|
La Nuova Sardegna 19
Marzo 2007
Donne sarde al
computer, poche.
Una ricerca dei
sociologi Clementina Casula e Alessandro Mongili
di Giacomo Mameli
A Clementina Casula
piace Brahms. Filosofa di laurea e sociologa per professione, aveva un
diploma in pianoforte al Conservatorio “Pierluigi da Palestrina” di
Cagliari ma ha dovuto trascurare pezzi e sonate del grande compositore
tedesco per passare a un’altra tastiera: quella del computer. Proprio in
questi giorni, in collaborazione con Alessandro Mongili e (per la parte
statistica) con Maura Marras, ha dato alle stampe un libro edito dalla
collana University Press della Cuec dal titolo “Donne al computer” (210
pagine, euro 15). La ricerca è tutta sarda, effettuata, con i fondi
Interreg dell’Unione europea e della Regione, a Sassari, Nuoro e Macomer.
Sono stati intervistati 40 funzionari pubblici e studenti in focus group
opportunamente divisi per età, status occupazionale e genere.
Già nelle prime pagine
del libro Clementina Casula sfata intanto alcuni luoghi comuni che
talvolta penalizzano la Sardegna, spesso accorpata alla Sicilia nelle
statistiche nazionali. Dai dati Istat riferiti al 2006 (il nostro Paese è
tristemente agli ultimi posti fra quelli industrializzati) emerge comunque
che il possesso del computer in Italia è del 46,1 per cento della
popolazione, quello delle Isole è pari al 40,5 ma – scomponendo il
risultato finale – la Sardegna si piazza al 49,4 per cento con la Sicilia
ferma al 37,6. Idem per l’accesso a internet: media italiana pari al 35,6
per cento, Isole 29,1 la Sardegna va al 36,8 per cento contro il 26,6
della sorella siciliana. Resta invece importante la distanza nell’utilizzo
delle tecnologie informatiche tra uomini e donne, nonostante i più alti e
innegabili tassi di scolarizzazione di queste, che determina il cosiddetto
“digital divide di genere”, in crescita in Italia negli ultimi
anni. Sempre l’Istat: “Nel 2000 la distanza delle donne dagli uomini era
di 9,3 punti percentuali per l’utilizzo del computer e di 9 punti per
l’accesso a internet. Lo scorso anno la forbice si è allargata: uso del
computer sempre più maschile e sempre meno femminile (da 9,3 è saltata a
10,8) e l’accesso a internet (da 9 a 10,5 punti)”.
Una possibile
interpretazione di questo fenomeno la suggerisce Anna Oppo, ordinario di
Sociologia prima a Urbino ora a Cagliari, una della massime studiose della
società italiana e femminile in particolare. “C’è una specie di costante
storica – dice Oppo nella presentazione al volume - nella divisione del
lavoro fra i sessi: uso di attrezzi evoluti da parte dei maschi, ricorso a
strumenti elementari se il lavoro è svolto dalla donne. C’è di più. La
stessa operazione comporta l’utilizzazione di strumenti diversi se a
compierla è un uomo o una donna”. La Oppo cita uno studio classico di Paul
Tabet sulle società agricole: “se il trasporto di oggetti e derrate veniva
eseguito dagli uomini questi usavano mezzi trainati da animali mentre le
donne, nella maggior parte dei casi, utilizzavano semplicemente il proprio
corpo”. Si potrebbe banalizzare con la donna al volante difficilmente in
grado di sostituire un pneumatico.
La ricerca
Casula-Mongili va oltre i dati statistici per dare uno spaccato inedito e
assolutamente originale del mondo femminile informatico ricostruendo nelle
sue linee principali il processo di apprendimento delle tecnologie
informatiche lasciando il campo di ricerca aperto all’emergere di temi
“dal basso”, a partire dai racconti degli intervistati. Sono significative
alcune considerazioni da loro espresse. Corrado, 46 anni, docente in un
biennio delle superiori: “Noto che le ragazze più che altro usano il
computer per chattare, blog, sentirsi, partecipare un po’. Nei ragazzi
questo interesse forse è inferiore, sono più su videogiochi oppure su
ricerche particolari”. Cecilia, 33 anni: “Gli uomini guadano il sito delle
moto, delle auto, le donne sono più portate alla comunicazione”. Carla, 54
anni: “Le ragazze scrivono diari, chattano, i ragazzi visitano i siti
delle auto, dei telefonini”. Ancora Anna Oppo: “C’è sempre, nel profondo
di tutti noi, un’antica visione della fanciulla che per imperizia e
avventatezza si perde nel bosco misterioso e pieno di pericoli e del bel
cavaliere dalla splendente armatura e dalla lancia potente che arriva
miracolosamente in suo soccorso”.
La riduzione dei divari
digitali, scrive Clementina Casula, viene ormai considerata come un
problema di equità sociale per i governi, visto che le tecnologie
dell’informazione e della comunicazione sono ormai diventate una risorsa
fondamentale nelle società contemporanee industrializzate. Per l’Italia
(impegnata come gli altri paesi dell’Ue nel perseguimento della cosiddetta
“strategia di Lisbona”) i dati finali sono deludenti. E per la Sardegna? I
risultati sarebbero forse stati diversi se l’indagine fosse stata compiuta
nel distretto cagliaritano dove la presenza delle industrie dell’Ict – da
Tiscali, al Parco tecologico di Pula, a Energit, ad Abbey net, per citare
i principali – è certamente più incisiva? Può darsi. Ma nei territori
considerati tra uomo e donna, le distanze nell’accesso ed utilizzo delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione esiste e persiste
Perché? Casula evidenzia l’emergere, nei racconti delle intervistate, di
stereotipi di genere che scoraggiano la partecipazione femminile al mondo
scientifico e tecnologico e la riconduce alla persistenza, in Sardegna
come in Italia, di modelli culturali discriminatori radicati nelle
pratiche sociali, anche quando “formalmente” si parla di pari diritti e
opportunità.“La sola prospettiva di una riduzione del divario digitale di
genere attraverso l’alfabetizzazione informatica delle donne, sostiene
Casula, riduce il problema a una questione di parità di accesso
all’istruzione e alla formazione, riponendo sulle donne la responsabilità
della permanenza in una situazione di svantaggio”. Analisi settoriali dei
divari digitali di genere, prosegue, si concentrano così sull’origine
biologica o psicologica del problema (nel caso delle donne: la paura del
successo, la mancata vocazione per le discipline tecnico-scientifiche,
l’insicurezza nell’apprendimento) sottovalutando l’influenza di paradigmi
socio-culturali discriminatori.
Alessandro Mongili
esterna qualche dubbio sull’utilizzo del divario digitale come misura di
un certo stato dello sviluppo tecnologico. E dice: “Nel caso dei computer
e delle donne da noi studiate, occorre rilevare che non si può parlare di
computer ma di applicazioni, cioè di programmi usati”. Sulla distanza
uomo-donna nell’Ict Mongili è perfino più netto: “È solo figlia della
retorica giornalistica, la Sardegna ha problemi seri nel sistema di
innovazione, a partire dai modi di apprendimento dei dispositivi tecnici,
di estrema arretratezza del sistema universitario, poco qualificato e
fondato sullo spreco e su posizioni occupate senza avere titoli accademici
per farlo, di scarsa apertura verso la pratica dell'innovazione, di
investimenti tutti centrati sui quadri
organizzativi e poco su
scelte innovative dei singoli ricercatori”. Mongili è perfino più drastico
soprattutto quando si riferisce ai corsi standardizzati di informatica:
“Sembra che si usi un programma didattico segreto, spegnendo ogni
curiosità e abilità eccedente nelle stesse persone che si vorrebbero
utilizzare”. E il dilemma uomo-donna? Mongili evidenzia l'elemento
"ideologico" insito in questo approccio, definito da chi ricopre ruoli
importanti nella progettazione e nella cosiddetta "alfabetizzazione
informatica", decidendo quali applicazioni sono strategiche e quali no, e
di conseguenza chi è aggiornato/integrato e chi arretrato/escluso.
"Peccato che molte donne così considerate conoscessero a menadito altre
applicazioni (ad esempio i programmi di contabilità usati
tutti i giorni da
loro)": E ancora. “Se l'innovazione la fanno i capiufficio, se viene
articolata in modo
autoritario, essa
incontra molte difficoltà a diffondersi e a innovare pratiche arretrate”.
In ogni caso il “divide” – e qui si torna alla tesi più generale di
Anna Oppo e Clementina Casula – è “sociale”.
Il mondo delle Ict nel
cagliaritano, stando ad alcune dichiarazioni rilasciate alla Nuova
Sardegna dai responsabili delle aziende informatiche più accreditate
nell’Isola, è utile per capire meglio. Mario Mariani, aministratore
delegato di Tiscali Italia, dice: “La storia di Tiscali, fino dal ’98,
racconta di come le donne rappresentino un pubblico sensibile al mondo di
internet. Sono spettatrici attente e attive di un mondo che le vede
protagoniste impegnate. All’interno della nostra azienda le donne
ricoprono un ruolo determinante sia dal punto di vista numerico con una
percentuale superiore al 50 per cento, che dal punto di vista qualitativo,
assumendo ruoli ai più diversi livelli: da impiegate fino a dirigenti e
responsabili di attività importanti e strategiche per il buon andamento
dell’azienda. A tal punto riteniamo fondamentale la loro presenza, che
Tiscali ha creato un asilo nido e implementato orari di lavoro flessibili
al fine di agevolare le donne nel loro difficile ruolo di madri e
lavoratrici.”
Percentuali diverse in
altre due aziende leader. A Energit le donne sono il 28 per cento dei
dipendenti ma – dice Luigi Filippini, amministratore delegato – “ricoprono
ruoli apicali non solo nel settore amministrativo ma anche in quello del
marketing e nei sistemi informatici”. Sono il 15 per cento i dipendenti
donna di Abbeynet: “Ma molte di loro rivestono ruoli importanti, con
diverse donne ingegnere elettronico e certamente hanno più fantasia e
creatività di noi maschi”, dice il direttore commerciale Franco Nonnis.
Ma siamo ai “ma”, alle
solite “eccezioni”, certo esaltanti ma pur sempre eccezioni. Il dato di
fatto, in questo settore, resta la posizione marginale dell’Italia e
comunque la distanza fra uomo e donna, anche perché – ricorda la Casula –
“la stessa risorsa tempo”, per quelle cause sociali si cui sappiamo, “è
minore nelle donne accentuando così le disuguaglianze”.
Resta da dire dei due
autori. Casula, cagliaritana, si è laureata con una tesi in Filosofia
politica con Anna Maria Loche. Marcata l’esperienza internazionale:
Erasmus a Norwich, stage a Bruxelles sulle politiche regionali, è
ricercatrice in Sociologia economica al Dres (Dipartimento di ricerche
economiche e sociali) e alla facoltà di Scienze della Formazione. Il
master alla Graduate School of European and International Studies di
Reading e il dottorato di ricerca (PhD) alla London School of Economics.
Mongili si è specializzato in Francia all’Ecole des hautes etudes en
sciences sociales. A Scienze politiche di Cagliari si occupa di
sociologia delle tecnoscienze. In queste settimane è visiting scholar
presso il Center for Science, Technology, and Society dell'Università di
Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley. Presidente della Sts Italia (Science-technology-society),
è lo stesso nome dell’orientamento degli studi a Cagliari a partire dal
primo Sts program, quello mitico dell'Mit nel Massachusetts).
Resta da dire – per
tornare alla distanza uomo-donna sul digital - di un’altra delle
testimonianze riportate nel libro. Dicono di essersi imbattuti “in vere e
proprie sociologie spontanee, rafforzate da luoghi comuni troppo spesso
diffusi con leggerezza e che producono un certo razzismo nei confronti
delle donne ma anche degli anziani”. Ecco la testimonianza di una
studentessa universitaria: “Mia madre tocca il cellulare come fosse una
bomba che sta per esplodere…è stato micidiale insegnarle l’uso del
telecomando per la televisione, adesso che ha imparato è al settimo cielo,
noi siamo propensi verso la tecnologia, i genitori zero”. Che fare?
Clementina Casula: “Le politiche per le pari opportunità dovrebbero
diventare, attraverso il mainstreaming di genere, una preoccupazione
sociale in tutti i settori e i livelli territoriali del Paese”. Giusto,
certo. Paradossi a parte, quei numeri dell’Istat restano scolpiti.
Implacabili. Anche nell’informatica pari opportunità cercasi. |