Centro Studi Urbani

 

Università degli Studi di Sassari

Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società

 




Ultimo aggiornamento 01/02/2010


La Nuova Sardegna 19 Marzo 2007

 

Donne sarde al computer, poche.

Una ricerca dei sociologi Clementina Casula e Alessandro Mongili

di Giacomo Mameli


A Clementina Casula piace Brahms. Filosofa di laurea e sociologa per professione, aveva un diploma in pianoforte al Conservatorio “Pierluigi da Palestrina” di Cagliari ma ha dovuto trascurare pezzi e sonate del grande compositore tedesco per passare a un’altra tastiera: quella del computer. Proprio in questi giorni, in collaborazione con Alessandro Mongili e (per la parte statistica) con Maura Marras, ha dato alle stampe un libro edito dalla collana University Press della Cuec dal titolo “Donne al computer” (210 pagine, euro 15). La ricerca è tutta sarda, effettuata, con i fondi Interreg dell’Unione europea e della Regione, a Sassari, Nuoro e Macomer. Sono stati intervistati 40 funzionari pubblici e studenti in focus group opportunamente divisi per età, status occupazionale e genere.

Già nelle prime pagine del libro Clementina Casula sfata intanto alcuni luoghi comuni che talvolta penalizzano la Sardegna, spesso accorpata alla Sicilia nelle statistiche nazionali. Dai dati Istat riferiti al 2006 (il nostro Paese è tristemente agli ultimi posti fra quelli industrializzati) emerge comunque che il possesso del computer in Italia è del 46,1 per cento della popolazione, quello delle Isole è pari al 40,5 ma – scomponendo il risultato finale – la Sardegna si piazza al 49,4 per cento con la Sicilia ferma al 37,6. Idem per l’accesso a internet: media italiana pari al 35,6 per cento, Isole 29,1 la Sardegna va al 36,8 per cento contro il 26,6 della sorella siciliana. Resta invece importante la distanza nell’utilizzo delle tecnologie informatiche tra uomini e donne, nonostante i più alti e innegabili tassi di scolarizzazione di queste, che determina il cosiddetto “digital divide di genere”, in crescita in Italia negli ultimi anni. Sempre l’Istat: “Nel 2000 la distanza delle donne dagli uomini era di 9,3 punti percentuali per l’utilizzo del computer e di 9 punti per l’accesso a internet. Lo scorso anno la forbice si è allargata: uso del computer sempre più maschile e sempre meno femminile (da 9,3 è saltata a 10,8) e l’accesso a internet (da 9 a 10,5 punti)”.

Una possibile interpretazione di questo fenomeno la suggerisce Anna Oppo, ordinario di Sociologia prima a Urbino ora a Cagliari, una della massime studiose della società italiana e femminile in particolare. “C’è una specie di costante storica – dice Oppo nella presentazione al volume -  nella divisione del lavoro fra i sessi: uso di attrezzi evoluti da parte dei maschi, ricorso a strumenti elementari se il lavoro è svolto dalla donne. C’è di più. La stessa operazione comporta l’utilizzazione di strumenti diversi se a compierla è un uomo o una donna”. La Oppo cita uno studio classico di Paul Tabet sulle società agricole: “se il trasporto di oggetti e derrate veniva eseguito dagli uomini questi usavano mezzi trainati da animali mentre le donne, nella maggior parte dei casi, utilizzavano semplicemente il proprio corpo”. Si potrebbe banalizzare con la donna al volante difficilmente in grado di sostituire un pneumatico.

La ricerca Casula-Mongili va oltre i dati statistici per dare uno spaccato inedito e assolutamente originale del mondo femminile informatico ricostruendo nelle sue linee principali il processo di apprendimento delle tecnologie informatiche lasciando il campo di ricerca aperto all’emergere di temi “dal basso”, a partire dai racconti degli intervistati. Sono significative alcune considerazioni da loro espresse. Corrado, 46 anni, docente in un biennio delle superiori: “Noto che le ragazze più che altro usano il computer per chattare, blog, sentirsi, partecipare un po’. Nei ragazzi questo interesse forse è inferiore, sono più su videogiochi oppure su ricerche particolari”. Cecilia, 33 anni: “Gli uomini guadano il sito delle moto, delle auto, le donne sono più portate alla comunicazione”. Carla, 54 anni: “Le ragazze scrivono diari, chattano, i ragazzi visitano i siti delle auto, dei telefonini”. Ancora Anna Oppo: “C’è sempre, nel profondo di tutti noi, un’antica visione della fanciulla che per imperizia e avventatezza si perde nel bosco misterioso e pieno di pericoli e del bel cavaliere dalla splendente armatura e dalla lancia potente che arriva miracolosamente in suo soccorso”.

La riduzione dei divari digitali, scrive Clementina Casula, viene ormai considerata come un problema di equità sociale per i governi, visto che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono ormai diventate una risorsa fondamentale nelle società contemporanee industrializzate. Per l’Italia (impegnata come gli altri paesi dell’Ue nel perseguimento della cosiddetta “strategia di Lisbona”) i dati finali sono deludenti. E per la Sardegna? I risultati sarebbero forse stati diversi se l’indagine fosse stata compiuta nel distretto cagliaritano dove la presenza delle industrie dell’Ict – da Tiscali, al Parco tecologico di Pula, a Energit, ad Abbey net, per citare i principali – è certamente più incisiva? Può darsi. Ma nei territori considerati tra uomo e donna, le distanze nell’accesso ed utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione esiste e persiste  Perché? Casula evidenzia l’emergere, nei racconti delle intervistate, di stereotipi di genere che scoraggiano la partecipazione femminile al mondo scientifico e tecnologico e la riconduce alla persistenza, in Sardegna come in Italia, di modelli culturali discriminatori radicati nelle pratiche sociali, anche quando “formalmente” si parla di pari diritti e opportunità.“La sola prospettiva di una riduzione del divario digitale di genere attraverso l’alfabetizzazione informatica delle donne, sostiene Casula, riduce il problema a una questione di parità di accesso all’istruzione e alla formazione, riponendo sulle donne la responsabilità della permanenza in una situazione di svantaggio”.  Analisi settoriali dei divari digitali di genere, prosegue, si concentrano così sull’origine biologica o psicologica del problema (nel caso delle donne: la paura del successo, la mancata vocazione per le discipline tecnico-scientifiche, l’insicurezza nell’apprendimento) sottovalutando l’influenza di paradigmi socio-culturali discriminatori.

Alessandro Mongili esterna qualche dubbio sull’utilizzo del divario digitale come misura di un certo stato dello sviluppo tecnologico. E dice: “Nel caso dei computer e delle donne da noi studiate, occorre rilevare che non si può parlare di computer ma di  applicazioni, cioè di programmi usati”. Sulla distanza uomo-donna nell’Ict Mongili è perfino più netto: “È solo figlia della  retorica giornalistica, la Sardegna ha problemi seri nel sistema di innovazione, a partire dai modi di apprendimento dei dispositivi tecnici, di estrema arretratezza del sistema universitario, poco qualificato e fondato sullo spreco e su posizioni occupate senza avere titoli accademici per farlo, di scarsa apertura verso la pratica dell'innovazione, di investimenti tutti centrati sui quadri 

organizzativi e poco su scelte innovative dei singoli ricercatori”. Mongili è perfino più drastico soprattutto quando si riferisce ai corsi standardizzati di informatica: “Sembra che si usi un programma didattico segreto, spegnendo ogni curiosità e abilità eccedente nelle stesse persone che si vorrebbero utilizzare”. E il dilemma uomo-donna? Mongili evidenzia l'elemento "ideologico" insito in questo approccio, definito da chi ricopre ruoli importanti nella progettazione e nella cosiddetta "alfabetizzazione informatica", decidendo quali applicazioni sono strategiche e quali no, e di conseguenza chi è aggiornato/integrato e chi arretrato/escluso. "Peccato che molte donne così considerate conoscessero a menadito altre applicazioni (ad esempio i programmi di contabilità usati

tutti i giorni da loro)": E ancora. “Se l'innovazione la fanno i capiufficio, se viene articolata in modo

autoritario, essa incontra molte difficoltà a diffondersi e a innovare pratiche arretrate”. In ogni caso il “divide” – e qui si torna alla tesi più generale di Anna Oppo e Clementina Casula – è “sociale”.

Il mondo delle Ict nel cagliaritano, stando ad alcune dichiarazioni rilasciate alla Nuova Sardegna dai responsabili delle aziende informatiche più accreditate nell’Isola, è utile per capire meglio. Mario Mariani, aministratore delegato di Tiscali Italia, dice: “La storia di Tiscali, fino dal ’98, racconta di come le donne rappresentino un pubblico sensibile al mondo di internet. Sono spettatrici attente e attive di un mondo che le vede protagoniste impegnate. All’interno della nostra azienda le donne ricoprono un ruolo determinante sia dal punto di vista numerico con una percentuale superiore al 50 per cento, che dal punto di vista qualitativo, assumendo ruoli ai più diversi livelli: da impiegate fino a dirigenti e responsabili di attività importanti e strategiche per il buon andamento dell’azienda. A tal punto riteniamo fondamentale la loro presenza, che Tiscali ha creato un asilo nido e implementato orari di lavoro flessibili al fine di agevolare le donne nel loro difficile ruolo di madri e lavoratrici.”

Percentuali diverse in altre due aziende leader. A Energit le donne sono il 28 per cento dei dipendenti ma – dice Luigi Filippini, amministratore delegato – “ricoprono ruoli apicali non solo nel settore amministrativo ma anche in quello del marketing e nei sistemi informatici”. Sono il 15 per cento i dipendenti donna di Abbeynet: “Ma molte di loro rivestono ruoli importanti, con diverse donne ingegnere elettronico e certamente hanno più fantasia e creatività di noi maschi”, dice il direttore commerciale Franco Nonnis.

Ma siamo ai “ma”, alle solite “eccezioni”, certo esaltanti ma pur sempre eccezioni. Il dato di fatto, in questo settore, resta la posizione marginale dell’Italia e comunque la distanza fra uomo e donna, anche perché – ricorda la Casula – “la stessa risorsa tempo”, per quelle cause sociali si cui sappiamo, “è minore nelle donne accentuando così le disuguaglianze”.

Resta da dire dei due autori. Casula, cagliaritana, si è laureata con una tesi in Filosofia politica con Anna Maria Loche. Marcata l’esperienza internazionale: Erasmus a Norwich, stage a Bruxelles sulle politiche regionali, è ricercatrice in Sociologia economica al Dres (Dipartimento di ricerche economiche e sociali) e alla facoltà di Scienze della Formazione. Il master alla Graduate School of European and International Studies di Reading e il dottorato di ricerca (PhD) alla London School of Economics. Mongili si è specializzato in Francia all’Ecole des hautes etudes en sciences sociales. A Scienze politiche di Cagliari si occupa  di sociologia delle tecnoscienze. In queste settimane è visiting scholar presso il Center for Science,  Technology, and Society dell'Università di Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley. Presidente della Sts Italia (Science-technology-society), è lo stesso nome dell’orientamento degli studi a Cagliari a partire dal primo Sts program, quello mitico dell'Mit nel Massachusetts). 

Resta da dire – per tornare alla distanza uomo-donna sul digital - di un’altra delle testimonianze riportate nel libro. Dicono di essersi imbattuti “in vere e proprie sociologie spontanee, rafforzate da luoghi comuni troppo spesso diffusi con leggerezza e che producono un certo razzismo nei confronti delle donne ma anche degli anziani”. Ecco la testimonianza di una studentessa universitaria: “Mia madre tocca il cellulare come fosse una bomba che sta per esplodere…è stato micidiale insegnarle l’uso del telecomando per la televisione, adesso che ha imparato è al settimo cielo, noi siamo propensi verso la tecnologia, i genitori zero”. Che fare? Clementina Casula: “Le politiche per le pari opportunità dovrebbero diventare, attraverso il mainstreaming di genere, una preoccupazione sociale in tutti i settori e i livelli territoriali del Paese”. Giusto, certo. Paradossi a parte, quei numeri dell’Istat restano scolpiti. Implacabili. Anche nell’informatica pari opportunità cercasi.

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