato milanese Giuseppe Melzi,
66 anni, ex paladino dei piccoli risparmiatori dopo il crac del Banco
Ambrosiano e, a leggere le recenti accuse, spregiudicato manovratore di
soldi che hanno portato altri piccoli investitori di società andate in
bancarotta a perdere tutti i loro risparmi. Sullo sfondo il panorama dei
terreni olbiesi, tra cui 500 ettari di pregio, in cui si muove il
nutrito gruppo di procacciatori, imprenditori «indigeni» (parola del gip
Salvini) che aspirano a fare l’affare del secolo. In un tourbillon di
incontri e telefonate prontamente spiati e intercettati dagli
investigatori, nell’arco di un’indagine che si è snodata dal 2000 al
2004.
L’inchiesta
«Il
presente procedimento è stato reso possibile ed è giunto ad esiti
significativi grazie all’osmosi investigativa tra diverse indagini
condotte a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia che hanno affrontato
reati sicuramente definibili come “transnazionali” essendo l’espressione
di un gruppo organizzato di stampo ‘ndranghetistico nato e sviluppatosi
originariamente in Italia, ed in particolare nella zona di Mesoraca, in
provincia di Crotone, (dove è attiva la cosca Ferrazzo n.d.r) ma che si
è ramificato in territorio elvetico non solo per commettere reati in
materia di stupefacenti e di armi, spostate tra i due Paesi, ma
soprattutto per realizzare un’imponente attività di riciclaggio». Cos
scrive il magistrato Salvini secondo il quale «a tale fine è stata
allestita in Svizzera, quantomeno dalla fine degli anni ‘90, tramite
società finanziarie costituite ad hoc, una sofisticata macchina di
ripulitura di somme di denaro provenienti dalle attività criminali
“ragione sociale” dell’organizzazione».
Semplice il meccanismo di lavaggio dei soldi: le «lavatrici» allestite
dagli indagati sarebbero due società finanziarie la World Financial
Services AG (WFS) e la PP Finanz Service GmbH di Zurigo, tra loro
collegate, i cui patrimoni erano «caratterizzati da un’assoluta
confusione contabile» e dalle quali alcuni degli arrestati avrebbero
attinto per arricchirsi personalmente. Infatti, quelle societè che
ufficialmente si occupavano di raccogliere capitali, direttamente o
attraverso intermediari, da una clientela di investitori svizzeri e
internazionali per operare sul mercato Forex, raccoglievano anche «masse
di contanti di origine a dir poco incerta». Basti pensare che
un’impiegata della WFS ha testimoniato che Paulangelo e altri uomini
della stessa società andavano in aereo in Calabria e rientravano con
valige di soldi in contanti che venivano messi nella cassaforte e non
venivano contabilizzati nel sistema informativo e che alcuni “clienti”,
a tarda ora, si presentavano in ufficio con pistole sotto la giacca. La
cosca Ferrazzo secondo quanto hanno appurato gli inquirenti,
praticamente si serviva delle due società WFS e PP Finanz come
contenitore di soldi raggranellati grazie al crimine. Nel 2002 il crac,
ma il gruppo di affari ha messo al sicuro il denaro in altre società o
negli investimenti immobiliari privati in Sardegna.
Gli investimenti in Sardegna.
Un
ruolo fondamentale sul fronte sardo ha svolto Alfonso Zoccola, svizzero
trentanovenne. Un «esperto in truffe finanziarie» è definito dal giudice
Salvini, consumate proprio
in Svizzera ed entrato nella WFS nel 2001 come socio occulto. Di fatto
padrone della societè , Â«è¨ stato il principale elemento di
collegamento con i calabresi». È proprio Alfonso Zoccola a tenere
rapporti con l’avvocato milanese Melzi, tutelato in Sardegna da un
avvocato che ha avuto come cliente Paulangelo. C’è da dire che
l’organizzazione diretta a Zurigo da Desole, Zoccola e Paulangelo
riciclava circa 1,2 milioni di dollari alla settimana provenienti dal
traffico di stupefacenti; soldi che gli investimenti immobiliari
potevano far ben fruttare. Zoccola si
recava spesso a Olbia dove con Melzi, secondo quanto emerge dalla
documentazione acquisita nel corso di perquisizione alla WFS, era
interessato ad un progetto concernente l’intera periferia di Olbia.
Negli
uffici della WFS, infatti, sono state ritrovate planimetrie di terreni a
Pittulongu e i documenti relativi a un progettato acquisto, sempre a
Pittulongu, dell’hotel a quattro stelle «Stefania». In particolare nel
faldone dei magistrati sono finite due proposte di vendita e un progetto
architettonico per l’ampliamento dell’albergo.
Per i
progetti immobiliari il clan avrebbe contattato, in qualità di esperto,
un ingegnere olbiese.
Per
poter dar corso alle operazioni immobiliari il gruppo di cui era a capo
il legale milanese Melzi aveva creato una serie di società: «Dagli
accertamenti svolti presso la Camera di commercio - scrive il giudice
Salvini -, sono state individuate le società coinvolte nelle operazioni
immobiliari in Sardegna, nella zona di Olbia: Agrenas srl, Finmed srl,
Gmp srl, Montebello srl, Papo srl, Pasim srl, Sasi srl, Repi srl (giè
Tre Sb srl)». Nelle societè , in un intricato giro di partecipazioni,
compare più volte il nome di Giovanni Battista Pitta, noto imprenditore
olbiese fino a poco tempo fa presidente del Tavolara Calcio quale
detentore di quote. Secondo i magistrati di Milano, Pitta da trent’anni
è in rapporti con Melzi, che è stato anche suo difensore nel corso di un
procedimento penale che si è risolto positivamente. Di Pitta sarebbero
state sfruttate capacità e conoscenze per l’acquisto di lotti di
terreni, in parte già edificabili e in parte no.
Il
gruppo si incontrava spesso ad Olbia, dove Melzi prediligeva pernottare
all’Hotel Gallura e da dove sono partite molte delle sue telefonate
intercettate dagli inquirenti.
L’indagine ha lambito anche un altro imprenditore di Olbia molto
conosciuto che viene citato nell’ordinanza di custodia cautelare in
riferimento a Zoccola: Mauro Putzu, ex presidente dell’Olbia calcio.
Un
intreccio, quello scoperto dal gip milanese, che dovrà passare sotto
ulteriori vagli ma che intanto ha aperto uno squarcio sul sottobosco che
si muove intorno alle coste sarde con la criminalità organizzata pronta
a reinvestire i propri capitali costruiti sulle attività illecite in
progetti turistici di largo respiro. |
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Università degli studi di Sassari
Facoltà di Scienze Politiche
Dipartimento di Economia Istituzioni e Società
Centro
di Studi Urbani
Lunedì 14
gennaio 2008 alle ore 16.30 nell’Aula Rossa della Facoltà di Scienze
Politiche - Centro Didattico di Viale Mancini 1 -, si terrà un
incontro-dibattito intitolato Sguardi sul mare da vicino e da
lontano. Saranno messi a confronto esperienze e opinioni dei
Sindaci di Mamoiada Graziano Deiana, di Orosei Gino Derosas e di Seulo
Dionigi Murgia e vedrà la partecipazione dell’attore Sante Maurizi. Si
tratta del secondo incontro che si colloca all’interno dell’attività
didattica del corso avanzato di Sociologia Urbana delle classi
magistrali in Scienze Politiche e in Editoria, Comunicazione
Multimediale e Giornalismo, tenuto dalla Professoressa Antonietta
Mazzette, nonché dell’attività didattica della Scuola di Dottorato in
Scienze Sociali, indirizzo in Scienze della Governance e dei sistemi
complessi. Questo incontro segue quello svolto il 4 Dicembre 2007, sul
paesaggio e sull’uso-consumo del territorio sardo - a partire dal libro
di Sandro Roggio, C’è di mezzo il mare -, e che ha visto
dibattere gli studenti con Giorgio Todde, Costantino Cossu e Sante
Maurizi.
Con l’incontro del 14 Gennaio ci si propone
un duplice obiettivo: 1. di capire quale debba essere il ruolo delle
amministrazioni locali nel governare le trasformazioni del territorio,
in relazione alle aspettative delle diverse comunità e al coinvolgimento
delle popolazioni interessate a queste trasformazioni; 2.di capire se e
come lo sguardo dei sardi sugli ambienti costieri sia condizionato da
distanze culturali, oltre che fisiche ed economiche.
Questo ciclo di incontri si concluderà il
21 gennaio 2008 nell’Aula Magna dell’Università di Sassari con il
Presidente Renato Soru. Il titolo di questo confronto -moderato da
Giacomo Mameli - è Mappe della Sardegna. Quali paesaggi per quali
abitanti e allude, tra l’altro, al dibattito in corso sui temi del
governo dei territori di pregio della Sardegna. In questa occasione il
Presidente Soru dialogherà con gli studenti della Facoltà di Scienze
Politiche, a partire da interrogativi sui modi di guardare
il territorio, sui processi decisionali e partecipativi, sul
consenso e il disseno su argomenti delicati e altamente controversi
quali sono tutti quelli che riguardano l’accesso alle risorse
territoriali e paesaggistiche, ai beni comuni di cui dispone l’Isola.
L’incontro tra il Presidente Soru e gli
studenti è teso a costituire un confronto diretto, finalizzato ad
apprendere e a dialogare sulle speranze progettuali di chi governa e
sulle speranze di chi ha iniziato - come è il caso degli studenti - a
costruire il proprio progetto di vita. |
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21.12.2007
Il Protocollo sul welfare "prima
versione".
La Camera
dei deputati, votando la fiducia al Governo, ha dato il via libera
all’attuazione del Protocollo sul welfare, sottoscritto lo scorso 23
luglio dalle parti sociali e dal Governo stesso per intervenire su alcune
parti importanti del sistema pensionistico e per introdurre una serie di
misure per contrastare il fenomeno della precarietà.
Del
Protocollo, però, esiste anche un’altra versione, modificata dalla
Commissione lavoro della Camera e cancellata dal Governo con la scelta di
porre la fiducia sul testo originale; proprio su questa versione
aggiornata aveva fatto quadrato la cosiddetta sinistra radicale che
riteneva le modifiche apportate più efficaci nel centrare l’obiettivo
della lotta alla precarietà. Conclusa la vicenda sulla fiducia, rimangono
i cocci da ricomporre della prima versione del Protocollo.
Tralasciando le non meno importanti norme sull’abolizione del famoso
scalone Maroni, sui coefficienti per il calcolo della pensione, sulla
definizione delle tutele per i lavori usuranti e sulla “quattordicesima”
per le pensioni basse, per ragioni di sintesi sarebbe utile osservare le
novità, introdotte dall’accordo, sul tema del precariato.
Il tema
della precarietà del lavoro e delle sue molteplici conseguenze è stato
inserito nell’agenda politica del Governo fin dalle dichiarazioni
programmatiche. Nel frattempo il numero dei precari è aumentato in maniera
tale da diventare un fenomeno cronico. Dal 2005 a oggi vi è stato un
aumento dei contratti atipici, la metà dei giovani è stato assunto con un
contratto a tempo determinato, il 50% degli assunti con contratto a tempo
determinato a scadenza del termine non è stato confermato e fatto ancora
più emblematico l’80% delle collaborazioni risultano essere
monocommittente.
A poco
sono servite le due misure normative che prevedono l’uscita dal precariato
nel settore pubblico (Finanziaria 2007 che ha stabilizzato, a causa di
una norma stringente, pochissimi dipendenti rispetto ai numeri dei precari
della P.A.) e nel settore privato (circolare del Ministero del lavoro del
2006, tematicamente dedicata ai Call center, conosciuta come
circolare Atesia, che ha convertito in tempi indeterminati molti
contratti di collaborazione a progetto ma con ingenti incentivi per le
imprese e notevoli sacrifici sul piano retributivo per i lavoratori).
Lo
strumento del Protocollo sembrava costituire un netto passo in avanti
nell’indicare al Legislatore e alla contrattazione collettiva le linee
guida per la lotta alla precarietà. Per certi versi così è stato per
altri, invece, si è “sbagliata la mira”. Infatti se per il primo profilo
sono risultate positive le misure previdenziali a favore dei giovani per
il riscatto a buon prezzo degli anni universitari, la copertura figurativa
per colmare i vuoti contributivi, lo stanziamento di 700 milioni di euro
per migliorare l’indennità di disoccupazione, poco è stato fatto per il
vero problema e cioè lo “spezzatino contrattuale” e l’instabilità del
rapporto di lavoro.
Inoltre,
la vera buona notizia del Protocollo è data dal reinserimento del diritto
di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato per i lavoratori che,
nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda,
abbiano prestato attività lavorativa per un periodo superiore ai sei mesi.
Questa disposizione ripristina un diritto fondamentale, posto a favore
della stabilità del rapporto di lavoro, previsto dal nostro ordinamento
fin dal 1962 ma che il decreto legislativo del 2001 sul contratto a
termine aveva cancellato.
Osservando
gli aspetti critici che il Protocollo, ma anche la sua versione
aggiornata, evidenziano, ci si rende conto che sia le parti politiche che
quelle sociali si sono concentrate su alcuni punti non sostanziali per la
lotta alla precarietà; infatti, l’abrogazione del lavoro a chiamata o
dello staff leasing, seppur costituenti forme di lavoro precario,
non muta la situazione complessiva poiché la loro diffusione è troppo
limitata. Per evitare gli effetti negativi di tali tipologie sarebbe stato
sufficiente modificare il decreto Biagi nel senso di porre dei “paletti
normativi” all’utilizzo estremo del contratto.
Per
contro, sarebbe stato importante attivare un’azione più incisiva con la
modifica della clausola generale di apposizione del termine al contratto
che avrebbe avuto effetti positivi anche sulla somministrazione di lavoro
a tempo determinato. Si sarebbe potuto intervenire sulla eliminazione
delle clausole che rendono troppo flessibile il part-time, così
come modificato dal decreto del 2003 attuativo della legge 30; inoltre, si
sarebbe potuta tutelare maggiormente la posizione dei lavoratori che
vengono trasferiti da una azienda forte ad una debole attraverso le nuove
disposizioni che hanno modificato pesantemente la normativa in tema di
trasferimento di ramo d’azienda.
Rimane
l’auspicio di vedere promosso un intervento normativo ad hoc sulla
precarietà come promesso dalla maggioranza all’indomani della bocciatura
della versione modificata del Protocollo.
(a.
valenti) |
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Nuoro, 17.12.2007
Io sto con Roggio.
Ho letto con interesse il pezzo su Bidderosa
scritto da Sandro Roggio, pubblicato su “Carta” e riportato nel
sito Eddyburg. Lo condivido nei contenuti e lo apprezzo nella forma.
Nei contenuti perché Bidderosa è esattamente
così come descritta: un luogo di straordinaria bellezza, immutato nel
tempo, integro nei connotati ambientali e naturali. Come nel carattere dei
sardi, nel particolare degli oroseini, aperto all’ospitalità umana, ma
solo se educata e rispettosa, e di questo si fa garante l’amministrazione
che governa il comune.
Per ciò che attiene alla forma, non mi
riferisco certamente a grammatica e sintassi, posto che l’autore si
esprime molto bene, tanto quando parla che quando scrive pertanto non ha
necessità di favorevoli apprezzamenti, e lo dico senza piaggeria perché
non sento la necessità di fare complimenti inutili, né di riceverli.
Semplicemente osservo che il fondo di
idealismo che per fortuna anima ancora molti intellettuali, si traduce,
come nel caso di specie, nello scrivere e nel parlare con espressione
dell’anima, nel comunicare le proprie opinioni in un modo appassionato,
tanto più convincente quanto più intimamente sentito e onesto.
E quando si parla di paesaggio e ambiente,
Sandro Roggio tira fuori la grinta. Non quella aggressiva, vagamente
monocorde e stolida di tanti gendarmi dell’ambiente, ma quella passionale,
che mette in gioco anche il cuore oltre che il cervello e che, in fin dei
conti, si attaglia molto bene al profilo dei pochi portatori di ideali in
tempi non sospetti, pertanto autorizzati a parlare di paesaggio a pieno
titolo anche in tempi sospetti e di retropensiero, come l’attuale.
D’altronde in questo particolare momento della
vita politica sarda, non è facile trattare dell’argomento in modo sereno e
privo di pregiudizi.
La mela della grande discordia lanciata dalla
giunta Soru sul tavolo delle decisioni, il Piano Paesaggistico per
l’appunto, ha evidenziato la frattura ideologica inconciliabile tra
sostenitori e detrattori, vero cavallo di battaglia di pragmatismo
politico. Questa volta, perlomeno la visione del mondo che le parti
difendono è chiara e perfettamente antitetica, altro che contorsioni di
filosofia politica, altro che massimi sistemi e convergenze parallele, c’è
chi il piano paesaggistico lo sposa e chi non lo vuole neppure come vicino
di casa.
Premetto che è mia convinzione, sulla base di
un elementare principio di democrazia, che le posizioni divergenti debbano
convivere all’interno di un dibattito civile, anzi ne costituiscano
l’humus e lo stimolo di reciproca crescita. Non sono disposto a dare la
vita in difesa di quelle posizioni, lascio l’onere ai grandi pensatori, e
umilmente mi associo ai tanti uomini di piccolo pensiero che solo
metaforicamente sono disposti all’estremo sacrificio per difendere la
libertà di parola avversa alla loro. Anche perché sono contrario agli
spargimenti di sangue.
Personalmente, se non offensiva, la tratto con
rispetto e ci rifletto sopra senza pregiudizio.
Pertanto, tornando al Piano Paesaggistico, non
mi scaglio contro chi lo considera una catastrofe e lo vede come la summa
delle decisioni sbagliate, in tema di ambiente e territorio, assunte
dall’amministrazione Soru, però gli chiedo, come minimo, qual è la
controproposta.
L’opzione Soru è la seguente: consumare suolo
a gò gò riversando ancora cemento, spesso di pessima qualità e soprattutto
sulle coste è una strategia che nel tempo non paga perché, oltre agli
sfasci idrogeologici, si deturpa l’ambiente, si inquinano le terre e le
acque, si alterano negativamente delicati ecosistemi ed equilibri naturali
di immemorabile era geologica, si trasformano abitudini vegetali, animali
e umane, si modificano irreparabilmente profili di paesaggio irripetibili.
Pertanto, in prossimità del mare non si costruisce e sin dove l’influenza
del mare si spinge verso l’interno, si costruirà applicando un regime di
tutela graduale e significativo, privilegiando la riqualificazione e la
valorizzazione dell’esistente (comunque tanto). Analogamente, nel
territorio extraurbano si dovrà contenere il fenomeno dello sprawl e
ottimizzare le attività agropastorali.
Come si vede, argomentazioni semplici,
essenziali e neppure originali, perché le stesse cose, all’incirca, le
vanno dicendo dalle dichiarazioni di Rio in poi, eminenti scienziati,
urbanisti ed economisti di levatura planetaria.
Qual è l’opzione contraria? Intanto è
leziosamente confezionata all’interno di un principio assolutamente
condivisibile che è quello della pari dignità tra Enti Locali e Regione,
ma con altro condimento pericoloso e demagogico, e cioè la totale
indipendenza dei comuni a gestire il proprio territorio sul principio di
un potere sovrano esclusivo.
Quello che è successo sinora è sotto gli occhi
di tutti e l’opzione contraria stabilisce che è bene continuare così.
Già, ma nessun ragionamento di tipo
ambientale? La controproposta pone prescrizioni e limiti superficiali,
volumetrici, temporali e un qualche regime di tutela?
Neppure si può impostare una controproposta
nella difesa di una rendita economica elevatissima per pochi, spesso
neanche sardi, e volatile per gli altri. La salvaguardia di un lavoro
precario per una legione di manovalanza locale, irrilevante per il tessuto
economico e sociale regionale, non può essere una motivazione seria, ma
neppure furba nell’ottica di un confronto serrato. E pure chi non
s’intende di economia, si rende conto che un siffatto modello economico è
palesemente terzomondista, senza offesa.
Per cui, spoglio di qualsiasi veste politica
ma dotato di semplice buonsenso non posso che condividere la prima
opzione.
Certo, se il sacrificio richiesto al
territorio, fosse compensato da una straordinaria ricchezza collettiva per
tutta la comunità, duratura, trasferibile ai posteri, tale da consentire a
più generazioni una vita serena e spensierata, ci rifletterei con
attenzione.
Se fosse garantito a tutti i sardi un tenore
economico tale da poter istituire, chessò, la giornata dell’obolo,
per devolvere in beneficenza a Briatore e compagni, invece che trovarsi
nella condizione di accettare spocchiose donazioni, in tal caso, caro
Roggio, perfino tu cambieresti idea.
Ma a parte il riconoscersi o meno in certi
valori, anche trascurando le ragioni di buon senso, in fondo aspetti
soggettivi della questione, nell’approvare il Piano Paesaggistico con le
scelte che esso contiene, la Regione ha compiuto un preciso e dovuto
passaggio tecnico, adeguandosi a un’indifferibile disposizione
legislativa.
Infatti, come detto e ripetuto anche nei
raduni dei boy scout, il Piano Paesaggistico doveva essere adottato, così
come tassativamente e inderogabilmente prescrive il Codice Urbani (D.
Lgs, n. 42/2004), in aderenza alle prescrizioni ivi contenute, pena la
facoltà dello Stato di esercitare discrezionalmente il potere d’intervento
sostitutivo.
Altrettanto è facilmente verificabile, basta
leggerlo, che il contenuto di detto Codice non si limita semplicemente
all’obbligo coattivo di redigere i Piani, ma prescrive, all’interno del
vario e complesso articolato normativo, una somma di disposizioni e regole
di obbligatoria applicazione, le stesse che in gran parte costituiscono,
appunto, le norme di attuazione del vigente Piano Paesaggistico della
Sardegna.
Naturalmente, sulla base dei contenuti del
Codice, l’Amministrazione Regionale ha compiuto delle
valutazioni che attengono a quella visione del mondo di cui ho parlato
prima e che si traducono in scelte politiche e valori di riferimento molto
chiari, talché tutti quelli che, come Sandro Roggio, vorrebbero continuare
a vedere i fenicotteri e gli aironi rossi a Bidderosa, in quei valori
condivisibili si possano riconoscere.
Mario Carcassi |
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Beghe di condominio: di cui non varrebbe
la pena di parlare. I primitivi proprietari del villaggio vacanze, che da
tempo hanno disseminato le loro brutte case in quei paesaggi senza tanti
scrupoli (certi di avere fatto del bene e di meritare la nostra eterna
gratitudine), si seccano perché una società immobiliare americana sta
introducendo nel contesto un muraglione colonnato tagliafuoco (?) a cui è
appoggiato un “orto botanico” (parola magica!). Sembra proprio un pretesto
per mettere in riva al mare un po' di attrezzi per la balneazione ad uso
esclusivo di una villona. Per dare manforte alla causa ecco l'archistar di
turno. Come gli avvocati di grido, i superarchitetti servono spesso anche
per piccole cause, per appianare le difficoltà e fare passare cose
discutibili per giuste ( e per belle). Tutto in regola, i timbri ci sono,
parrebbe, ma siccome correva l'anno 2003, può essere il caso di andare a
guardare bene le carte. (SR)
in:
LaNuova Sardegna 02 dicembre 2007
«Questo orto botanico è un ecomostro»
Giampiero Cocco
PORTO ROTONDO. Il
regalo di Natale che il conte Luigi Donà dalle Rose, fondatore di Porto
Rotondo, si attende dal governatore della Regione Renato Soru è una
lettera. «Nella quale mi dia una risposta in merito all’ecomostro che,
passato per un nuovo orto botanico, è in fase di costruzione a pochi metri
dalla battigia della spiaggia di Ira».Un orto botanico - dopo la mitica
collina dei ciliegi e ulivi centenari di Silvio Berlusconi - che la
società immobiliare Ormiston, con sede a Cheyenne, nello Wyoming (Stati
Uniti) ha commissionato ad un guru dell’architettura, Mario Botta da
Lugano, e al collega Fabiano Redaelli per impreziosire i quasi due ettari
di verde selvaggio di Villa Feral, dotandola di un muro di contenimento
lungo 66 metri, per un’altezza che varia dai 5 ai 5,5 metri.
Un muro tagliafuoco
provvisto di tettoia in legno e di una doppia paratia in cemento armato
per prevenire incendi accidentali che potrebbero essere innescati da
quanti percorrono la stradina sovrastante. Queste, almeno stando alle
carte, le premesse che la Ormiston illustrò al comune di Olbia e
all’ufficio tutela del paesaggio di Sassari per ottenere i nulla osta
necessari alla costruzione del muraglione, che ha la parte esterna
rivestita da pietra locale, il granito sardo. La domanda, inoltrata nel
2003, comprendeva anche la costruzione di una piscina, di locali
spogliatoio annessi, di garage per auto e un imponente colonnato sul
fronte mare. Un «ecomostro contro il quale - spiega Luigi Donà dalle Rose
- in qualità di presidente del consorzio di Porto Rotondo ho presentato un
esposto alla procura della Repubblica, agli enti interessati e al comune
di Olbia. Vogliamo conoscere, per tutelare il patrimonio architettonico e
ambientale del villaggio turistico, se tutto questo è in regola con le
normative vigenti e con la legge salvacoste varata dal Governatore Renato
Soru. Al quale, il 29 maggio del 2007, ho inviato una missiva personale
nella quale chiedo, allegando il progetto, un suo interessamento,
riconoscendogli uno spiccato impegno civile nella salvaguardia delle
coste. Ebbene, nonostante tutto questo, a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna
risposta, e le ispezioni disposte su quello che noi consideriamo
l’ecomostro di Porto Rotondo sono state tutte favorevoli: il manufatto,
risulta in regola sia per l’ufficio tecnico comunale di Olbia che per il
corpo di vigilanza ambientale della Regione sarda». Resta aperta - ed
ancora non si conoscono le conclusioni -, l’indagine avviata dalla procura
della Repubblica di Tempio dopo l’esposto arrivato negli uffici giudiziari
galluresi il 17 maggio scorso. Nel frattempo il muro di contenimento
tagliafuoco è stato realizzato, così come l’imponente colonnato e la
piscina olimpionica incastonata tra palmizi, pini e prati all’inglese.
Un orto botanico che
il committente - la società statunitense Ormistron - ha fortemente voluto
per Villa Feral. Il caso è stato affrontato anche nell’ultima assemblea
condominiale, diretta dal neo presidente Domenico D’Angelo, il quale si è
rivolto al capo dello Stato denunciando la Ormistron per «frode
ambientale», partendo dal presupposto che anche gli enti pubblici, nel
rilasciare autorizzazioni, possono sbagliare. E in più il neo presidente
ha denunciato per diffamazione alcuni dei consorziati che, con una lettera
diffusa porta a porta, parlavano di investimenti del danaro del consorzio
su opere non indispensabili alla comunità di portorotondini. Insomma, una
querelle che ha ben poco di artistico e architettonico. |
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6 novembre 2007
Luoghi,
non-luoghi e super-luoghi
Dai non-luoghi ai super-luoghi. Su questo ipotetico passaggio si è
concentrata recentemente anche l’attenzione mediatica italiana. Le
espressioni non-luoghi e super-luoghi, seppure appaiano straordinariamente
efficaci, sono artificiose e vanno utilizzate con grande cautela perché un
loro uso semplificato può diventare fuorviante e distorcente. Mi sottraggo
perciò a questo uso ed entro nel merito dei contenuti del dibattito che si
è sollevato sulle pagine di Repubblica e di Eddyburg.
Sinteticamente si possono individuare due percorsi riflessivi che non
sempre, però, rimangono distinti e opposti: quello che porta a definire i
cosiddetti super-luoghi una nuova forma urbana; quello che li considera
invece una forma rinnovata di anti-città.
Sono pienamente convinta che i nuovi ‘contenitori’, deputati al consumo
come svago e forma di socializzazione che si collocano lungo i sistemi
viari e di collegamento, seppure non siano percepiti come appartenenti
alla città anche dai suoi diretti fruitori, sono a tutti gli effetti una
esplicita manifestazione del vissuto metropolitano ed urbano. Ciò perché,
come ha scritto Sgroi nel nostro volume La metropoli consumata:
“Nella urbanizzazione neometropolitana le funzioni urbane … sono
rimescolate e disperse nel territorio in modo che siano fruibili da tutte
le popolazioni che vivono occasionalmente o continuativamente l’esperienza
metropolitana”; dagli spazi dell’abitare (continuativa o instabile) a
quelli del produrre; dagli spazi del consumare a quelli dell’agire
collettivo. Si badi - avverte Sgroi - “che questa classificazione è nella
sua esemplificazione assolutamente fluida: i luoghi sempre di più perdono
il loro carattere di stock per assumere quello di flusso; non soltanto: i
luoghi sempre meno sono e sempre di più sono creati”, compresi quelli che
abbiamo ereditato dal passato.
E se l’urbanistica e la politica continuano ad ignorare la proliferazione
‘spontanea’ di questi contenitori, l’architettura fa del déjà-vu urbano
occasione di business economico: dalle mura medievali ai capitelli, dalla
piazza alla fontana, e così via. Appaiono lontani, dunque, i contenitori
grigi rivolti verso l’interno (perché la centralità era data dalle merci
esposte) ideati da Gruen e dai suoi successori, e ciò non perché è
intervenuta l’architettura a dare ‘dignità’ urbana a questi luoghi del
consumo, bensì perché il consumo è diventato un’azione sociale ben
complessa e potenzialmente infinita. Come scrive Cini nel suo bel libro
Il supermarket di Prometeo le nuove forme di consumo sono infinite
perché è “senza limiti la nuova informazione che la mente umana può
creare”. In altre parole, il consumo (materiale o immateriale che sia) è
diventato l’elemento trainante e unificante che sta permeando di sé luoghi
fisici e luoghi virtuali, conoscenze e culture, socialità e bisogni
individuali.
Si tratta di un processo inevitabile? In parte sì, se lo leghiamo ai nuovi
caratteri della modernità, ai mutamenti della produzione materiale ed alla
sua de-localizzazione nello spazio-mondo, al fatto che l’informazione e la
rivoluzione microelettrica sono l’input e la sostanza di questi mutamenti.
In parte no, se pensiamo alle politiche urbane di questi ultimi anni che,
più che ‘regolatrici’ del consumo (in senso di contenimento), sono
diventate esse stesse politiche orientate al e produttrici di consumo, a
partire dal consumo del suolo. Ciò riguarda in special modo l’Italia.
Condivido l’affermazione di Salzano secondo cui oggi nel nostro Paese si è
creato un grande squilibrio tra la forza dell’impresa commerciale e la
debolezza dell’amministrazione pubblica. Anche perché questa forza è
concentrata nelle mani di soggetti extra-urbani e (extra)sovra-nazionali
che con le loro scelte di investimento e di localizzazione delle attività,
per lo più prese al di fuori della ‘cinta urbana’, oltre che della singola
nazione, incidono sul mutamento territoriale ed economico, senza per
questo avere il bisogno di stare dentro i processi decisionali
tradizionali e di governo pubblico della città. Ovvero non hanno bisogno
del consenso democratico, eppure giocano un ruolo pesantissimo nella
dis-articolazione territoriale e nella trasformazione economica e sociale
della città. Mi riferisco alle multinazionali proprietarie di catene
d’alberghi, di centri della grande distribuzione, di convenience store, di
factory outlet ed altro ancora.
Il tutto però avviene in sintonia con la proliferazione di politiche
urbane orientate quasi esclusivamente ad attrarre visitatori/consumatori,
perché questa è apparsa alle amministrazioni locali la modalità centrale,
se non l’unica, per rilanciare e rendere competitive le città o parti di
esse. Da questo punto di vista appare poco significativo entrare nel
merito dei tipi di consumo che si formano in un centro storico o in uno
shopping mall, in un centro commerciale di vecchia o nuova generazione
oppure in un open air center. Così come poco importa la tipologia dei
mezzi di consumo, perché in fondo la città di lunga durata sta sempre più
assomigliando ai nuovi contenitori, non tanto per la sua conformazione
fisica ed architettonica quanto per le azioni sociali di cui si sta
riempiendo, azioni dense di uno stare insieme sociale finalizzato quasi
esclusivamente al consumo.
Il consumo è democratico? Formalmente sì. Nel senso che ogni singolo
individuo ha il diritto di accedere a questi spazi. Naturalmente
l’esercizio di questo diritto particolare varia con il variare della
concreta capacità economica e culturale che ha ogni singolo individuo. In
pratica significa che se si accetta l’equivalenza città=consumo, facendo
di quest’ultimo l’indicatore di misurazione della cittadinanza, l’esito
finale non potrà che essere quello di produrre una città sempre più duale
in termini di inclusione ed esclusione sociale, prima ancora che in
termini territoriali.
La città è storicamente luogo e prodotto del conflitto, dove, come scrive
Salzano nel suo Ma dove vivi?, le contraddizioni sono “momenti di
dialettica”, ossia momenti di formazione dello “spirito cittadino”. Ma
quel che manca oggi sono per l’appunto le sedi dove sviluppare questo
spirito cittadino. E mi appare difficilmente sostenibile l’idea che il
mercato (in qualunque forma si presenti) possa assumere anche la veste di
luogo di decisione democratica.
(a.m.)
www.eddyburg.it |
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18 ottobre 2007
Sullo «stupro etnico»
Per
fortuna la grottesca sentenza del tribunale tedesco sullo «stupro etnico»
ha fatto il giro del mondo, ma forse non è inutile tornare a freddo su
quanto accaduto, specialmente sulle reazioni nostrane. Razzismo,
matriarcato, Eleonora d'Arborea, onore, scuse riparatrici, sono le parole
che hanno affollato le pagine dei giornali e le dichiarazioni fronte
telecamera, con tutto il campionario del riflesso condizionato da offesa
al popolo sardo.
Minoritari
- ma di questi tempi non stupisce, anche in campo nazionale - i commenti
di chi ha posto in primo piano l’attenuante in sé e non le motivazioni
addotte. Eppure almeno la parte femminile, e non solo chi ha una militanza
femminista, avrebbe potuto evidenziare magari i mille casi nei quali le
attenuanti o l’assoluzione viene richiesta non per il patrimonio genetico
del violentatore ma per l’abbigliamento provocante della vittima. Pochi
hanno sottolineato, come Elettra Deiana e Daniela Dioguardi, che «il reato
di violenza sessuale contro le donne non dovrebbe ammettere mai e in
nessun caso attenuanti di sorta e sconti di pena».
Eppure, ed
è solo un anno e mezzo fa, la terza sezione penale della Cassazione
sentenziò che su una quattordicenne (sarda) lo stupro da parte del
convivente (sardo) della madre è meno grave se la vittima ha già avuto
rapporti sessuali. E questo accade in Italia, paese del Diritto e nel
quale otto anni fa la stessa Cassazione deliberò che i jeans sono un capo
d’abbigliamento troppo stretto e robusto per essere strappato, e dunque
menti se dici che hai subito violenza. Un paese nel quale la violenza
sulle donne - taciuta o denunciata, dentro e fuori la Santa Famiglia - si
mantiene su livelli che inviterebbero a declinare la parola «sicurezza»
diversamente da come oggi si ottengono i titoli sugli organi di
informazione.
C’è poi
l’argomento portato da Massimo Onofri nei giorni scorsi sulla Nuova
Sardegna: «La modernità, come altrove, ha azzerato le leggende che
tanto piacciono agli esotisti di tutto il mondo»: quelli, tra i quali
alcuni scrittori sardi, «che puntano su un’isola da cartolina etnica». Non
ho competenze per entrare nella polemica letteraria, ma è bizzarro
pensare che i sardi di oggi abbiano a che fare con la Carta de Logu più di
quanto non debbano con la Costituzione, il codice civile o le convenzioni
internazionali. Così come non ci si può mettere in vendita pensando che
sia sempre tutto gratis: «le parole sono pietre», ma anche le immagini, i
modi di produrre e consumare. Non solo c’è la letteratura da cartolina
etnica, ma anche il cinema, la musica, le arti visive, e quanto veicola la
fiera terra vergine, luogo d’incanto e delle primitive qualità del vivere.
Sul sito del New York Film Festival, dopo esserci emozionati nel leggere
che la rassegna è «sponsored by New York Times and Sardinia Region Tourism»
vediamo che lo slogan scelto dagli strateghi della promozione è «Sardinia,
almost a continent».
Ma tant’è:
anche nella fiction televisiva imperversano i carabinieri, i parroci, i
santi e i polpettoni come nell’età di Peppone e Don Camillo . «Welcome,
welcome to Costa Smeralda, granito e mare, scogliere e lampare»: nelle
strategie di auto-promozione e di conforto fra noi sardi, il primo
linguaggio che ci viene in mente di usare è lo stesso di Vittorio Inzaina
di quarant’anni fa.
Sante Maurizi |
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10 ottobre
2007
La
notizia, già segnalata in questo sito, continua ad avere un taglio basso
nei giornali, e invece meriterebbe molta più attenzione ( altro che
ecomostri!).
Più
l’inchiesta va avanti e più sembra una cosa seria. Ben più che un raggiro
ad opera di incoscienti dilettanti, secondo i modi di Totò e Peppino
falsari, ai quali bastava la complicità di un pittore e un tipografo per
tentarsela. In questo caso sembra di capire, ma le informazioni sono date
in modo sintetico, che la rete delle complicità sia vasta e coinvolga
anche qualcuno di quelli che le carte, quelle autentiche, le dovrebbero
custodire con molta cura, visto che è il loro compito primario. Qui sono
in causa non solo i paesaggi beni comuni, con l’ elusione delle norme e
dei vincoli, ma le proprietà demaniali cancellate disinvoltamente dalle
carte catastali. Laddove l’acqua diventa terra, in modo surreale, e non ne
resta traccia nelle mappe per quanto la presenza degli stagni sia nella
memoria di tutti. Credo che siano stati valutati i rischi, dai falsari, ma
soprattutto i vantaggi, dato che i prezzi delle case da queste parti sono,
come è ampiamente noto, più elevati di quanto si possa ragionevolmente
immaginare. E si teme che di grandi e piccole truffe di questo tipo ce ne
siano molte non scoperte in vari luoghi della Sardegna costiera. Non ci
resta, come di dice, che avere fiducia dei magistrati. (s.r.)
L'Unione
Sarda, 8 ottobre 2007.
Andrea Busia, Il mistero degli stagni di
Pittulongu
Per Procura e Comune esistono, per il Catasto
invece no. La questione degli stagni di Pittulongu si tinge di giallo. In
catasto non esistono e la Procura vuol vederci chiaro. Altro capitolo
dell'inchiesta. Per il Comune gli stagni ci sono, e anche per la Procura
della Repubblica, invece il catasto non ne conosce l'esistenza e per il
Demanio regionale potrebbero anche esistere. Più va avanti l'indagine del
pubblico ministero Ezio Castaldi sugli interventi, già effettuati ma anche
oggetto di concessioni richieste a Pittulongu, e più la situazione
s'ingarbuglia con alcune nuovi paradossali sviluppi. Mentre la Giunta
Giovannelli si prepara ad ottenere il via libera ad un nuovo piano di
risanamento per il borgo turistico olbiese, o meglio ad una variante dello
strumento urbanistico cassato dalla Procura tempiese, i nuovi accertamenti
dei pm galluresi stanno aprendo squarci surreali su una vicenda che non è
stata mai definitivamente chiarita. Ora la Procura punta dritta
all'ufficio Beni demaniali della Regione. Ai funzionari è stato chiesto di
chiarire, una volta per tutte, se a Pittulongu, Bados e Mare e Rocce,
dietro le spiagge, esistono degli stagni classificabili come aree
demaniali. La domanda, in una situazione normale, non sarebbe neanche
necessaria, visto che tutti conoscono i piccoli specchi d'acqua e esistono
anche le prove degli interventi avvenuti negli ultimi decenni con i quali
altri stagni sono stati eliminati. Il pubblico ministero dopo aver chiesto
delucidazioni proprio all'ufficio Demanio di Tempio, ha avuto delle
risposte che, per quanto riguarda il passato, pongono più di un problema
serio. A quanto pare, infatti, stando alle carte catastali, gli stagni
proprio non ci sono e il Demanio avrebbe seguito questa linea nel corso
degli anni non classificando come aree sottoposte ad un particolare
regime, le zone umide del litorale olbiese. Il sindaco Gianni Giovannelli
e l'assessore all'urbanistica Marzio Altana avrebbero già incontrato Ezio
Castaldi, informalmente, per una valutazione di massima sulla situazione.
Il Comune di Olbia, in effetti, deve sbrogliare la matassa trovando gli
argomenti per evitare che a Pittulongu qualcuno costruisca vicino o
addirittura sugli stagni e lo deve fare evitando che i titolari delle
concessioni bloccate e le società che chiedono i permessi a costruire,
ottengano ragione dal Tar sostenendo che ad Oggi l'unico strumento
urbanistico in vigore per Pittulongu è il piano di risanamento bocciato
dalla Procura. Un bel pasticcio che va avanti ormai da diversi anni e ora
è arrivato il momento delle risposte definitive, ma nessuno sembra nelle
condizioni di poterlo dare. |
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14 settembre
2007
Molti si chiedono come mai in alcune
città assediate dalle auto, si stiano realizzando grandi parcheggi
interrati in aree centrali e si pensi di realizzarne ancora.
Molti esperti e studiosi di questi
temi sono convinti che i parcheggi sono inutili e dannosi attrattori di
traffico, certi che occorre fermare le auto all'esterno della città e
puntare su mezzi di trasporto collettivi ecc. Le città che si stanno
orientando in questo modo sono tante in Europa. E' la sola soluzione
plausibile.
Lo dice da tempo anche Renzo Piano,
celebrato architetto. Bisognerebbe ascoltarlo oltre che ammirare le sue
architetture. Così risponde a domande di Piero Ottone, su La Repubblica.
«Costruisco a Londra una torre di
trecento metri - mi dice. Sai quanti posti macchina sono previsti? Non più
di quaranta, quaranta posti per handicappati e per macchine di servizio».
Il sindaco di Londra, Livingstone, gran personaggio, un amministratore che
prende a cuore l´interesse della comunità, sulla pratica abolizione dei
posteggi privati si è detto d´accordo dal primo momento. Non è lecito
attirare altre automobili quando già la circolazione è asfissiante, è
«insostenibile». Bisogna puntare (a Portofino come a Londra) sul trasporto
pubblico. I nuovi posteggi, in aggiunta a quelli esistenti, attirerebbero
altre automobili, appesantirebbero il traffico. Quindi, sarebbero una
follia".
(red. Csu)
da: LA REPUBBLICA, 14 SETTEMBRE 2007
Piero Ottone
RENZO PIANO LE MIE SFIDE
Intervista/ Il grande architetto compie oggi settant´anni |
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12 settembre 2007
In data 5 settembre 2007 il Consiglio dei Ministri italiano
ha emanato un decreto-legge contenente«disposizioni urgenti per assicurare
l'ordinato avvio dell'anno scolastico 2007-2008» che verrà convertito in
legge ordinaria entro 60 giorni, visto l’imminente inizio del nuovo anno
scolastico.
Il decreto in questione si muove nella direzione, secondo
quanto dichiarato dal ministro Fioroni, di garantire un sistema
d’istruzione “serio” più che severo, maggiormente rispettoso nei confronti
delle materie d’insegnamento tradizionali ma, allo stesso tempo, aperto
verso le discipline di “ultima generazione”.
Per conseguire questi obiettivi, la normativa in esso
contenuta propone delle importanti (anche se per parte dell’opinione
pubblica saranno discutibili) innovazioni che, se applicate correttamente,
avranno un forte impatto sul nostro attuale (carente?) sistema
d’istruzione.
In primo luogo, farà sicuramente discutere la norma che
prevede e regolamenta le sanzioni nei confronti di quegli insegnanti rei
di essersi macchiati di “gravi reati” o che, nell’esercizio della
professione, non hanno tenuto una “condotta adeguata”. Allo scopo è
previsto il potere del Capo d’istituto (lo eserciterà?) di sospendere in
via cautelare i responsabili dei vari reati.
Si appresta a diventare soggetto di sanzioni disciplinari
anche la figura dell’insegnante eccessivamente “assenteista”: a questo
scopo la normativa riduce a 120 giorni il termine entro il quale irrogare
le sanzioni disciplinari. Se guardiamo indietro, alla precedente
disciplina che prevedeva un termine di addirittura un anno e mezzo per
l’irrogazione della sanzione, possiamo affermare che c’è stato un grosso
salto di qualità!
Tempi duri in arrivo anche per chi si iscrive da esterno
agli esami di maturità: l’aspirante maturando non potrà più scegliere da
sé l’istituto privato che sulla carta (colpa di eccessivi spot
pubblicitari?) garantisce promozioni troppo “soft” e voti alti. Il
candidato dovrà presentare domanda agli uffici scolastici regionali, i
quali sceglieranno dove indirizzarlo per sostenere l’esame.
Con la presente normativa si ridona, inoltre, dignità e
valore al giudizio selettivo, di ammissione e idoneità a sostenere
l’esame di terza media.
Ritorna anche (a grande richiesta delle famiglie) il tempo
pieno (40 ore) alle scuole elementari e, infine, per gli aspetti
prettamente previdenziali e retributivi, è da segnalare la disposizione
che prevede le supplenze in caso di maternità a carico, non più della
scuola, ma del Ministero dell’Economia.
Non resta che augurarci un buon inizio anno scolastico!
Veronica
Vidili |
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3 settembre 2007
IL VERDE È ANCORA IL
COLORE DELLA SPERANZA?
Il verde è ancora il
colore della speranza? Questa è la domanda che molti potrebbero porsi
all’indomani della presentazione da parte della Commissione europea del
Libro verde per la modernizzazione del diritto del lavoro.
Il Libro verde, così
come il suo parente stretto Libro bianco, è uno strumento di intervento
sociale volto a consolidare la rete di protezioni e tutele e ad ampliare
l’offerta di chance e opportunità, al di là del lavoro subordinato
classico. Le finalità del Libro verde sembrano sintetizzarsi in un’unica
parola: flexicurity, o flessicurezza, termine coniato per
identificare la combinazione tra la flessibilità e la sicurezza sociale.
L’obiettivo prioritario, difatti, è quello di “coniugare competitività e
nuovi diritti, accrescere la capacità di risposta dei mercati del lavoro
europei, e (…) promuovere l’attività economica e accrescere la
produttività”. Da una parte la difesa rigida e statica dei rapporti di
lavoro in essere, dall’altra riconoscere aspirazioni soggettive di
modulazione, anche individuale, dell’attività lavorativa svolta e dei c.d.
tempi di vita.
La flexicurity
rimanda alle esperienze innovative adottate nei Paesi del Nord Europa -
Svezia, Olanda, Danimarca e Finlandia - degli anni 90; lo sviluppo dello
studio, della formazione, della ricerca e il libero esercizio delle
attitudini individuali hanno innescato un processo virtuoso di sviluppo
economico e sociale consentendo il superamento della crisi economica.
In questi paesi il
sistema statale prevedeva una tassazione elevata e un alto tasso di
sindacalizzazione; un coinvolgimento stretto dei sindacati che ha condotto
le stesse organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori a trasformarsi
in sindacato dei cittadini.
L’implicazione di un
allargamento della partecipazione pare sia stata la molla che ha spinto
verso un nuovo protagonismo delle realtà locali in testa le regioni e i
comuni.
A tutt’oggi, nella
nostra Regione non è stato individuato uno strumento valido e incisivo per
migliorare la situazione di crisi che coinvolge tanto l’impresa quanto i
lavoratori, ma bisogna, criticamente, constatare che non esiste nemmeno un
progetto.
Con qualche speranza in
più, sarebbe utile investire importanti risorse nell’ambito delle
capabilities, intese nel senso di un’articolazione tra capacità
individuali e peculiarità del nostro tessuto socio-economico, formazione e
professionalizzazione di imprenditori e lavoratori.
Concludendo, il
documento dell’ Unione Europea sembra muoversi anche in direzione di una
estensione delle tutele fondamentali al lavoro autonomo economicamente
dipendente. Questa è una prospettiva ormai necessaria sia per riordinare
il sistema delle garanzie che per evitare differenziazioni di tutela tra i
lavoratori dipendenti e i collaboratori che, comunque, svolgono la
medesima attività lavorativa. Un passo verso il “lavoro maiuscolo”, come è
stato definito da Aris Accornero; esso è servito per definire un’identità
sociale ed è stato il veicolo per la legittimazione di una larga parte di
cittadini.
Alberto Valenti
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agosto 2007
È Caprera la spiaggia più «sexy» del mondo. Una
classifica estiva fatta in questi giorni dall’emittente Usa mette l’isola
dell’arcipelago della Maddalena, diventato di recente parco nazionale, in
testa alle preferite dagli americani amanti del mare. Secondo la Nbc,
Caprera «è rimasta selvaggia nonostante sia ad un passo dalla Dolce Vita
del mondo ultra-chic della Costa Smeralda». Per questo tra spiagge
altrettanto belle come Salvador de Bahia, Cuisine Island, nelle Seychelles
o Kuta Beach a Bali, Caprera risulta essere per il gusto dei ricchi
turisti americani «la più sexy del mondo».
La classifica di NBC riunisce venti spiagge. Figurano,
tra le altre, Salvador de Bahia (in Brasile, «per il bianco della sua
sabbia»), Cuisine Island («per l’esoticità delle Seychells»), Harbour
Island, nelle Bahamas (per le immersioni), Kuta Beach, a Bali (per i
tramonti), Miami Beach («perché c’è anche la villa di Madonna»).
Ma Caprera per la NBC «è la più bella di tutte». «Perchè
puoi flirtare con i milionari, fare immersioni nel mare blu cobalto,
incantarti di fronte al rosso dei tramonti» scrive l’emittente nelle
motivazioni della sua specialissima classifica . Altre ’perlè secondo la
tv di New York sono Pigeon Point Beach, ad Antigua, Laguna Beach, in
California e Bodrum, in Turchia. A Mykonos, una piccola isola greca, si
balla e si canta per tutta la notte. Seguono Ihuru Island, nelle Maldive,
Playa Tamarindo, in Costa Rica, Grande Plage, a Biarritz, in Francia dove
è facile incontrare Isabella Rossellini e Karl Lagerfeld, Kaanapali Beach,
a Maui, nelle Hawaii, Similan Islands, in Tailandia e lo splendido atollo
Motu Tane, nella Polinesia francese.
da: "La Stampa" |
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9 luglio 2007
FALSARI
Il Tg3 di oggi – domenica 8 luglio – ci informa che i nuovi
ricchi russi pagano oltre 100mila euro per affittare per un mese una casa
in Costa Smeralda. E che i sardi che vanno in vacanza sono il 10% in meno
dell'anno precedente. Ognuno può mettere come crede le due notizie in
relazione e integrare le considerazioni con un'altra notizia sull'Unione
Sarda che racconta di una truffa di cui si parla da un po'.
Si spiega come si possano truccare le carte topografiche
fino a cancellare, nel litorale di Olbia,i presupposti dei vincoli, in
questo caso stagni in seguito abilmente interrati. Falsari postmoderni.
Incredibile: più o meno come nel film di Totò e Peppino "La banda degli
onesti".Cliché da diecimila lire, un po' di carta filigranata, un
tipografo, un pittore e altri sgangherati personaggi s'improvvisano
falsari. Li scoprono ovviamente. Questo nuovo imbroglio non è molto
divertente, perchè temo che di carte truccate, che spostano confini dal
mare, cancellano colline e fiumi e altra roba di particolare pregio, ce ne
siano molte in giro, con le conseguenze che vediamo in giro. Truffe e
truffatori non scoperti, temo. E temo, data la rozzezza del raggiro, che
ci siano complici tra quelli incaricati di controllare. Il rischio ? Vale
la pena di correrlo visti i valori. Ovviamente nessun tornaconto per il
fiero popolo dei nuraghi che addirittura s'impoverisce e rinuncia alle
vacanze (ma si potrà consolare andando a vedere cosa fanno i ricchi in
Costa Smeralda). (SR)
DA:
L'Unione Sarda - 8 luglio 2007
Chi ha fatto sparire gli stagni?
Clamorosa riapertura
d'una vecchia inchiesta.
La procura della
repubblica ha clamorosamente riaperto l'inchiesta sugli stagni-fantasmi
di Olbia. Ha affidato al corpo forestale nuovi accertamenti su Mare e
rocce, Pittulongu e Bados. Vuol capire com'è che sono scomparsi dalla
cartografie. Sbianchettati, cancellati, eliminati dalle cartografie e
soprattutto dal litorale di Pittulongu, Bados e Mare e Rocce. Gli stagni
fantasma della costa olbiese sono di nuovo al centro di una inchiesta
della Procura della Repubblica. Si può parlare di una clamorosa
riapertura del fascicolo del sostituto Renato Perinu, la stessa indagine
che aveva portato alla cancellazione del piano di risanamento di
Pittulongu. Il pubblico ministero Ezio Castaldi ha disposto nuovi
accertamenti, affidati al Corpo forestale. Il magistrato ha chiesto al
personale della sezione di polizia giudiziaria della Procura di
stabilire se corsi d'acqua e stagni retrodunali possano essere
classificati come beni demaniali.Se a questa domanda verrà data una
risposta positiva, il caso Pittulongu verrà rimesso in pista, perché la
prescrizione non cancella i reati riguardanti il patrimonio dello Stato.
Invece il fascicolo della prima indagine (ipotesi: abuso d'ufficio,
falso) è stato chiuso senza alcuna contestazione proprio perché i reati
sono stati dichiarati estinti per prescrizione. Insomma, la Procura
ritorna alla carica su una vicenda che interessa da vicino, oltre al
Comune di Olbia, anche quanti non vogliono arrendersi all'idea di dover
rinunciare agli interessanti interventi urbanistici in zone di
particolare pregio, sotto tutti i punti di vista. La polizia giudiziaria
si è messa subito al lavoro, dopo l'input dell'attuale capo della
Procura gallurese, gli investigatori faranno un percorso a ritroso nel
tempo, verificando documenti, ma soprattutto rilievi aerofotogrammetrici
che risalgono anche ai primi anni Cinquanta. Anzi il Corpo forestale sta
cercando materiale particolarmente interessante raccolto da un geometra
olbiese che qualche decennio fa mise insieme un voluminoso dossier su
Pittulongu corredato di preziose fotografie.
Rilievi che
dimostrerebbero, senza possibilità di smentita, l'esistenza degli specchi
d'acqua successivamente oggetto di interventi fuorilegge di riempimento,
sino alla completa scomparsa.
L'avvio degli
accertamenti arriva in una fase particolarmente delicata della vicenda. Da
mesi, infatti, il Comune di Olbia si oppone ai ricorsi presentati dalle
società alle quali sono state negati le concessioni per interventi nel
comprensorio di Pittulongu. Il Tar, con alcuni importanti pronunciamenti
ha accolto le richieste di chi ritiene priva di argomenti, almeno dal
punto di vista amministrativo, l'interruzione degli iter concessori. Ora
suona il campanello delle nuove verifiche avviate nei giorni scorsi dal
Corpo forestale. È evidente che, in un quadro come questo, si è ben
lontani da una definitiva risposta alle numerose domande riguardanti il
passato e il futuro di Pittulongu. Ma non basta, perché qualche giorno fa
il Tribunale di Olbia ha anche assolto i rappresentanti della società
proprietaria dei sette ettari affidati alla cooperativa Il Mattino, per la
realizzazione di parcheggi e strutture di servizio destinati ai bagnanti.
La srl Li. Do. di Pittulongu ha di nuovo, dopo un lungo periodo di
sequestro, la disponibilità dell'area e anche in questo caso si attendono
risposte dal Comune e dalla Regione.
ANDREA BUSIA |
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Birori, 27 giugno 2007
La ghianda è una ciliegia di Giacomo Mameli
Questo di Giacomo Mameli non è solo un
libro sulla guerra; è anche un libro appassionato e vivace sulla Sardegna,
sul paese di Foghesu-Perdasdefogu; su altri paesi della Baronia e del
Campidano, scritto con semplicità, ma anche con una straordinaria capacità
di raccontare e di commuovere, di presentare tante storie di soldati, ma
anche di uomini e di donne che hanno vissuto vicende grandi e terribili,
anche se ormai lontane e ricordate con gli occhi del rimpianto per una
giovinezza passata. Attraverso un’indagine rigorosa, vengono raccolte e
salvate dall’oblio le testimonianze di tanti protagonisti, che spesso si
incrociano e si sovrappongono, alcuni prossimi a compiere i cento anni: è
una vera e propria galleria di tipi e di personaggi, quasi tutti ricordati
con i bizzarri soprannomi, che costituisce un prezioso campione di
umanità, una Spoon River sarda dovuta ad un nuovo Lee Masters.
Ho letto tutte d’un fiato queste
pagine ed ho varcato una soglia, entrando con stupore nel microscopico
mondo di un paese lontano ed amato e insieme allargando improvvisamente lo
sguardo verso un orizzonte incredibilmente ampio, dalle sabbie roventi del
Sahara libico fino alle distese ghiacciate del Don, dal Danubio alla
Croazia e più lontano ancora, in Russia, fino alla prigionia in India e
nel Sud Africa. Un mondo alternativo all’isola, un continente o più
continenti che spaventano ed atterriscono chi viene da una piccola realtà
di una Sardegna arretrata e chiusa da sempre su se stessa.
Le esistenze di chi era vissuto in un
paese misero e tradizionale, dove ancora non era arrivata la luce
elettrica e la corriera della SITA, ma che non era infelice,
all’improvviso si allargano costrette dalla guerra in uno scenario che
Mameli ed i suoi testimoni riescono a descrivere con parole commosse,
sempre attenti ai sentimenti, alle passioni, ai rimpianti. Non si tratta
solo di un ampliamento geografico ma anche di un percorso lacerante
dell’anima, che tocca le vette inaudite dell’odio, della sofferenza, dello
sterminio, come nelle pagine dedicate agli ebrei nel lagher di
Bergen-Belsen, con un estenuante andare e tornare di protagonisti, come in
Germania tra tedeschi, russi, inglesi ed americani.
In tutte le storie c’è l’abilità
inusuale di raccontare su un doppio registro, di vivere l’attualità del
mondo di fuori con i suoi drammi e le sue incredibili sofferenze, ma
insieme di collegarsi costantemente ad un mondo di dentro che se talora
non è più sereno, certo è più stabile e conosciuto, un’oasi di pace più
immaginata che reale dove tornare almeno col pensiero per avere un ristoro
dalle sofferenze: il mondo di Foghesu sullo sfondo stabilisce i ritmi del
racconto, definisce i tempi e gli amori veri, fa da orizzonte alle vicende
di un’intera generazione di giovani che scandisce il suo tempo attraverso
il ricordo delle feste del paese, la Pasqua con la processione di Cristo
risorto nelle strade addobbate con i rami della pervinca, il 12 settembre
per San Salvatore, la Festa Grande, quando la processione accompagnata
dai razzi arrivava a S’Antononalài, dove c’era un asinello che ragliava
quasi per partecipare alla preghiera di tutti; il Natale povero di Foghesu
con la messa di mezzanotte e gli stendardi della confraternita del S.
Cuore. E questo mentre la vita vera si sviluppa nel mondo di fuori, tra
tradimenti e conflitti, mentre la grande storia entra con prepotenza nella
vita di ciascuno, costringendo tutti ad obbedire ad ordini assurdi e
spesso incomprensibili, a perdere comunque la propria identità. Si
riprendono i contatti con il mondo proprio attraverso i ricordi, i suoni
amati, le launeddas di Aurelio Porcu, gli spari a salve, i razzi, i
balli. Ed i profumi, gli arrosti dei maialini col lardo. Gli animali, i
cani, i cinghiali, le capre, i buoi indicati con i bizzarri soprannomi,
tutti ormai custoditi solo nel ricordo. Il paese è poverissimo, almeno
nell’immaginario fantastico di chi è stato servo pastore, anche se spesso
i rapporti sociali sono positivi, consentono di costruire un futuro, di
migliorare la propria posizione, anche attraverso l’acquisto di capre dal
padrone del gregge che conosce la magnanimità. Del resto esistono anche
episodi di generosità esaltante, come il permesso concesso in guerra dagli
abitanti di Esterzili ai cittadini di Foghesu di seminare il grano nei
favolosi orti collocati in pianura.
Ho sperimentato in passato la
difficoltà di raccontare che hanno i soldati sardi usciti sconfitti dalla
guerra fascista: mentre la grande guerra appare spesso come una grande
epopea della quale andare orgogliosi, che finisce per essere la cornice di
tante novità e speranze per la nostra isola, alla base della nascita del
Partito Sardo d’Azione, la seconda guerra mondiale è stata spesso vista
dagli stessi protagonisti come un momento spiacevole da rimuovere e da
dimenticare, un momento di frustrazione collettiva che talora i giovani
non hanno voluto perdonare ai loro padri. Così in famiglia scherzavamo sul
riconoscimento della croce di guerra concessa a mio padre e più in
generale a chi era uscito sconfitto dalla guerra oppure eravamo
intolleranti verso chi, figlio di antifascisti, sembrava aver subito
acriticamente le posizioni guerrafondaie del fascismo. Scherzavamo
sull’eroismo dei protagonisti, sulla retorica dei comandanti,
sull’inutilità delle marce di addestramento e delle esercitazioni col
moschetto, sull’ossessione per il lucido sugli stivali, sulla qualità
dell’armamento, sul contrasto tra gli obiettivi magniloquenti e la
modestia dei mezzi impiegati.
Col passare del tempo sono diventato
più tollerante e questo libro può aiutare a restituire dignità e rispetto
ai nostri padri, grazie alla capacità di Giacomo Mameli e dei suoi
sorprendenti informatori di farci toccare con mano il tormentato
percorso vissuto da un’intera generazione di giovani, costretti a crescere
in fretta ma decisi a non rinunciare alle proprie radici: quanto conti il
paese d’origine anche nei momenti drammatici della guerra, addirittura nel
momento della morte sotto il fuoco nemico, è evidente in ogni pagina di
questo libro, come a proposito di quel Desogus di Cuglieri che non faceva
altro che parlare del Monte e s’ozzu del suo paese; la foresta incantata
che sovrasta la cascata di S’istrampu de Massabari. Del resto questo libro
racconta insieme il sentimento di chi è partito per la guerra ed il
sentimento di chi è rimasto in paese, perché la terra d’origine non si
dimentica e non dimentica.
Mi sono tornate alla mente le
bellissime pagine di Gavino Ledda su padre padrone quando descrive il
dolore degli emigranti che partono dal paese di Siligo per l’Australia, la
miseria, il dolore, la disperazione, ma anche la rabbia di chi parte e di
chi resta, in quello che l’autore descrive come un funerale doppio, dove i
morti sono ancora vivi e dove gli abitanti di Siligo che rimangono
accompagnano all’autobus come al camposanto i parenti che partono per
sempre. E dove gli emigranti pensano di partecipare al funerale di quelli
che restano condannati ad una miseria senza scampo. Uomini tutti che
ebbero la ventura di vedere e sentire dalla propria bara il pianto e le
lacrime della propria gente, quando il tradizionale riserbo dei sardi si
era sciolto ed i padri avevano baciato i figli come si bacia il cadavere
di un congiunto nella cappella del cimitero prima di affidarlo alle zolle.
A Perdasdefogu all’inizio della guerra
non c’era ancora l’autobus, che si fermava ad Escalaplano, per cui le
partenze erano ancora più dolorose, senza valigie o con una federa per
portare i pochi viveri per il viaggio. Ma il rientro dei superstiti
avviene proprio in autobus, a segnare l’inizio di una vita nuova, in una
terra difficile e rocciosa ma bellissima, alle spalle del Monte Santa
Vittoria di Esterzili con la misteriosa Domu ‘e Orgìa, lungo la vallata
fiorita del Flumendosa, tra Jerzu e Ballao, presso il vulcano addormentato
di Còmina Trinta, un giardino di fiori bianchi d’asfodelo, una terra
assolata di pietre e di fuoco, dove con difficoltà si può praticare
l’agricoltura e produrre grano ed orzo. Sullo sfondo i tacchi calcarei
dell’Ogliastra, ad iniziare dal Trèmini. Una terra amata che per altri
versi mi ricorda quel caro paese di provincia, Domomentis, forse Sindìa,
della Stazione dei Sogni di Salvatore Sechi, un paese battuto dal vento,
dove l’autore ambienta una storia che ci conserva gli odori ed i colori
dell’isola del sole, gli stridi dei rapaci, i canti d’allodola, gli odori
di ferula, i profumi del maestrale che agita le fronde delle vecchie
querce, il suono delle campane, le feste come per la tosatura delle
pecore. Domomentis è il paese attraversato dal vento della giovinezza,
dove il protagonista ha conosciuto il silenzio dei meriggi estivi, lo
scorrere del torrente domato dalla veemenza del sole. Un paese popolato da
vecchi saggi, forse analfabeti, ma che hanno appreso l’arte magica
dell’affabulazione: una tradizione orale che affascina e che conduce i
ragazzi a sognare, alla nobile scuola dei narratori aedi, alla scuola
epica di alta poesia.
La cosa più straordinaria del libro di
Mameli, lo hanno scritto molti critici, è questo saldo rapporto con
l’oralità, se è vero che siamo partiti dal magnetofono e dalla
registrazione dei racconti di guerra dei reduci che si muovono talora tra
memoria e immaginazione, con una straordinaria capacità di ricostruire
ambienti, paesaggi, situazioni che affascinano ed appassionano il lettore.
Del resto i vecchi soldati si sono esercitati per anni a raccontare i
particolari delle loro storie di vita, invitati dai maestri alle scuole
elementari di Perdasdefogu, oppure impegnati in piazza a ricostruire per
gli amici fatti ed avvenimenti i cui protagonisti spesso non sono tornati,
come un giovane bellissimo ed invidiato, Gino Pitzalis, il sergente
maggiore del 79 reggimento fanteria studioso di latino e greco caduto di
guerra nel fiore degli anni. Bellissimo si descrive anche Antonio Lai, che
aveva conquistato una ragazza di Noto durante lo sbarco alleato in
Sicilia, così come Bonino Lai, che ricorda i propri riccioli neri che
colpivano tanto le ragazze.
C’è quest’altro aspetto inusuale che
mi ha colpito, la capacità, credo di Giacomo Mameli, di cogliere la
bellezza e la passione d’amore, che certo rimandano ai rimpianti dei
protagonisti per la gioventù perduta ma che sono rari in una letteratura
come quella sarda fatta di riserbo e di misura. Così Vittorio Palmas
racconta la sua prima volta con Antonietta, di primo mattino, nascosti,
stesi su un sacco, in un’aia, in mezzo a un campo di grano alto. E oggi
ricorda le cicale, e anche le cavallette e le lucertole che ogni tanto
facevano fare ai due amanti dei movimenti strani. Così Peppino Carta che
sogna di incontrare Silvia di primo mattino al nuraghe, dietro i filari di
fichidindia. Così il rimpianto per il bacio mancato della bella Savina nei
sogni arroventati di Battista Casu tra le rovine romane di Lepcis Magna in
Tripolitania e poi, al rientro dalla prigionia in India, finalmente a
Foghesu il lunghissimo bacio riparatore di notte presso la fonte sotto
l’albero del fico con i grilli che cantavano assieme alle rane del pozzo
di Candida.
Ma più ancora ci sono le confessioni
non imbarazzate di amori di guerra, di conoscenze fugaci ma profonde, come
per quella ragazza che passava spesso in bicicletta davanti alla caserma
di Ravenna, belle gambe lunghe, un seno giusto. Era elegante come Elena,
una ragazza di Foghesu che il timido Bonino Lai osservava mentre rientrava
dalla fontana con la brocca in testa. Sembrava una dea greca, con quel suo
collo dritto, lungo, il passo sciolto.
Così Pierino Monni, il comunista,
racconta senza remore e con un po’ di orgoglio di quelle ragazze ucraine
che davano con generosità altre gioie ai soldati.
Ci sono poi le storie piccanti di
paese, la prepotenza del capo della miniera il livornese Pietro Lavagna,
che Agnese aveva messo a posto con un calcio sparato in mezzo alla pancia;
il comportamento vile dell’appuntato Filetti dei carabinieri che si
approfitta di Marella Ferrigni, stella bianca, inviata al confino e qui
disonorata.
La gioia in guerra è fatta di piccole
cose, che non sono tanto le vittorie sul nemico, ma piuttosto coincidenze
fortuite, gli inattesi incontri tra paesani e tra sardi, come in Russia
l’incontro tra Peppinu Carta e Pierino Monni, il cacciatore di lepri e
conigli. O ancora tra Gino Pitzalis, Peppino Mameli e Vittorio Tegas
Ficchìu, infermiere cavadenti. E poi l’arrivo della corrispondenza da
casa, occasioni che rinsaldano i legami con il paese e con la gente,
quando si apprendono gli ultimi avvenimenti, le feste ed i dolori di chi è
rimasto a casa, magari a soffrire la fame, a morire di spagnola o di
febbre. Anche i lutti, come la morte di Italina, la sorella amata,
annunciata al telegrafista Bonino Lai mentre si trovava a Sebreniza: i due
fratelli non avrebbero potuto più ballare in piazza di chiesa, come lei
desiderava davvero, anche quando era in ospedale colpita ai polmoni dalla
polvere del lavoro in miniera.
C’è poi la compassione, come per
l’infelice Maria Cercapane del primo racconto (La penna di asfodelo),
impiccata al patibolo del cocuzzolo della forca per aver rubato due uova
nel pollaio. E la compassione per il ragazzo ucciso dai Russi, Arnaldo,
che sognava di tornare per vedere Elena, la fidanzata che non saprà mai
della sorte toccata ad un soldato che forse non fu mai sepolto.
Molte di queste storie iniziano già in
periodo fascista, raccontano il campo d’addestramento, la premilitare, il
potere dei podestà e dei preti, la povertà. Tra i protagonisti anche le
donne, come la quasi centenaria Luigina Mura, Stella Bianca e Maria
Caterina Lo Giudice, le cui storie commuovono e inteneriscono.
La guerra entra con prepotenza in
queste pagine, che descrivono atrocità e sofferenze: la paura, il fango,
il freddo, 40 gradi sotto zero, la fame, la sete, le pulci, i pidocchi, i
soldati italiani impalati vivi a Vrata in Croazia, la morte, i feriti, le
urla di dolore, il silenzio, la prigionia, i campi di lavoro in Germania,
le miniere, i campi di concentramento, la guerra sul mare.
Sullo sfondo torna l’invasione
dell’Albania, la guerra civile in Spagna, l’occupazione tedesca della
Polonia, della Norvegia e della Danimarca, l’attacco proditorio alla
Francia, la guerra-lampo, la guerra in Africa fino al Nilo, la ritirata,
la disfatta dell’Armir sul Don, l’armistizio e l’8 settembre 1943 di
Badoglio. Entrano nel libro testimoni di avvenimenti storici, gli incontri
dei soldati con Benito Mussolini, con Umberto II, con Italo Balbo in
Africa e con Rodolfo Graziani, con Mahatma Ghandi in India; con generali
ed autorità militari. In Sardegna il bombardamento di Cagliari. C’è anche
molta compassione, come per la sorte del CSIR, il Corpo dei Soldati
Italiani in Russia, che un caporale di Macomer, simpatico, poeta
estemporaneo, Virgilio Mura, aveva battezzato Cinquantamila Soldati
italiani rovinati. E poi la formazione dell’ARMIR, Armata italiana in
Russia fino alla primavera del 42.
Ci sono in queste pagine anche tante
storie di solidarietà e di amicizia, come quella tra il capitano Foglini e
la sua famiglia con il giovane Antonio Lai, messaggero di una buona
notizia, la nascita della piccola Emma.
Compare qua e là l’apprezzamento per
l’azione di Emilio Lussu, di Anselmo Contu, di Camillo Bellieni, di Titino
Melis, e per il rinato partito Sardo, il lento formarsi nel dopoguerra del
MSI, della DC, del PCI, partendo dalle esperienze tragiche degli anni
precedenti.
Talora si colgono imprecisioni,
cattivi ricordi, veri e propri errori storici, che Giacomo Mameli
preferisce registrare con precisione senza intervenire nel testo: ma
insieme germoglia da queste pagine da storie tanto diverse di eroi e di
uomini comuni, di fascisti e di antifascisti, un forte sentimento di pace,
contro le guerre grandi e piccole anche dei nostri tempi. Con l’orgoglio
di alcuni di aver cambiato parere, di esser cresciuti e di aver appreso
una lezione di vita senza pari. (Attilio Mastino) |
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28 maggio 2007
Leggo sui giornali che il
viceministro della Repubblica Stefano Boco, vorrebbe intervenire presso
l’Unesco per
mettere la Pelosa di Stintino nell’elenco dei tesori dell’umanità.
Spero che all’Unesco siano attenti a non cedere a questa incauta
richiesta perché non sarebbe, mettiamola così, un giusto riconoscimento.
Se si guarda alla striscia superstite
di spiaggia bianchissima, al colore del mare che per fortuna è com’era, va
tutto quasi bene (anzi no, perchè la spiaggia si è ridotta di molto e non
solo per fenomeni naturali). Ma non si può nascondere a chi gira lo
sguardo l’accumulo di case, a poche decine di metri dalla spiaggia ed
esteso a dismisura nelle quote più elevate. Uno stravolgimento, frutto
della più bieca speculazione stile anni Settanta-Ottanta, che fa stare
male chi ha visto quel posto molti anni fa. Resta, è vero, a compensare
questo sconquasso, quel tratto di spiaggia, che si è salvato perché
demaniale, e il mare di un azzurro unico, e anche il cielo, che se fosse
in terra non sarebbe scampato a un progetto di lottizzazione:
si su chelu
fit in terra/l’haiana serradu puru, scriveva nell’Ottocento il
poeta Melchiorre Murenu di altre recinzioni. Ecco nonostante le visioni
resistenti e suggestive di qualche traccia del paesaggio com’era, sarebbe
un premio ingiusto per la Pelosa, e anche diseducativo. Significherebbe
che non conta nulla che quel luogo sia stato modificato in modi tanto
invadenti, nonostante i molti appelli, producendo vantaggi solo per pochi.
E poi usato senza limitazioni proprio in quel tratto delicato.
Per meritare menzioni prestigiose, che
spostano visitatori, bisogna avere tutte le carte in regola o almeno non
averlo straziato il paesaggio. Basti pensare che per poco meno la Val d’Orcia
di Toscana – paesaggio già eletto dall’ Unesco – ha rischiato e forse
rischia di perderla la nomination ( per una ventina di case in più su un
crinale davanti a Monticchiello). Ci sono luoghi in Sardegna che suscitano
emozioni meno facili, dove la rendita immobiliare è meno elevata, e che
però hanno il grande vantaggio di essersi conservati quasi integralmente.
Forse si potrebbe dare un messaggio meno ambiguo e più utile. (SR) |
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19 maggio
2007
Avrà avuto
diciotto anni, percorreva con una compagna i vicoli del centro storico di
Sassari in una di queste mattine sfavillanti di maggio. Nere entrambe,
rincasavano ancheggiando elegantemente: non per atteggiamento, ma perché
la spesa appena fatta la portavano sul capo, con l’abilità popolana che
l’Italia ha smarrito cinquanta anni fa. L’amica una busta ben legata di
plastica col logo del vicino supermercato. Lei una confezione di sei
bottiglie d’acqua, due litri ciascuna. Chissà che acqua aveva nel suo
lontano paese, ho pensato. Quanta, e di che qualità. Arriva qui ed è
direttamente indotta, per bere, a snobbare l’acqua del rubinetto.
Negli
ultimi anni Indro Montanelli, almeno in tv, pareva accentuare la verve
da severo censore di comportamenti pubblici grazie anche al progressivo
infossarsi degli occhi chiarissimi su zigomi sempre più asciutti e
taglienti. In una conversazione televisiva raccontò di come nell’immediato
dopoguerra uno dei segni più evidenti del miglioramento delle condizioni
di vita fosse l’arrivo dell’acqua corrente e potabile in tutte le case,
con la conseguente graduale sparizione - dalle strade e dall’oleografia di
quel paese contadino che eravamo - dell’asinello con le botticelle in
groppa, o delle donne con l’anfora in equilibrio sulla testa. Eppure,
registrava con sgomento Montanelli, ecco oggi uomini reduci dai centri
commerciali scaricare affannati dalle auto quintali di bottiglie di acqua
minerale, eccoli infilare a fatica quei pacconi incellofanati negli
ascensori, eccoli a schiacciare metri cubi di bottiglie di plastica per
riempire buste e cassonetti dei rifiuti.
Siamo
tornati a fare i facchini d’acqua, come un tempo. E i nostri ospiti,
guardandoci, non possono fare a meno di imitarci. Eccoci tutti a pagare
carissima un’acqua superflua, che spesso ha molto da invidiare a quella
che sgorga dai nostri rubinetti. Comportamenti compulsivi che hanno a che
fare col presente e col futuro. Per civiltà come quella lasciata in Africa
dalla ragazza nera, il passato è – per noi incomprensibilmente - ciò che
ci sta di fronte, ciò che ha costituito il mondo quale lo vediamo: mentre
il futuro è alle nostre spalle, e ci piomba addosso quando meno ce lo
aspettiamo, pronti a dare le colpe alla tecnologia, alla politica, alla
scienza.
È per questo che abbiamo verso la
scienza e un atteggiamento ambivalente: la delega totale per la
risoluzione dei problemi complessi, e contemporaneamente (con accanimento
pre- o anti-scientifico) l’addossamento a essa di tutte le responsabilità
per le cose che non funzionano: come notava Antonio Gramsci, “ci si
aspetta troppo dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che
di reale la scienza offre”. La recente penetrazione nel senso comune delle
emergenze ambientali ha con questa nostra ambiguità molto a che fare.
Troppi anelli mancano nella catena che
conduce quella ragazza a portare le bottiglie sul capo. Anelli che parlano
di fughe, di nostra incapacità a cogliere la complessità, di delega. Alla
scienza e alla politica: il discorso della scienza come il discorso
politico, o l' esercizio del potere. Entrambi incomprensibili per vecchi e
nuovi abitanti dell’occidente.
Sante Maurizi |
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15 maggio 2007
MARIA GIACOBBE
(Massimo
Dell’Utri)
Due occhi scuri,
profondi, timidi, inquieti di un’inquietudine che potremmo dire “atavica”,
Maria Giacobbe è stata – suo malgrado – al centro dell’attenzione
sassarese e, di rimbalzo, nazionale il 16 aprile 2007. Il Rettore
dell’Università di Sassari le ha infatti conferito la laurea honoris
causa in Lingue e Letterature Straniere su richiesta della omonima
Facoltà, per i suoi meriti di scrittrice che ha scelto di operare sulla
labile soglia che separa lingue e mentalità differenti.
E così, con uno stile
semplice e diretto, Maria Giacobbe ha tenuto la sua lectio magistralis
su “Lingue e variabili appartenenze”, su come ci si possa trovare per i
casi della vita ad appartenere a più di una comunità linguistica, a vedere
il mondo con qualche occhiale culturale in più rispetto a quello che
riceviamo dalla nostra cultura originaria. Nata a Nuoro ma stabilitasi in
Danimarca nel 1957, lo stesso anno del suo primo romanzo, Maria Giacobbe
ha cominciato a frequentare quella dimensione intermedia tra culture
diverse che, pian piano, l’ha proiettata in una situazione ‘sospesa’,
vagamente irreale, perfetta per chi voglia occuparsi di letteratura. In
anni in cui si parla – con compiacimento o lamentazione – di relativismo e
incommensurabilità tra culture differenti, una figlia di Sardegna ha
mostrato con la concretezza del suo fare come dialogo, confronto e
rispetto sono realmente possibili. E questo vale più di mille dotte
disquisizioni di filosofi e sociologi. Grazie Maria!
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10 maggio 2007
CASE PREZIOSE
Le ville in costa Smeralda sono
tra le più care al mondo. Lo certifica l’agenzia
inglese Knight Frank che si
occupa dell’andamento del mercato immobiliare destinato ai ricchi,
e che ha redatto il documento “Wealth Report 2007”.
Lo sapevamo dalle informazioni
che ogni estate ci danno i giornali su vendite di case a prezzi
inimmaginabili e che non si spiegano. Il costo di costruzione di queste
case lussuose non è diverso da quello che si può riscontrare in altri
luoghi del Paese. Anche a immaginare l’impiego di materiali preziosissimi
(escludendo ragionevolmente i metalli nobili ) il costo di un metro
quadro finito di un fabbricato si può aggirare, esagerando un po’, sui
2000-2500 euro.
Il resto del valore – per arrivare a 24mila euro a mq – è dato certamente
dalla incantata condizione del contesto.
Una bella differenza, pure con
un notevole giardino di pertinenza e accessori, un’impareggiabile vista
sul mare (che non è merito dell’impresa), vicini di casa che vedi nelle
riviste patinate, eccetera.
Nessun giudizio di tipo morale.
Così è per queste merci e ogni considerazione nel nome dei meno abbienti
e della parsimonia, è del tutto superfluo. Si può osservare, ma si fa per
dire, che una decina di ettari terreno agricolo a mezzora di macchina dal
mare vale pochissimo e non si vende neppure con l’aggiunta di un buon
gregge di pecore lattifere garantite.
Qui si vuole solo segnalare che
di queste ricchezze, prodotte senza rischi d’impresa, con notevole danno
ai paesaggi sardi, non resta quasi nulla alle popolazioni locali.
Spiccioli ai manutentori, giardinieri e l’Ici che, come è facile intuire,
è del tutto scriteriata in questi casi. Se si lasciasse al buon cuore ci
sarebbe da guadagnare.
Niente insomma torna alla
collettività che concede questi paesaggi che sono il vero valore ; troppo
poco il compiacimento della presenza di tanta bella gente da queste parti
( “ajò a vedere le ville dei ricchi in Costa …”).
L’ alterazione irreversibile dei
connotati di spiagge e scogliere, la chiusura degli accessi al mare, la
preclusione di un uso produttivo di vaste aree, procurano grandi vantaggi
a pochi, che spesso neppure sanno dove sono le case preziose che
possiedono. Sarà per questo che qualcuno ha inventato “ la tassa sul
lusso”?
Leggo ancora che c’è chi
sostiene che l’incremento dei prezzi delle case esistenti nelle coste
sarebbe favorito dalla linea di contenimento delle trasformazioni
ambientali – il Piano paesaggistico – uno scandalo per i liberisti. Così –
è il suggerimento sottinteso – per non avvantaggiare gli immobiliaristi
spazio ai costruttori. Come se per impedire l’incremento di valore di
residenze esclusive nel centro di Roma, per ampliare l’offerta si
lasciasse via libera ai palazzinari di lottizzare Villa Borghese. (S.R.)
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Ora che l’opera è quasi completata, ora che
sono visibili a tutti i piloni, i binari sopraelevati, le stazioncine
d’accesso, è emerso come ultimo ostacolo il rumore intenso a bassa
frequenza, provocato dalle vibrazioni della fune, che renderebbe
invivibili le abitazioni lungo il percorso. Un ostacolo prevedibile ma
pericoloso che fa ritirare in ballo tutti i dubbi e tutte le risposte che
hanno segnato la realizzazione di tale impresa.
Il primo dubbio ha riguardato la sua
funzionalità. Che senso ha, si chiese, costruire un minimetró da Pian di
Massiano al Centro Storico, quando i veri problemi di penetrazione a
Perugia non riguardano le provenienze da ovest, ma quelle da nord-est
(Città di Castello e Umbertide) e da Sud (Foligno, Assisi, Bastia)? Si
rispose che, se i viaggiatori avessero privilegiato l’uso del treno, a
Fontivegge si sarebbe potuto arrivare a un efficace raccordo tra ferrovia
e minimetró. La piccola condizione era, ovviamente, che FCU e Trenitalia
realizzassero per le tratte di rispettiva competenza una vera
metropolitana regionale di superficie. Con tempi cioè veloci. Non come
ora. Già, ma quando? Prima o poi, si disse. Tranquilli: prima o certamente
poi.
Il secondo dubbio concerneva l’impatto
ambientale. Non rischiate di fare, si obiettò, una superfetazione pesante
e invasiva sul corpo storico della città? No, si rispose. Al contrario. Si
tratta di un segno avveniristico, di un graffito incisivo che coniuga e
cuce passato e futuro. Ricordatevi sempre delle scale mobili della Rocca
Paolina, e di quelli che non le volevano perché ne temevano la
devastazione. Poi furono tutti costretti a tacere, ammutoliti e ammirati.
Il terzo dubbio poneva il problema dei
costi. Forse troppo alti per un comune di 150 mila abitanti. Non vi
preoccupate, fu anche qui la risposta. Si farà un’operazione di governance,
mettendo insieme attori pubblici e soggetti privati. Magari poi si scoprì
che il pubblico finanziava più di tutti il lavoro, intervenendo in vesti
diverse. Con l’Apm, ad esempio, il cui capitale appartiene per il 50% alla
Provincia di Perugia e per il 40% al Comune. O con la Sipa, la società che
gestisce i parcheggi, di cui quasi il 60% è di nuovo del Comune di
Perugia. Certo nell’impresa ci sono pure la Leitner, la società
specializzata in funivie che mette il brevetto specifico, e il consorzio
di costruttori locali. I quali però intervengono con modestissime risorse
per assicurarsi un trattamento di riguardo negli appalti e nella gestione
dei parcheggi collegati. Bazzecole, si commentò. Pensavate che un’opera
così si realizzasse senza sacrifici collettivi?
Il quarto dubbio è emerso sugli extra-costi.
A un certo punto ci si è accorti che il preventivo di spesa era
insufficiente. E che rischiava di interrompersi tutto sul più bello.
Dolori di pancia, proprio in coincidenza con la crisi finanziaria del
Comune di Perugia. Per fortuna, nel frattempo, a Roma si insediava un
governo amico, e Di Pietro veniva generosamente in soccorso. Ma non
bastava neppure questo. Dicono così che la Regione amica ritagliasse il
finanziamento mancante sul fondo regionale della mobilità, sottraendolo di
fatto ai già sofferenti bilanci delle altre aziende ed enti del resto
dell’Umbria. Ma è possibile tutto ciò? Certo che sì. Non dimenticate che
Perugia è sempre la capitale della regione. E che, tra qualche anno, tutti
scorderanno queste quisquiglie per ricordare solo l’imponenza dell’opera.
Il quinto dubbio è quello odierno del rumore
del cavo. Una cosa evidentemente sottovalutata. Ma una cosa grave, nociva,
insopportabile. L’ha certificato perfino l’Arpa, l’Agenzia regionale che
fa i controlli ambientali. Dicono che l’impatto del cavo, fatto di fili
d’acciaio intrecciati tra loro, con le piccole ruote delle carrucole entro
le quali scorre, provochi un rumore a bassa frequenza avvertito come
minaccioso dall’orecchio umano. Dicono che sarebbe stato meglio un cavo
d’acciaio dalla superficie tonda e liscia, ma tale cavo non è stato messo.
Ora i tecnici, della società e dell’università, starebbero pensando alle
pezze da mettere. Pannelli isolanti da applicare fra il cavo e le
carrucole di scorrimento. Persino suggerimenti per soluzioni fonoisolanti
per le residenze vicine al percorso. Qualche soluzione è verosimile,
qualcun’altra pare irragionevole prima ancora che inefficace. Di sicuro
non basta la battuta sarcastica con cui si vorrebbe ridimensionare il
fatto: in fondo se il minimetró non parte subito è meglio, così si evitano
le perdite d’esercizio certe.
Questo, ad oggi, è il consuntivo dell’impresa. Un’impresa
per la quale è stata sempre chiamata in ballo la fiducia, se non
l’ammirazione dei perugini e degli umbri. È troppo chiedere in risposta
un’assunzione diretta di responsabilità da parte dei decisori, dei
contabili e dei tecnici su tutto l’iter e sui risultati raggiunti?
Roberto Segatori |
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aprile 2007
Tra l’Arcadia e il
kitsch, dalla Carlo Felice al West.
«Itte kitsch», uno dei
tre allestimenti - ideato dal docente di Beni Culturali Marcello Madau -
curati dall’Accademia di Belle Arti di Sassari presso la Frumentaria (via
delle Muraglie 1, fino al 25 aprile; ore 10-13 e 17-20, chiuso domenica) è
un utile momento di piacere e riflessione sugli oggetti che fra la
«traversata turistica» e il «ricordo emigrato» costituiscono un piccolo ma
fantastico campionario del gadget made in Sardinia, convenzionale e
ridondante: dai quadretti in sughero alla bambola in costume, dai boccali
a forma di nuraghe all’immortale «Lo scudetto in Sardegna» cantata in
sottofondo da Serafino Murru («E Riva il cannoniere / quando tira il
rigore / fa tremare il portiere»).
Paccottiglia, diremmo:
ma è meglio non snobbare quella produzione che crediamo relegata a quel
passato, pur recente, nel quale la Sardegna si affacciava «vergine» alla
società delle merci e dei consumi. Ancora oggi la riproposizione continua
del nuraghe (guardate sulla Carlo Felice, nella piana di Giave, che
meraviglioso trompe l’oeil un ignoto artista ha dipinto all’angolo
di un prefabbricato industriale), ore e ore di seguitissime trasmissioni
televisive sui canti e balli «tradizionali», o quella frasetta utilizzata
in tutti i progetti e i piani strategici del più piccolo dei comuni
(«valorizzazione del patrimonio culturale locale»), sono fra i sintomi più
semplici da decifrare della persistenza del kitsch nell’oggi.
La leggerezza del
lavoro degli studenti parte dunque dal divertissement, senza però
abdicare a una funzione critica, sottolineata ad esempio nelle note di
accompagnamento alla mostra: «Dove c’è kitsch, c’è anche un ricco
patrimonio culturale e paesaggistico: in Sardegna nuraghi, sughero,
pecore, cinghiali, e i colori del vestiario; da poco, nel mercato
dell’oggettistica, i gruppi dei tenores. Che il nostro sardo-kitsch sia di
sollievo, dialettica e farmaco salvavita al Museo Regionale
dell’Identità». Una frecciata opportuna per tenere desta l’attenzione sul
tema e i relativi investimenti. Non è che il dibattito sull’identità o i
musei languiscano, ma c’è nell’aria una coazione a ripetere identici
schemi in contesti sempre più variegati. La novità rispetto al passato è
che mentre prima l’ente pubblico rispondeva «a sportello» a richieste e
progetti, ora rivendica orgogliosamente il ruolo del Principe,
utilizzando funzioni di «indirizzo» che spesso lasciano perplessi. Questo
pare ad esempio anche il caso del «Betile»: ecco che nell’idea progettuale
per il museo del Mediterraneo si dice che il museo «dovrà costituirsi come
luogo di produzione, ricerca e sperimentazione sulle relazioni tra arte
nuragica e arti contemporanee». Quali siano i rapporti tra il nuragico e
il contemporaneo non è chiaro, a meno che non si vogliano fornire patenti
di autenticità a un’arte ancora da fare, e ivi da esporre.
Sulla “Nuova Sardegna”
Gianni Olla e Massimo Onofri hanno recentemente scritto di Arcadia ed
etno-chic. Forse ha ragione Olla a dire che dopo “Padre Padrone” «anche al
cinema, non è stato più possibile raccontare l’Arcadia». Ma «quell’Arcadia
che piace anche ai sardi, perlomeno la domenica, quando si va in gita e si
mangia il porchetto arrosto» continua a vendere, e più di prima: quella
che Onofri definisce «Sardegna da cartolina anticata, vellutino e pecore,
matriarcato e vendette feroci» assicura posizioni da top-ten nei
libri più venduti e prime-time in televisione, come nel caso di
«Frontiera». Chiamiamola acquiescenza ai desideri del cliente, attitudine
che Gino Satta ha studiato nel poco letto «Turisti a Orgosolo»,
riferendosi alle modalità del «pranzo coi pastori» e dell’«ospitalità».
Una lente che recentemente Sandro Roggio ha utilizzato per descrivere le
vicende dell’abitare e del costruire in Sardegna nel suo «C’è di mezzo il
mare».
Era proprio questo il
meccanismo all’origine del kitsch: fornire a una classe di
parvenu luoghi di conforto mentale e materiale che cicatrizzassero lo
shock della fine di un mondo, della nostalgia di una
totalità, della scissione fra individuo e realtà. I frantumi dell’impatto
con la rivoluzione industriale e il romanticismo, incollati a mala pena in
un assemblaggio da
Wunderkammer.
In questo senso
ha ragione chi sostiene che dentro quel romanticismo ci siamo ancora, fino
al collo. «Itte kitsch» conferma l’idea che dietro quel bric-a-brac
se ne celi un altro, che permea le strutture profonde dell’essere sardi,
alla perenne ricerca di un risarcimento garantito dal contemplare
affascinati il proprio ombelico. Moneta ancora perfettamente in corso
all’interno dei confini regionali.
Insomma, non è solo
questione di «cattivo gusto». Dopo semiologi e specialisti è forse toccato
a un romanziere suggerire sul kitsch le riflessioni più utili e
semplici: «Prima di essere dimenticati - ha scritto Milan Kundera -
verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra
l'essere e l'oblio».
Magari dà un po’ di
vertigini, ma che sia questa la definizione più corretta dell’identità
sarda?
Sante
Maurizi |
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06.04.07
Cattivi maestri
Un ragazzo torinese di
16 anni si è ucciso perché non ha retto alle vessazioni dei suoi compagni
di scuola. Era troppo normale: gli piaceva studiare, era mite, non
avvezzo alle urla sguaiate ed accurato nel vestire, soprattutto era
pulito. Mi immagino con facilità questi ragazzini vessatori: abiti
trasandati ma rigorosamente ‘di tendenza’, musica assordante perennemente
alle orecchie, cellulare sempre davanti agli occhi perché così possono
ammirarsi (facendosi fotografie) e ammirarlo (il telefonino), anch’esso
rigorosamente ‘di tendenza’ e con mille funzioni. Poco importa che questi
ragazzini siano solo dei praticoni e che delle nuove tecnologie non
sappiano nulla se non quello che (si) imparano a vicenda.
Il ragazzo di Torino
era tormentato a scuola da oltre un anno e mezzo. E gli insegnanti
dov’erano?
Un mio nipotino è
andato in gita scolastica a Barcellona. Per volontà ferrea dei genitori il
bambino non aveva mai posseduto un cellulare, ma gli
insegnanti-accompagnatori ne hanno imposto l’acquisto, pena l’esclusione
del bambino dalla gita. Ma come Ministro della Pubblica Istruzione non era
nei suoi progetti educativi (circolari comprese) quella di ridurne l’uso?
Mio nipotino è tornato tutto felice da questa sua prima esperienza senza
la famiglia ed io che sono un’impicciona ho iniziato a chiedergli “Che
cosa hai visto?”, e il bambino “Tanti palazzi”. Bene, incalzo io, “Di che
epoca? Come risposta: sguardo vacuo e interrogativo. Non provo pena per
lui e lo incalzo “hai visto come è brutta la torre di Boffill, e poi si
vede da ogni angolo della città, come il nostro grattacielo”. Niente da
fare, lo sguardo è sempre più perso. “Siete andati alla Fondazione Mirò?”.
E lui, “No, non siamo stati in nessun museo, l’unica cosa che abbiamo
visto è una chiesa mai finita….però abbiamo mangiato patatine e
hamburger”.
Signor Ministro, non
voglio generalizzare perché la maggior parte degli insegnanti sono fatti
di ben altra pasta, ma non c’è alcun sistema per controllare l’effettivo
operato di questi cattivi maestri?
Ora mio nipotino non
vuole più rinunciare al suo conquistato cellulare e per i genitori è, come
direbbe il poeta, una lotta impari.
(a.m.) |
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30.03.07
Nei
giornali la notizia che il Presidente della Regione Soru è stato nominato
"Ambasciatore della costa" per il prossimo biennio, per assicurare lo
sviluppo sostenibile delle aree litoranee del Mediterraneo, un’iniziativa
voluta dal Mediterranean Action Plan, all’interno dei programmi
per l'ambiente delle Nazioni Unite (Unep).
Un bel
riconoscimento per la Sardegna che fa da modello sui temi della tutela
ambientale, in un ambito non solo nazionale. L’idea è quella di avviare
una campagna per far crescere la consapevolezza (Awareness raising
campaign ) scandita da manifestazioni che saranno organizzate
annualmente in diversi Paesi del Mediterraneo, per attivare programmi sui
temi dello sviluppo locale autostenibile con particolare attenzione alla
gestione delle zone costiere.
L’ incarico a
Soru , si legge nei documenti ufficiali, è stato deciso per "appoggiare
le recenti iniziative della Sardegna nel campo della gestione e della
pianificazione delle zone costiere, e in particolare il Piano
paesaggistico regionale, la Conservatoria delle coste e il Piano regionale
di sviluppo turistico sostenibile", oltre che per diffondere
l'esperienza di governo della Regione sarda in tutto il Mediterraneo.
Colpisce che
nella lettera dell’organismo sia scritto di volere dare sostegno alle
scelte di governo della Sardegna. Può essere che si sia capito che in
Sardegna la convinzione della necessità delle scelte di tutela oscilla.
Nessuno è
profeta in casa sua – si dice – e forse neppure ambasciatore. Però sembra
necessario che le iniziative promozionali si svolgano, quanto prima, per
spiegarlo bene ai sardi questo progetto di tutela del territorio, del
quale si discute evidenziando in maniera strumentale i vincoli, i
castighi inflitti, e sottacendo o balbettando sugli aspetti migliori.
Potrà essere anche necessario, è il compito delle diplomazie, sentire
tutte le opinioni e laddove serve migliorare le previsioni. (S.R.) |
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24 marzo 2007
Si può assistere
indifferentemente alla morte lenta di persone e luoghi, se non si è
coinvolti direttamente?
Sì, può accadere tutti
i giorni a ognuno di noi. E non mi riferisco soltanto a fatti di guerra
che pensiamo lontani fintanto che qualcuno - che invece consideriamo
simile a noi - non viene colpito (o rapito) in prima persona: un soldato,
un giornalista, un agente dei servizi segreti, e così via. E neppure penso
a luoghi che vengono sconvolti dalle bombe, grattacieli che vengono
polverizzati da aerei, foreste che vengono incendiate da fuochi colpevoli,
ed altro ancora.
Penso a persone e
luoghi che vediamo nella quotidianità, che fanno parte del nostro vissuto
come memoria, attraversamento, sguardo. Come Piazza Università di Sassari
che per molte generazioni di giovani ha avuto molti significati: il luogo
del ‘primo amore’; il luogo di incontro dove, anche senza appuntamento e
senza sms, si potevano trovare i compagni di studi; il luogo dove potevano
stare nel contempo trepidazione e sollievo per gli esami sostenuti; il
luogo delle manifestazioni politiche giovanili; il luogo dei primi
concerti di musica rock. Insomma un luogo vivo non per i muri e le case
che già allora erano fatiscenti, ma per i ragazzi che lo riempivano di
risate, di chiacchiere, di presenza fisica.
Ora Piazza Università
è piena solo di automobili e di giovani se ne vedono sempre meno. Questa
lunga agonia che sta arrivando a compimento con lo spostamento delle
facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche in Viale Mancini, non è
il risultato casuale delle vicende urbane, è il prodotto di scelte, fatte
magari in buona fede e senza pensare agli effetti sociali, che originano
nello spostamento delle segreterie studenti e nella decisione delle
autorità accademiche di fare del Palazzo centrale dell’Università, la sede
di rappresentanza. Sede che non è tale neppure per le inaugurazioni
dell’Anno Accademico: negli ultimi due anni l’inaugurazione dell’A.A. si è
fatta nei locali del nuovo Conservatorio.
Si può ancora evitare
che questa Piazza perda definitivamente la sua funzione più importante,
quella che vede negli studenti universitari i protagonisti centrali? Forse
sì, ma ci vuole uno sforzo creativo e una volontà politica delle Autorità
Accademiche, dell’Amministrazione Comunale e delle Associazioni di
Categoria. Il resto andrà da sé. Ma se non si interviene, per favore, che
nessuno si metta a piangere, scrivendo magari sulle pagine dei quotidiani
locali con nostalgia di “com’era bella la Sassari di un tempo”,
perché anche costui si è reso responsabile con il suo silenzio che ha
contribuito a far morire una piazza, lentamente svuotata del suo futuro.
(a.m.)
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Nell’articolo che proponiamo alla vostra attenzione, il sociologo della
politica Roberto Segatori affronta alcune questioni che riguardano
l’ateneo di Perugia e dalle quali estrapolo i seguenti nodi problematici:
1) l’influenza diretta e indiretta esercitata dall’università sui
cambiamenti urbani, in termini di rendita di posizione, di valore del
suolo, di rinfunzionalizzazione degli spazi, nel momento in cui facoltà,
dipartimenti e uffici vengono riposizionati in luoghi diversi da quelli in
cui sono nati; 2) la commistione che vi può essere tra diversi livelli
istituzionali se differenziati interessi particolari trovano finalità
unitarie; 3) un uso strumentale che può derivare da forzature delle norme
interne all’università, piegate di volta in volta a logiche non
propriamente universalistiche. In relazione a questi tre nodi problematici
che emergono proprio quando si riafferma il principio di autonomia dei
diversi livelli istituzionali, pongo il seguente interrogativo: il caso
esposto da Segatori, è un caso locale o è esemplare di una condizione che
possiamo ritenere generalizzata? (a.m.)
15 Marzo 2007
UNIVERSITÀ IN SVENDITA?
La
professoressa Anna Torti ha recentemente dato le dimissioni dall’incarico
di prorettore all’Università di Perugia. Voci di corridoio hanno cercato
di ridimensionare l’accaduto a livello di pettegolezzo. La Torti avrebbe
rinunciato sapendo che, in caso di rielezione di Bistoni, non sarebbe
stata riconfermata nell’incarico, destinato, pare, a Gaia Grossi. Una
gelosia tra donne, s’è detto. No, un problema cruciale di autonomia, ha
replicato la Torti.
Il tentativo di Francesco Bistoni di essere riconfermato
per la terza volta nella carica di rettore dell’Università di Perugia si
connota di un passaggio inquietante. Il quarto, dopo altri tre aspetti
largamente discutibili. Non pesa infatti sul personaggio la sola caduta di
stile democratico della modifica dello statuto pro domo sua. La sua prima
caratteristica è infatti quella di essere più attento al marketing urbano
che alle finalità proprie dell’Università. Preoccupato di rastrellare
risorse per la definitiva sistemazione della nuova Facoltà di Medicina a
San Sisto, Bistoni ha aderito all’idea del sindaco Locchi di valorizzare
urbanisticamente l’area di Monteluce (in perdita di valore per il
trasferimento dell’ospedale), puntando a trasferire in via del Giochetto i
numerosi studenti di Giurisprudenza, Economia e Scienze Politiche. Tale
scelta appare discutibile per almeno tre motivi. In primo luogo, perché
spacca il polo universitario umanistico oggi insediato sull’asse
Conca-Piazza Morlacchi. A soffrirne saranno gli affollati corsi
interfacoltà di Scienze della Comunicazione, tenuti da docenti di Lettere,
Scienze Politiche ed Economia, nonché la localizzazione della grande
Biblioteca di scienze storiche, politiche e sociali che serve appunto le
prime due facoltà. In secondo luogo perché non ricompone il polo
scientifico, lasciando divisa la Facoltà di Scienze (che resterebbe nella
Conca) da quella di Ingegneria, che si trova a Santa Lucia. In terzo luogo
perché si finirebbe per creare un’occhiaia vuota (la stessa Conca e
l’Elce) proprio a ridosso del Centro Storico perugino. Insomma, una pura
manovra di marketing urbano, che contraddice tutti i criteri
dell’ottimizzazione dei campus universitari, che verrebbero spaccati e non
riuniti. La seconda caratteristica dell’azione bistoniana è quella del
brusco ridimensionamento dei fondi per la ricerca. È vero, ci sono stati
tagli imposti dalla Finanziaria. Ma tra le tante possibili opzioni di
contenimento dei costi, quella di tagliare massicciamente le poste della
ricerca, a favore di altre voci di spesa, è apparsa decisamente la più
deleteria. La terza caratteristica è quella relativa al modello di
governance universitaria adottato. Per sua natura di istituzione
scientifico-culturale, per la qualità degli uomini e delle donne che ne
fanno parte, l’Ateneo deve essere governato “insieme”, e soprattutto in
maniera trasparente. Con Bistoni si è spesso avuto un orientamento
opposto: gestione verticistica e grande opacità nella gestione analitica
del bilancio e della distribuzione delle risorse.
Con tali referenze resta un mistero – un caso di
masochismo? – il fatto che una parte degli elettori dell’Università di
Perugia continui a sentirsi filobistoniana. Ai tre punti suddetti, ora si
è aggiunta la questione sollevata da Anna Torti. Che, a quanto sembra,
consisterebbe in questo. In caso di rielezione, Bistoni, per cementare il
patto di ferro con le istituzioni politiche regionali e comunali,
nominerebbe prorettore l’ex assessore regionale Ds Gaia Grossi, più nota
per il suo impegno politico che per visibili meriti accademici. Se fosse
vero, l’intento sarebbe di una gravità assoluta. Per due motivi. Primo,
perché minerebbe pesantemente l’autonomia universitaria – una connotazione
così importante e delicata, che la stessa Costituzione si è preoccupata di
garantire per prima, dopo le invadenze politiche di epoca fascista.
Secondo, perché darebbe delle istituzioni politiche locali un’immagine non
solo di completa miopia, ma di palese spirito antidemocratico. Sia chiaro,
i rappresentanti politici locali (ed altri importanti soggetti
territoriali, come ad esempio le fondazioni bancarie) hanno tutto il
diritto di chiedere all’Università di tenere conto dei propri bisogni
formativi e di ricerca scientifica. Hanno anche il pieno diritto di
chiedere che l’Università sia efficiente e di qualità. Ma ciò che non
devono assolutamente fare è di invadere il campo delle competenze
accademiche – che sono scientifiche, culturali e formative – violandone
l’autodeterminazione, che è primariamente finalizzata a garantire il
miglior esercizio delle stesse competenze.
La cosa, insomma, ci pare troppo grossa per essere vera,
come la responsabilità che in tale evenienza si assumerebbero il rettore e
i politici locali. Siccome però non vogliamo fare un processo alle
intenzioni, ci aspettiamo che lo stesso Rettore oggi in carica, la
Presidente della Giunta Regionale e magari il Sindaco di Perugia prendano
la penna e intervengano su questo giornale per smentire tale sciagurata
ipotesi, o magari per manifestare esplicitamente il loro punto di vista
sulle sorti dell’Ateneo perugino. Perché altrimenti, affidare la risposta
alla collocazione di Gaia Grossi negli organismi accademici, sarebbe il
peggior segnale che l’intera comunità universitaria potrebbe ricevere. (roberto
segatori, corriere dell'umbria) |
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Marzo, 2007
Abbiamo già scritto
su queste pagine a proposito della scomparsa di vecchie palazzine e ville
che caratterizzavano molte parti di Sassari. La furia demolitrice è
durata a lungo, nonostante le proteste, perché mai si è opposto alcun vero
ostacolo all’accanimento verso piccoli manufatti sostituiti da edifici
cinque-sei volte più grandi e molto, molto più brutti. Si segnalava che a
quel modo di fare si è sostituito di recente un procedimento
apparentemente meno brutale. Così è in via Carlo Alberto e in piazza
Fiume. Dietro i sipari dei ponteggi due edifici, fine Ottocento- primo
Novecento, sono in corso lavori di pesante ristrutturazione: restano in
parte le vecchie pareti a fronte di uno svuotamento integrale. Brutto
espediente reso possibile da un’ ambigua norma del piano (ancora il
vecchio generoso piano regolatore). Dietro finte pareti l’architettura
originale lascia il posto a soluzioni quantitativamente più vantaggiose
alla rendita e con effetti non previsti sull’organizzazione urbanistica.
Su
“La Nuova Sardegna” si legge dell’intervento
della Soprintendenza finalizzato a salvarci, sembra di capire, almeno
dalla vergogna di una ricostruzione in chissà quale fantasioso stile; ma
il danno è fatto e neppure questa mossa necessaria ma tardiva potrà
rimediarlo. Non è detto di più nell’articolo che spieghi i dettagli del
provvedimento. Ma è evidente la brutta figura che si fa tutte le volte che
la tutela statale appare più avanti di quella che la comunità locale
dovrebbe garantire di sua iniziativa. Questa Amministrazione, che non ha
colpe a questo riguardo, ha assicurato un impegno per la salvaguardia
della città centrale. Sarebbe opportuno che non attendesse oltre: per
evidenti ragioni. (s.r.) |
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23/02/07
Scendere o
salire a Cagliari. La disputa sui termini torna ogni tanto per ostentare
il disagio – tutto sassarese – nei confronti del viaggio obbligato verso
la città capoluogo a sud ( con pregiudizio: sud è coordinata geografica
svantaggiata, dove lo sviluppo è meno realizzabile).
Ma
Cagliari, nonostante l’ ubicazione, nella competizione tra le città
isolane ha stravinto: basta dare un’occhiata per capire il livello di
infrastrutture e di servizi su cui conta la comunità cagliaritana. C’è la
versione consolatoria, secondo cui Sassari conserverebbe l’egemonia
culturale, in verità da dimostrare, e altri primati molto effimeri che in
questa temperie valgono quanto valgono i simboli. Un indizio del primato
cagliaritano è dato dal collegamento tra le città, e riguarda i viaggi di
andata e ritorno che sono “a senso unico”: a Cagliari si scende (o si
sale) e non viceversa, a contraddire la teoria che il viaggio su mezzi
pubblici debba essere “simmetrico” per produrre rapporti e opportunità di
sviluppo.
Attenzione
alla asimmetria: chi da Sassari deve andare a Cagliari e tornare in
giornata si può dichiarare relativamente soddisfatto. Ci sono, di prima
mattina, mezzi, taxi collettivi efficienti e pure un treno che in meno di
3 ore assicura di percorrere i 200 e passa Km.
E’ da
Cagliari che non c’è modo di arrivare la mattina presto nel Capo di Sopra.
Nessun mezzo su gomma prima delle 10. Un treno c’è ed è inimmaginabile
usarlo. Chi ha fatto questa esperienza di oltre quattro scomode ore di
viaggio ha il dovere di segnalarlo: a me è successo di recente di essere
unico passeggero che ha affrontato il tragitto, l’unico credo che quella
mattina è salito da Cagliari a Sassari usando il mezzo pubblico.
Se da una
parte un viaggio di quattro ore è inaccettabile (nello stesso tempo si va
da Milano a Roma: oltre 600 Km), colpisce che su quella tratta nel
percorso inverso si risparmia un’ora. La disparità merita un’analisi oltre
l’ovvio riscontro che è la domanda che determina l’offerta di trasporto,
a proposito di strategie per una città – Sassari – più bella e più forte.
Da Cagliari, sicuramente molto più forte, nessuno ha interesse a venire a
Sassari e se qualcuno avesse questa esigenza gli passerebbe la voglia.
L’automobile in Sardegna è il mezzo più usato in assenza di alternative, e
magari molti continuano a pensare che sia una cosa da poveracci usare il
treno. Prodi usa la ferrovia per andare da Bologna a Roma e sembra una
stravaganza (l’auto blu, d’altra parte, fa sentire importanti).
Il Re, nel
primo Ottocento, ha dato un segno concreto ai sardi realizzando il
proposito sempre interrotto di collegare i due Capi dell’isola. I 235
chilometri di strada sono stati realizzati in 6 anni, grazie
all’investimento di 4 milioni di lire nuove. Una somma considerevole per
un progetto moderno, e l’ impressione è che non siamo andati molto avanti
da quella conquista. Modernità è oggi avere collegamenti pubblici
efficienti, non solo automobili veloci. E anche a questo riguardo sembra
che abbiamo saltato qualche passaggio, che siamo nella postmodernità
senza essere entrati a pieno titolo nella modernità ( ma non è una
novità). Si dice che la Regione metterà presto treni più efficienti
com’è in Europa. Bene, perché la continuità territoriale, quella delle
reti corte, servirà a impedire la crisi di senso che ci assale quando
scopriamo che stiamo molto meglio se dobbiamo andare a Londra o a
Barcellona che da Cagliari a Sassari. (s.r.) |
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15.02.07
SILIGO. Gli occhi grigi di Abramo si
illuminarono d’un lampo di rabbia quando un cronista, venuto a Siligo per
farsi raccontare la sua storia, ormai dieci anni fa, gli chiese di
accompagnarlo a Baddevrustana, la scena di «Padre padrone». Il patriarca,
lucido ancora e duro come sempre, si fece il segno della croce e disse in
un sibilo: «Io lì non ci vado. Quello, per la mia famiglia, è stato un
posto maledetto». E forse la maledizione di Baddevrustana non s’è spenta.
Ieri, infatti, ai funerali di Abramo il figlio che si ribellò al
dispotismo paterno non c’era. Gavino Ledda è rimasto chiuso in casa. Hanno
cercato di convincerlo in tanti a cambiare idea, ma non c’è stato niente
da fare.
Nel dopo pranzo, Gavino attizza il fuoco nel camino della
cucina-soggiorno. Fuori soffia un vento gelido. Dentro c’è odore di caffè
e di cenere, di formaggio e di vino. «Sono riuscito a mandare giù un
boccone — dice — Era da ieri che non toccavo cibo». E’ stanco, la morte di
Abramo lo ha toccato. Il rapporto tra i due era forte. Arrivano di
continuo le telefonate. Lo chiamano le agenzie, lo cercano le televisioni
locali. Ma Gavino ha la testa da un’altra parte. Ha deciso che a salutare
Abramo, giù a Banzos, il piccolo cimitero del paese, lui non ci sarà. E la
cosa gli pesa. E’ una decisione che non ha preso a cuor leggero. «Una
spiegazione? Preferirei star zitto, ma capisco che la mia assenza è una
notizia. E allora, per evitare che ci si ricami sopra, dirò semplicemente
la verità. Non vado ai funerali di mio padre perché non voglio incontrare
i miei fratelli e le mie sorelle».
Gavino di fratelli ne ha due: Giacomo e Filippo. E di
sorelle tre: Vittoria, Elisa e Domenica. Solo con Vittoria ha avuto
sempre, e conserva, buoni rapporti. Con gli altri non s’è mai preso
troppo. Le cose, poi, sono peggiorate, e molto, dopo la storia della cava
a Baddevrustana, un progetto autorizzato dal Comune di Siligo in un pezzo
di terra che per Gavino è un luogo dell’anima. Per non dire che, nella
piccola storia della letteratura scritta in Sardegna — e forse della
Sardegna tout court — Baddevrustana una sua rilevanza simbolica ce l’ha
comunque. Il sindaco di Siligo è una nipote dello scrittore di «Padre
padrone», figlia di Giacomo. «Quando io ho protestato — dice Gavino —
contro la devastazione che volevano fare dell’ovile della mia infanzia e
della mia adolescenza, i miei fratelli e le mie sorelle, tranne Vittoria,
mi hanno lasciato solo». Gavino ricorda che per la sua opposizione
all’apertura della cava ha dovuto subire un pesante atto intimidatorio:
una fucilata contro la porta di casa: «Ho ricevuto la solidarietà di
tantissima gente. Mi sono visto abbandonato, invece, dalle persone che
avrebbero dovuto essermi più vicine». Perciò lui al funerale non ci va:
«Sono convinto che mio padre avrebbe capito. Mi avrebbe detto di stare a
casa. A lui non tolgo niente se non seguo la bara sino alla tomba. Non è
per lui che non vado. Con mio padre ci sono sempre stato e sempre ci
starò. E’ una parte di me».
Ricorda, Gavino, quando Abramo decise di lasciare
Baddevrustana: «Era l’inverno del 1956. Arrivò la neve, tanta, come non
s’era mai vista. Un giorno io e lui ci svegliammo all’alba. Era tutto
bianco. Lui corse fuori come una furia: controllava le piante, le viti,
gli ulivi, una ad una. Le sentiva morte sotto le dita, bruciate dal gelo.
Urlava come un animale ferito che sente vicina la fine. Imprecava contro
il cielo, dalla sua gola usciva una voce d’assassino: avrebbe voluto
uccidere, stroncare con le sue mani, chi gli toglieva il frutto del
lavoro. Ma non poteva certo rifarsi sul manto candido che copriva ogni
cosa. Le piante erano le sue creature. Le aveva fatte vivere strappando la
terra ai rovi e agli sterpi, facendoci sputare sangue, a me e ai miei
fratelli. Dopo la neve del 1956, non volle più saperne di Baddevrustana,
decise di andare via, vendette tutto. E’ vero, lui considerava quella
tanca un luogo maledetto. Non ci ha più voluto rimettere piede».
La moglie di Abramo, Mariantonia, 93 anni, sta a casa a
letto, soffre dei postumi di una frattura al femore. Anche lei non ci sarà
in chiesa e al cimitero, ma della decisione di Gavino non vuole dire
nulla. Silenzio anche da Giacomo, Filippo, Vittoria, Elisa e Domenica, che
stanno insieme sui primi banchi della chiesetta parrocchiale, ad ascoltare
l’omelia di padre Morittu, che a Siligo ha la sua comunità per il recupero
dei tossicodipendenti e che conosce bene la famiglia Ledda.
Morittu parla di Abramo, che in un secolo di vita ha
vissuto il grande, doloroso passaggio della Sardegna dall’universo chiuso
della tradizione alla modernità. Un Abramo biblico alla rovescia. L’Abramo
re pastore, che dalla Mesopotamia portava greggi e genti sino alla terra
di Canaan, iniziava una storia; Abramo il despota di Baddevrustana la
chiudeva una storia, era l’ultimo impotente testimone di un mondo che
moriva, di un mondo che per il figlio ribelle non aveva senso E il bastone
non bastava più a mantenere viva la vecchia legge. Morittu ricorda quanto
sia stato difficile sostituire il vecchio con il nuovo e quanto
quest’affanno ancora duri. E come, in questa difficoltà, la figura paterna
conservi un significato che supera le contingenze storiche. Cosa che sa
bene anche Gavino. «I padri — dice — devono fare i padri. La guerra con i
figli è giusta da sempre. Nel mio libro non c’è una sola parola d’odio
contro Abramo. Io sapevo che un giorno avrei avuto la mia libertà, lontano
da lui e anche contro di lui, ma non senza di lui». (c.c.) |
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Fragile umanità
Donna di 86 anni muore carbonizzata nella sua abitazione a
Suni. Questo è l’ultimo episodio, in ordine di tempo, riportato dalle
cronache giornalistiche. Recentemente ci sono stati altri episodi di
questo tipo e tutti rinviano al fatto che sono numerosi i casi di anziani
che muoiono da soli. Il che non significa che tutti lo fossero per
davvero. Ad esempio, la donna di Suni era assistita dal figlio che
purtroppo (per lui) non era in casa quando è successa la tragedia. Va
sottolineato però che, se non si può mettere sotto sorveglianza totale chi
invecchia, si possono però ridurre i rischi applicando pochissime ed
elementari norme di sicurezza.
L’Amministrazione comunale di Sassari ha adottato come
strumento di intervento il Piano strategico e, tra le finalità, si sta
ponendo l’obiettivo di trasformare la città in un luogo dove si può
“invecchiare bene”. Opera meritoria di difficilissima attuazione sia
perché per riqualificare e rendere fisicamente accessibile e sicura la
città sono necessari ingenti investimenti – di cui il Comune è sprovvisto
–: si pensi semplicemente al fatto che buona parte del patrimonio edilizio
ad uso abitativo non è dotato delle condizioni minime di accesso per le
innumerevoli barriere architettoniche presenti, a partire dal fatto che
molte abitazioni sono prive dell’ascensore; sia perché è necessaria una
profonda trasformazione culturale delle relazioni sociali che sempre più
si basano sul fatto che la vecchiaia è vissuta come una brutta malattia da
curare. Quest’idea di vecchiaia produce due tipi di comportamenti a) chi è
vecchio viene ignorato e privato perciò di una qualunque rete di sostegno;
b) oppure viene ‘messo sotto sorveglianza’ a fini protettivi e affettivi.
In questo secondo caso, un numero più o meno vasto di figlie, nuore,
badanti, amiche, e così via, organizza i tempi e gli spazi del vecchio di
turno, persino quando il ‘poveretto’ se la può cavare da solo. Si tratta
prevalentemente di un universo femminile perché le donne sono i soggetti
sociali su cui pesa maggiormente la vecchiaia di un parente e/o di un
amico, ma da questo composito universo di oppressori/oppressi non sono
affatto esclusi i maschi.
Ci può essere un terzo modo di intendere la vecchiaia? A
ragionarci ora, quando la vecchiaia è ancora lontana, sembrerebbe di sì, e
per abbozzarlo può essere utile lo strumento della narrazione:
“Il Vecchio è fragile e le sue ossa sono di vetro, basta
una distrazione che una costola si rompe in un baleno. Per questo è sempre
attorniato dai familiari che non gli danno tregua. Tutti a raccomandargli
di usare cautela e a ripetergli ‘non fare questo’, ‘non fare
quest’altro’, ‘non mangiare questo cibo che ti fa male’, ‘cammina
piano’, e via discorrendo, perché, si sa, i vecchi devono stare sempre
attenti.
La vita del vecchio ormai è diventata una continua ansia
per tutte queste sagge raccomandazioni, anche perché frasi del genere il
Vecchio se le sente ripetere almeno dieci volte al giorno. Ma più costoro
gli ricordano la sua vecchiezza e più lui la dimentica. O per meglio dire,
fa finta di perderne per strada il ricordo. Per questa ragione ogni giorno
cammina a perdifiato infischiandosene allegramente di tutte le
raccomandazioni, perchè la sua testa, ignorando l’età, continua ad essere
piena di progetti così come gli batte forte il cuore davanti ad ogni donna
che gli ricorda un volto amato. Lui che ad ogni donna ripeteva ‘ho avuto
cento amori e tu sei l’ultimo’.
Ma i familiari non gli danno tregua, raccolgono il ricordo
della sua vecchiezza e glielo rendono con stucchevole gentilezza, pensando
così di dominare i suoi impeti.
Il Vecchio è un uomo intelligente e sa essere furbo. Così
un giorno escogita un piano per imbrogliarli ben benino. Incarta il
ricordo della vecchiezza e lo nasconde mescolato tra i tanti ricordi,
tanti quanti può contenerne la memoria di uno che ha vissuto a lungo e
che dalla vita ha preso a piene mani.
Per un po' di tempo se ne sta quieto quieto per distrarre
parenti, amici e conoscenti che, rassicurati della saggezza ritrovata,
finalmente allentano la presa.
Una mattina il Vecchio decide di fare una passeggiata
dalla vetta della collina fino al mare. Cammina lentamente per non
allarmare i parenti che lo osservano dall’alto. Apparentemente è assorto
nei suoi pensieri, in realtà è deciso a mettere in pratica il piano
escogitato: regalare i suoi ricordi a chiunque incontri lungo la strada,
sconosciuti o persone a lui note poco importa. Saluta tutti, a volte con
calore, talaltra con indifferenza, si indispettisce con chi mal sopporta.
Ma ai vecchi è perdonato tutto, anche le piccole cattiverie.
A ognuno dà in dono un suo ricordo: del primo amore
all’uomo curvo, della sfida vinta al bambino grassottello che ansima per
la fatica del camminare, delle mille ricchezze sperperate con allegra
insensatezza al barbone seduto vicino all’edicola, dell’odore della terra
bagnata alla donna scombinata che non sa conciliare famiglia e lavoro, e
così via.
Cammina a lungo distribuendo con generosità a destra e a
manca. La sorpresa iniziale si trasforma in gratitudine, nessuno aveva mai
ricevuto un regalo più prezioso, neppure quella coppia di amanti che
piangono perché in dono hanno avuto il ricordo di un amore finito.
Ora può tornare a casa, ha ormai regalato tutti i suoi
ricordi.
In cima alla via vede una ragazza dalla grazia
indefinibile, come quella di Gurù, lui si sente un Giovancarlo ma non ha
più ricordi da regalarle. Il Vecchio la guarda e invano fruga nella sua
memoria, perché l'unico rimastogli è il ricordo della sua vecchiezza. Lo
aveva celato così bene che se l’era dimenticato. Rimane interdetto sul da
farsi, non vorrebbe darle proprio quel ricordo a neppure vorrebbe
lasciarla senza, ora lo sa è lei il suo ultimo amore.
Seppur rammaricato le dona proprio il ricordo da lui meno
amato, ma ora sa che…”
a.m. |
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Il Corriere dell'Umbria 04.02.07
SE IL CALCIO È UNO SPECCHIO
Forse è il
caso di ripartire da una domanda apparentemente banale. A che serve il
calcio? Chi si occupa di scienze sociali sa che la risposta è almeno
doppia. Ovvero che c’è una risposta se si guarda sopra la superficie (del
mare o del vulcano, fate voi), e ce n’è un’altra, anzi più di una, se si
guarda sotto la superficie. La risposta di superficie dice questo: il
calcio è attività fisica, competizione sportiva, gioco con regole. E in
quanto tale è anche, inevitabilmente, processo educativo e formativo (se
solo di atletismo o di altro è poi da discutere). Ma le risposte più
interessanti sono quelle che vanno a scavare in profondità. E sott’acqua
ne troviamo altre tre.
La prima ci
dice che il calcio, come ogni altro sport, è un mezzo per canalizzare e
sublimare l’aggressività e la violenza presenti nelle società. L’ha
scritto un po’ di tempo fa Norbert Elias. Diventare civili, dice Elias,
significa smettere di ricorrere alla violenza per risolvere i conflitti
sociali. Poiché però un fondo strisciante di aggressività rimane sempre,
ecco allora che gli uomini usano la pratica sportiva come surrogato
ritualizzato della violenza. All’inizio l’operazione è fin troppo
trasparente, tanto che ci sono sport che non vanno tanto per il leggero:
gli scontri dei gladiatori al circo, la lotta, la scherma, il pugilato
senza regole. Poi, grazie alle regole, la durezza si attenua in modo via
via decrescente: il pugilato disciplinato, il rugby, il football americano
e australiano, il calcio, il basket. Infine si arriva a discipline in cui
si evita il contatto fisico, ma non si rinuncia per questo alla simbologia
della violenza, prendendosi a pallate di qua e di là da una rete: il
tennis, la pallavolo, ecc. Il discorso però non finisce qui. Poiché le
guerre di un tempo erano lotte di popolo, ecco allora che i riti della
violenza si riproducono sugli spalti, tra le tifoserie, tra gli hooligans
delle curve. La prima connessione è dunque questa: quanto più un popolo si
sente frustrato, tanto più ha voglia di menar le mani, di tornare a
superare il confine tra la violenza ritualizzata e la violenza reale.
La seconda
risposta sotterranea è che lo sport (il calcio) rappresenta una delle
poche occasioni rimaste per affermare un’appartenenza. Ad una città, ad un
gruppo, ad una bandiera. Specie quando tutto va male; proprio quando altre
città, altri gruppi, altre bandiere sembrano prendersi gioco di noi. Lo
sanno così bene i dittatori (gli Hitler, i Mussolini, i Pinochet) che
hanno sempre approfittato di tale bisogno popolare per nascondere nella
retorica delle identificazioni sportive il marcio dei loro regimi.
La terza
risposta è che il calcio è diventato, soprattutto oggi, non uno sport ma
uno spettacolo, anzi un prodotto televisivo, essenzialmente una merce con
cui fare fatturato. Lo sanno bene i Galliani e, a livello locale, i Repace,
che sono interessati soprattutto a trovare la formula migliore per
spremere soldi a vantaggio delle società e della federazione dalle rendite
televisive.
Chiarite
dunque queste premesse, che cosa ci dice il caso Catania (e gli altri
casi, grandi e piccoli, avvenuti a Milano e a Genova, in Calabria e in
Umbria)? Semplicemente questo: che il mix dei tre fattori si è trasformato
oggi in una miscela esplosiva, in un vulcano in eruzione. Le cause sono
trasparenti: i motivi di frustrazione dei gruppi giovanili (e non solo)
stanno toccando in Italia livelli di guardia: per il lavoro che non si
trova, per i legami sociali allentati, per la rabbia che non sa dove
sfogarsi. Per i tifosi di città come Catania – rispetto a Palermo poi – la
sfida dell’appartenenza è una tentazione irresistibile. Ma anche per gli
ultras di Perugia e Terni, se non ci sono altre occasioni di dichiararsi
in faccia l’antico odio di campanile. Infine, la mercificazione televisiva
del calcio ha lasciato a casa gli spettatori meno agitati, mentre le
tribune degli stadi sono ormai diventate passerelle per dirigenti e
politici in cerca di visibilità ruffiana e le curve luoghi di celebrazioni
tribali, fatte di insulti e minacce ad avversari e ad arbitri, e di
frequenti lanci di oggetti in campo.
Che fare
allora? Lasciare la patata bollente nelle sole mani della polizia? La
polizia certo. E con più poteri, anche per evitare che altri poliziotti
muoiano. Ma sicuramente la polizia da sola non basta. Se il calcio, per
tutte le cose che abbiamo detto sopra, è lo specchio di un paese, allora
non è possibile subirne il fallimento, perché sarebbe la terribile
metafora del fallimento civile del nostro stesso paese. E dunque è il caso
che i dirigenti, gli allenatori, i giocatori, i giornalisti sportivi, i
capitifosi la smettano con gli impegni parziali e con le complicità
bastarde (per cui ognuno guarda solo al suo interesse settoriale,
preoccupato essenzialmente della propria visibilità e dei propri soldi,
chiudendo gli occhi, se non alimentando, il presunto “folklore” degli
ultras). Occorre che gli amministratori pubblici pretendano decisamente di
più per la concessione degli stadi, dei servizi, delle forze dell’ordine.
Un vero impegno educativo di massa. Riportare dirigenti, allenatori,
giornalisti sportivi, capitifosi e genitori a scuola di civismo, di
socialità, di valori di rispetto e di lealtà. In una parola di civiltà. E
vincolare la concessione di quegli stadi e quei servizi ad un’opera
educativa diretta ai più giovani, che non si limiti agli stop e agli
schemi di gioco, ma che permetta loro di apprendere a diventare uomini.
Roberto
Segatori |
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25 gennaio 2007
UNA SCONFITTA PER GLI ADULTI (*)
Questa terribile
violenza sconcerta e preoccupa perché i protagonisti sono ancora bambini
(più che adolescenti) e perché non va separata dal contesto relazionale in
cui si collocano e dall’humus culturale di cui si sono nutriti finora. Che
non vuol dire affatto che la responsabilità si debba individuare nella
famiglia e nella scuola, sia perché la famiglia e la scuola sono sempre
più inermi e non hanno gli strumenti per capire e prevenire questi fatti,
sia perché gli input (in questo caso estremamente negativi) possono
essere”infiniti” e provenire da una varietà”infinita” di fonti.
Tra queste va inserita
di certo anche la televisione. Ma sarebbe riduttivo considerarla la
ragione principale (quando non la sola) di questa violenza, come invece
pare che la considerino i magistrati inquirenti. Sto giustificando questi
ragazzini? Naturalmente no. Ma è evidente che nessuno è riuscito a fornire
loro le coordinate per stabilire un confine tra ciò che è bene e ciò che è
male, e a comunicare loro il valore dell’uguaglianza, perché questo tipo
di violenza si pone in atto quasi sempre nei confronti di chi si considera
diseguale, in questo specifico caso la bambina di 9 anni.
Ciò costituisce una
sconfitta anzitutto per i genitori, ma anche per gli insegnanti e il vasto
mondo degli adulti al quale noi tutti apparteniamo.
Non va inoltre
dimenticato che, ancora una volta, si tratta di violenza maschile
esercitata sul genere femminile. Violenza che ha a che fare immediatamente
con la corporeità dello stare insieme - presupposto stesso dell’essere
società -, e che, quando si tratta di donne e uomini, ma in questo caso di
bambine e bambini, sempre più spesso ci porta al tema della violenza e
delle molestie sessuali.
Non mi soffermo sulle
ragioni sociali e culturali più generali che hanno portato il corpo
femminile (e a volte anche quello maschile) a diventare un bene
negoziabile e denso di segni fallici - basti pensare alla pubblicità -, e
neppure mi soffermo sulle ragioni (psicologiche) che inducono dei maschi a
fare violenza sessuale sulle donne, mi limito a registrare un aspetto
sociale del fenomeno: nonostante i passi in avanti compiuti tanto a
livello normativo quanto a livello culturale, continua a esserci una
sottovalutazione del problema, sottovalutazione che porta la donna a
essere doppiamente vittima. E in questo atto di violenza colpisce, ancor
di più, il fatto che l’essere doppiamente vittima riguardi una bambina di
9 anni, prematuramente e dolorosamente diventata donna senza volerlo.(a.m.)
(*) La Nuova Sardegna |
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18 gennaio 2007
Ci aveva pensato il Re, nei
primi decenni dell’Ottocento, a dare un segno concreto nel proposito
sempre interrotto di collegare i due Capi dell’isola, Cagliari con Sassari
fino al porto di Torres.
I 235 chilometri di strada,
larga 7 metri, furono realizzati in un tempo di circa 6 anni, conclusi nel
1829 con tecniche più evolute di quelle in uso nel Settecento, grazie
all’investimento di 4 milioni di lire nuove: una somma considerevole a
carico del bilancio dello Stato. Una volta nella storia della Sardegna al
tempo dei viaggi a cavallo, mai valutata dalla storiografia con la dovuta
attenzione.
Oggi per andare da Sassari
a Cagliari si usa normalmente l’auto nel percorso che ricalca all’incirca
quello della vecchia strada reale; una soluzione arretrata specie per
l’insicurezza in grandi tratti.
Con il treno da Milano a
Roma (quasi 600 Km) si arriva in 4,30 ore. Chi non deve fare soste usa la
ferrovia meglio dell’aereo, così com’è in tutta Europa con punte di
eccellenza del trasporto su ferro in alcuni Paesi.
Oggi per spostarsi in
treno nel tratto SS-CA se va bene ci vogliono 3,30 ore. La notizia buona,
del mese scorso, è che la Regione metterà in funzione sulla tratta treni
di costruzione spagnola che consentiranno di ridurre fino a 2 ore e mezza
i tempi di percorrenza. All’incirca quanto ci mette un automobilista
prudente per andare da un Capo all’altro della Sardegna. E sarebbe una
grande svolta; ma se ne parla pochissimo. Sarà per scetticismo, per
sottovalutazione, oppure perché continuano ad essere numerosi quelli che
credono che sia una cosa da poveracci usare il mezzo pubblico. Ma c’è
anche chi pensa cha mai rinuncerà ad usare un’auto che, se poi è blu, fa
sentire più importanti.
Prodi usa il treno per
andare da Bologna a Roma e a qualcuno sembra una stravaganza.
Modernità e Rinascita -
parole ‘magiche’ che ricorrono anche in questi giorni - è anche avere
collegamenti rapidi e con un basso impatto ambientale. Ma bisogna
ricordare che abbiamo saltato qualche passaggio, che siamo già nella
postmodernità senza essere entrati del tutto nella modernità. Se questo
intento di Soru andrà avanti saremo più vicini all’Europa: perché la
continuità territoriale, delle reti corte, serve a impedire la crisi di
senso che ci assale quando scopriamo che stiamo molto meglio se dobbiamo
andare a Londra o a Barcellona che a Nuoro. (S.R.) |
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7 gennaio 2007
Tra il finire del vecchio anno e l’inizio del
nuovo riceviamo molti calendari. E giacché il calendario ci deve tener
compagnia per 365 giorni, ognuno di noi lo vuole che sia adatto alle
proprie esigenze: deve essere visibile da lontano, magari colorato, che ci
si possa scrivere su, e così via.
Mia madre ha da sempre - che io ricordi -
quello di S. Antonio da Padova, il Santo del 13 Giugno, giorno della mia
nascita e ragione del mio nome. All’università prevalgono i calendari
delle librerie, tutti anonimamente uguali, cambia soltanto il nome del
donatore per ragioni di pubblicità più che per generosità. Il nostro
ateneo non fa calendari ma agende da tavolo e agendine che poiché arrivano
‘puntualmente’ in ritardo, finiscono per giacere, dimenticati, tra la
polvere in qualche angolo della stanza. Nella mia casa c’è il calendario
de “L’Erbolario”, da salutista quale io sono ma con eccessi cioccolatari.
Il giorno dell’Epifania il quotidiano La Nuova
Sardegna ha distribuito un calendario così denominato: “POR SARDEGNA
2000-2006. 12 PROGETTI REALIZZATI CON IL POR SARDEGNA PER UN’ECONOMIA
FONDATA SULLE RISORSE UMANE, SULLA CONOSCENZA E SULLE DINAMICHE DI
COMPETITIVITA’”. Un calendario con alcune belle fotografie, rovinate da
didascalie del tipo: depurazione e risanamento, oppure “previsione e
controllo”, e via cantando.. Un calendario grande, 34 X 48 cm, difficile
da collocare su una libreria o su una parete senza rovinare l’una e
l’altra. Eppure, nonostante la grandezza, vi sfido a scriverci sopra i
vostri appunti, o ad individuare i giorni da una distanza ragionevole.
Le motivazioni con cui si scelgono i calendari
sono tante: religiose, artistiche, naturalistiche… persino
auto-celebrative, se però sono i nostri familiari o il nostro hobby
preferito l’oggetto della celebrazione, ma che sia la Regione ci diverte,
almeno fino a che non pensiamo a quanto deve essere costato l’aver fatto
un oggetto tanto inutile.
a.m. |
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6 dicembre
2006
La civiltà
urbana si fonda tra l’altro sui progressi di tipo igienico – dalla
cloaca massima ai regolamenti ottocenteschi – con l’obiettivo di
migliorare o meglio di allungare la vita ai cittadini.
La
questione essenziale, fino dall’antichità, è stata quella di disporre da
parte di comunità insediate in modo più meno concentrato, di acqua
pulita; e ovviamente di allontanare i liquami dai centri urbani. La
democrazia delle fogne è alla base della convivenza civile, mira ad
annullare le differenze tra chi sta a monte e chi sta a valle (e anche tra
ricchi e poveri); le regole e le tecnologie servono per impedire che le
acque che sgorgano fresche e limpide dalle fonti e nei ruscelli,
incontrando la città arrivino a valle “d’odore malvagio e sapore
immondo”, come scriveva chi si occupava di queste cose sotto l’
impressione di terribili epidemie.
Una parte
grande dell’urbanistica delle origini fonda sull’idea di curare le
patologie urbane a partire dalle tesi sui miasmi, sino ad esprimere la
vigorosa retorica della salubrità che è servita a legittimare standard
sanitari sempre più evoluti.
Sassari ha
cominciato a rispondere a questa esigenza, realizzando nel primo Ottocento
il “ gran condotto” nel percorso della via omonima nel quartiere di Sant’Apollinare,
che inaugura l’era della lotta alle malattie che dura fino a 50 anni fa .
L’edificazione sparsa degli ultimi decenni sta oggi evidenziando i
problemi prevedibili: originati dalle soluzioni individuali – i buchi in
terra – che non offrono, casa per casa, adeguate garanzie igieniche. Il
rischio – gulp! – di inquinare il reticolo idrografico in modo
irreversibile è serissimo. La città diffusa ha moltissime
controindicazioni alcune molto pericolose. Propone un dedalo di questioni
di ordine sociale, economico e sanitario, che i pianificatori dovranno
considerare in modo prioritario. Direi che quello dell’edificazione sparsa
è il primo tema che il Puc dovrebbe affrontare. Su “La Nuova Sardegna”
sono state pubblicate due interessanti riflessioni di
Sante Maurizi e
Marcello Madau che non hanno
suscitato il dibattito che sarebbe necessario. Le proponiamo. (S.R.)
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13 dicembre 2006
Piani
strategici e di sopravvivenza
Digitando «piano
strategico», su Google appaiono 462.000 risultati. Praticamente qualunque
ente locale italiano è da qualche tempo alle prese con una propria
strategia: di sviluppo, di riconversione, di identità territoriale, di
coinvolgimento degli attori sociali, eccetera. L’obiettivo comune è
(prendo a caso) «costruire il futuro in modo condiviso». Nientemeno.
La modalità è semplice.
Una volta che un comitato di esperti ha tracciato grandi scenari (c’è un
passato glorioso in decadenza, una monocultura da superare o una vocazione
da sviluppare) iniziano i «workshop», nei quali «facilitatori» operano su
schemi “punti di forza / di debolezza”, “visione negativa / positiva”, e
simili, mettendo attorno a un tavolo i cosiddetti attori sociali per la
formalizzazione di idee, percorsi, e fonti di finanziamento.
Si è in genere reticenti
sulla valutazione in corso del processo o sui reali livelli di
partecipazione; il messaggio è: «lavori in corso» (corollario: non
disturbate i manovratori).
È difficile non vedere in
ciò ulteriori sintomi della politica come marketing del consenso. Tratte
dai metodi di composizione dei conflitti, tali procedure - su indicazione
dell'UE - devono ormai obbligatoriamente far parte dei percorsi di
formalizzazione della spesa pubblica. Ma quando il processo è top-down, è
inevitabile che esse si specifichino come meccanismi di controllo sociale.
Non è un caso che la moda prenda piede dopo che è passato nel senso comune
il lavaggio del cervello relativo al maggioritario, al rafforzamento
dell'esecutivo, alla concentrazione di poteri nei vertici, in particolare
nelle figure del sindaco e del cosiddetto governatore.
Tali figure moderne
dell'assolutismo si circondano inoltre di comitati di esperti, di
«indirizzo», «tecnici», ecc., ai quali affidano l'elaborazione di piani e
progetti. Il risultato della quale è il classico tomo di centinaia di
pagine che nessuno leggerà mai: ma su di esso il governante salirà come su
un piedistallo a mostrarci la luminosa strada del futuro, e a usarlo come
giustificazione delle decisioni che prenderà, servendosi degli organismi
elettivi come di meri passaggi formali. Una proiezione verso il futuro
particolarmente appassionata in chi non ha alcuna intenzione di applicare
il principio partecipativo alla vita presente dei cittadini. O in chi ha
pensa di risolvere le difficoltà quotidiane dell’amministrare con un bel
transfert terapeutico.
Ma il nocciolo,
parafrasando un celebre titolo di Gregory Bateson («Perché non si può mai
dire a qualcuno ‘Gioca!’»), è che non si può dire a qualcuno ‘Partecipa!’.
Ed è qui che la riflessione sulla latitanza del conflitto sociale, sullo
stretto legame fra bisogni, desideri e partecipazione, soprattutto in
tempi di governi amici, pare insufficiente. E inesistente chi se ne voglia
politicamente far carico. (S.M.) |
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03 dicembre 2006
Di
turismo si parla molto in Sardegna, e come scriveva un giornalista de ‘La
Nuova Sardegna’ nel lontano 1954: “qualsiasi scusa è buona per
magnificare bellezze incomparabili, per rappresentare gli effetti
dell’attrazione, per trarre conclusioni sul futuro benessere delle
popolazioni”. Salvo poi dimenticarci rapidamente di queste bellezze
incomparabili quando si associa il turismo alle richieste di aumentare
l’offerta turistico-albelghiero dalle coste del sud a quelle del
nord-Sardegna, per non parlare delle vecchie proposte di Master Plan in
Costa Smeralda che, non potendo più essere riproposte in termini di piano,
puntualmente ridiventano oggetto di ricostruzione ‘nostalgica’ anche in
convegni recenti.
Eppure il
turismo in Sardegna si è sviluppato in diverse direzioni, non solo in
quella balneare, anzitutto verso il mondo rurale e verso la riscoperta
delle tradizioni locali. Sviluppo che ha coinvolto pienamente popolazioni,
enti locali, categorie di lavoratori. Ma pensare che il turismo possa
risolvere i mali dell’Isola significa costruire un’illusione. Il turismo
tanto più è forte quanto più sono forti gli altri settori:
dall’agricoltura all’industria, dalle piccole imprese all’artigianato.
Considerare il
turismo come unica possibilità di sviluppo significa avere fretta di
trarre dei vantaggi economici. Chi ha fretta è anche portato a considerare
le regole un ingombro. E questo sì è nell’immediato, e non solo in
prospettiva, un limite persino al turismo.
Ultima
postilla: l’atto vandalico compiuto ad Olzai, non solo va respinto con
fermezza ma ci ricorda che l’orizzonte della stupidità è molto più ampio
di quanto non si pensi. (a.m.) |
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20 novembre 2006
Sassari 2006.
Ci siamo rassegnati alla
scomparsa di belle palazzine dei primi decenni del Novecento. Negli anni
‘80 in rapida sequenza ne hanno spazzato via una ventina, in aree
centralissime: esempi della buona cultura della borghesia sassarese
di allora molto attenta al decoro della città.
Le hanno demolite senza interrogarsi (eclettiche, liberty, decò?),
con la chiarezza di idee e la determinazione che serve in questi
casi: togliere un fabbricato piccolino per farne un altro 4-5 volte
più grande, 10-20 volte più brutto. Sono le zone “B”, bellezza! Se in
centro e nelle zone semicentrali la densità sembra elevata e pochi i
servizi è proprio per questa furbesca, reiterata
operazione: che non richiede il cimento e l’ingegno di grandi
imprenditori. La versione aggiornata, ingentilita, eccola in via
Carlo Alberto e in piazza Fiume. Dietro veli pietosi due edifici fine
Ottocento primo Novecento in corso di ristrutturazione: si lascia la
buccia, o peggio si ricostruisce falsa, e si ricava dentro tutto ciò
che ci sta. Grande buco in terra per superparcheggio. Così non vale, si
dice per i giochi sleali. Non vale svuotare un’architettura mantenendo le
pareti: è come lasciare la copertina di un libro di cui si sono state
strappate le pagine. Non vale sul piano urbanistico, perché il contenuto
di quei fabbricati peserà sulle adiacenze e oltre le adiacenze.
Se queste cose le consente ancora il vecchio generoso piano
regolatore – ancora ? ! – c’è da preoccuparsi. Questa
nuova Amministrazione, non c’entra nulla. Ma è il caso di chiedere a
questo governo che manifesta attenzione per la città vecchia, se
pensa di fare qualcosa. Se sì, dia un’occhiata subito, con l’obiettivo di
salvare quello che resta della città di ieri, mentre si decide la
strategia per la città bella e forte di chissà quando. Subito, perché
aspettare il Puc potrebbe essere un po’ in ritardo. (S.R.) |
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16.10.2006
E' bene non sottovalutare le reiterate intimidazioni alla
dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Lanusei, capoluogo dell’Ogliastra,
regione bellissima tra mare e montagna della Sardegna meno
conosciuta. Minacce, dicono i giornali, in relazione a mancate
autorizzazioni per case in agro. Tutto farebbe pensare che si tratta di
piccole cose, reazioni di balordi alle regole che il Piano paesaggistico e
il Piano di assetto idrogeologico hanno introdotto di recente in Sardegna.
Ma così si comincia, una minaccia tira l’altra. E si sa come vanno le cose
in questi casi, quale è il rischio quando le istituzioni non replicano
tempestivamente e adeguatamente. Lo ha fatto il sindaco del Comune ed è
sembrato un po’ isolato. E l’impressione è che la cosa possa finire nei
prossimi giorni nell’archivio delle notizie di secondo piano. Lo sdegno
dura poco. In Sardegna ci sono stati brutti segnali negli anni scorsi. Più
volte sono stati denunciati interessi della mafia nelle zone più belle. Il
magistrato della Procura di Tempio Valerio Cicalò ha da poco riferito di
investimenti sospetti in Gallura in immobili di pregio; “ ma sinora non
siamo riusciti a capire – ha detto il magistrato – da dove arrivano i
capitali. E siccome il presupposto fondamentale è che si individui la
fonte, e la fonte e all’estero, per ora non abbiamo chiuso il cerchio.
Indagando su alcune persone, siamo solo riusciti a trovare collegamenti
con ambienti russi […]”. Che cosa dire ? La Sardegna è una regione povera
ma la democrazia qui è un valore, la gente è onesta eccetera. Ma c’è da
tenere alta l’attenzione, credo.
PS. Le cose che ha detto Briatore domenica
pomeriggio a Lucia Annunziata della Sardegna (e di altro) fanno sorridere
ma un po’ mi preoccupano. (S.R.) |
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